Jazz & Wine, seconda parte

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Renaud Garcia-Fons all'Abbazia di Rosazzo, foto Luciano Rossetti-Phocus Agency

Varie sedi

25-28 ottobre

La XXI edizione di Jazz & Wine ha ribadito il ruolo centrale del territorio, grazie alla distribuzione capillare di eventi mattutini, pomeridiani e preserali (quasi tutti di altissima qualità) presso cantine, tenute, aziende agricole e luoghi di interesse storico-artistico, con alcuni sconfinamenti in Slovenia. Com’è ormai tradizione, si è rinnovato il binomio tra fruizione musicale e degustazioni di vini pregiati e prodotti tipici, ovviamente apprezzato dal folto e composito pubblico formato da italiani, sloveni e austriaci, questi ultimi in numero sempre crescente. Tant’è vero che l’affluenza del pubblico è aumentata del 25% rispetto all’edizione precedente. Quindici concerti (qui si renderà conto di una decina di eventi) con alcune inevitabili sovrapposizioni e concomitanze, che hanno largamente privilegiato la ricerca e alcune nuove tendenze.

La Cantina Jermann di Dolegna del Collio ha ospitato il sestetto Ghost Horse, espansione del trio Hobby Horse, che sta sviluppando una poetica originale e ricca di fermenti creativi. Le esecuzioni spesso si dipanano su figure ritmiche ipnotiche scandite dagli ostinato del basso elettrico di Joe Rehmer, per poi approdare a variazioni polimetriche e collettivi dall’empito a tratti quasi mingusiano. Qui spiccano gli unisoni e gli impasti tra ance e ottoni: da una parte, il tenore e il clarinetto basso di Dan Kinzelman; dall’altra, il trombone di Filippo Vignato, la tuba e il basso tuba di Glauco Benedetti. Quest’ultimo risulta fondamentale anche per la pulsazione ritmica, che il batterista Stefano Tamborrino arricchisce con figurazioni frastagliate, frammentate ad arte, e una gamma coloristica completata dall’uso di oggettistica. Alla chitarra Gabrio Baldacci agisce ora in funzione di sobrio sonorizzatore, ora in veste di intelligente incursore, attingendo alle risorse della pedaliera e innestando di quando in quando elementi desunti dal versante più sperimentale del rock.

Da sinistra a destra: Joe Rehmer, Filippo Vignato, Gabrio Baldacci, Dan Kinzelman. Foto Luca D’Agostino-Phocus Agency

Miller’s Tale è un quartetto formato da quattro fuoriclasse: Evan Parker (soprano), Mark Feldman (violino), Sylvie Courvoisier (piano) e Ikue Mori (laptop). Il loro concerto a Villa Attems di Lucinico si è svolto all’insegna di un’estemporaneità risultante dalla contrapposizione tra un orientamento di marca classico-contemporanea e l’improvvisazione radicale. In tale contesto, puntillismo di matrice postweberniana, preparazioni e registri estremi veicolati dalla coppia Courvoisier-Feldman confliggono e si intrecciano con le spirali concentriche e le frasi spigolose di Parker, sotto l’abile regia di Mori. Collettivi concitati si alternano a passaggi più rarefatti e dialoghi tra i singoli, in cui si apprezza maggiormente l’analisi di timbri e dinamiche. L’iterazione e i crescendo, anche ossessivi, evocano i processi – tipici di certe culture popolari – volti al raggiungimento della trance. Tutto questo non esclude però il rischio del già sentito.

Miller’s Tale, foto Luca D’Agostino-Phocus Agency

Di scena col proprio trio alla Villa Nachini Cabassi di Corno di Rosazzo, Arild Andersen ha sciorinato tutti i tratti distintivi del proprio magistero strumentale: suono tornito; fraseggio plastico e altamente dialettico, caratterizzato da rapidi grappoli di note, un legato fluido e sapienti glissando; innato senso della melodia. Alla batteria, il vecchio sodale Paolo Vinaccia si conferma interlocutore efficace con figurazioni cangianti, mentre Tommy Smith lavora prevalentemente sui registri medi del tenore, temperando timbro e fraseggio post-coltraniani, che ricordano vagamente il primo Garbarek. I temi possiedono una certa cantabilità, accentuata da echi di folk norvegese e di culture altre, specie quando Smith imbraccia lo shakuhachi, il flauto di bambù giapponese.

Arild Andersen Trio, foto Luca D’Agostino-Phocus Agency

All’interno dell’Abbazia di Rosazzo a Manzano Renaud Garcia-Fons ha compiuto con il suo contrabbasso a cinque corde un itinerario ideale attraverso le suggestioni ricavate da varie culture, a cominciare da quella catalana delle proprie origini. Forte di una tecnica sopraffina (uso magistrale dell’arco, pizzicato di esemplare scioltezza), Garcia-Fons esplora le possibilità timbriche latenti dello strumento, facendogli assumere connotati disparati a seconda delle fonti: liuto o oud; chitarra flamenca; ngoni e cordofoni africani; tar persiano; arpa celtica. In particolare quando adotta il pizzicato, Garcia-Fons ama costruire dei loop campionando delle frasi e sovrapponendovi altre strutture in un’affascinante stratificazione. Un significativo esempio di come si possa innestare il linguaggio dell’improvvisazione di matrice jazzistica su un variegato retroterra culturale.

Renaud Garcia-Fons, foto Luca D’Agostino-Phocus Agency

All’azienda agricola Magnàs di Cormòns il quintetto Tell No Lies ha proposto un sostanziale, e sostanzioso, equilibrio tra forme strutturate e libertà espressiva che sconfina nell’informale. Dalle composizioni del pianista Nicola Guazzaloca emerge un afflato potente, corale, anche grazie all’impatto sonoro prodotto dal confronto tra i sassofonisti Filippo Orefice (tenore) ed Edoardo Marraffa (sopranino, tenore): il primo più ancorato a una tradizione che individua in Archie Shepp l’ideale continuatore; il secondo depositario di un approccio corrosivo che richiama ora Albert Ayler, ora Roscoe Mitchell ed Evan Parker. La flessibilità della ritmica – Luca Bernard (contrabbasso) e Andrea Grillini (batteria) – e il tessuto modale di alcuni brani, unitamente all’utilizzo del Fender Rhodes nella cicostanza, evocano la libertà del Davis di «Bitches Brew» e «Live At Fillmore».

Tell No Lies, foto Fabio Gamba-Phocus Agency

Alla Villa Codelli di Mossa il trio del batterista Yussef Dayes – con Charlie Stacey (tastiere) e Rocco Palladino (basso elettrico) – ha fornito un esempio di certe nuove tendenze in voga in Inghilterra: una mistura di ritmi funk, dub, jungle e richiami allo Herbie Hancock di «Head Hunters». Musica ben confezionata ed eseguita, ma più adatta per un pubblico di neofiti o per il mero intrattenimento.

Yussef Dayes Trio, foto Luca D’Agostino-Phiocus Agency

Come dimostrato dall’esibizione presso la Kulturni Dom di Nova Gorica, il trio East West Daydreams costituisce un vero e proprio esempio di sintesi culturale e linguistica. La dinamica interna del trio si fonda sulla fitta dialettica tra il soprano di Javier Girotto e il violino di Alexander Balanescu, con Zlatko Kaučič – impegnato nell’occasione alla batteria – ad operare sagacemente in veste di «terzo incomodo». Il fraseggio sinuoso di Girotto, ricco di valenze melodiche insite nelle pieghe più recondite, trova un felice punto di incontro negli slanci impetuosi e nelle progressioni sferzanti di Balanescu, che in questo contesto esprime appieno il substrato balcanico. Folklore immaginario? Richiami popolari? Certamente anche quelli (specie quando Girotto impugna la quena, il flauto andino), ma incorporati in una dimensione paragonabile – fatte le debite proporzioni – a quella di un Bartók. Kaučič commenta e colora letteralmente applicando alla batteria il suo campionario di oggettistica eterodossa.

East West Daydreams, foto Luca D’Agostino-Phocus Agency

Presso la cantina Ca’ Ronesca di Dolegna del Collio XY Quartet ha presentato brani prevalentemente tratti dal concept album «Orbite», confermando di possedere idee chiare e una forte poetica. Le composizioni sono articolate in moduli spesso basati su strutture polimetriche e dotate di temi sempre ben congegnati nella loro essenzialità. La vitale pulsione ritmica è assicurata da Alessandro Fedrigo con un uso flessibile e funzionale del basso elettrico, grazie all’efficace interazione con il batterista Luca Colussi. Al contralto Nicola Fazzini possiede un eloquio fluente, dal carattere narrativo, sostenuto da un timbro nitido di matrice ornettiana. Al vibrafono Saverio Tasca garantisce un capace supporto armonico ed incisive aperture melodiche, rompendo gli schemi e arricchendo la gamma timbrica.

XY Quartet, foto Alice Durigatto-Phocus Agency

Divenuto ormai gruppo di culto, The Thing applica una logica improvvisativa riconducibile alla free music europea degli anni Settanta ad una dimensione sonora e ritmica che trova equivalenti credibili in certe forme di post punk e hardcore. Certo, come del resto ha confermato il concerto a Vila Vipolže, in tanti anni di lavoro comune il trio scandinavo non ha modificato di una virgola la propria cifra stilistica, optando costantemente per la costruzione di roboanti masse sonore, un’onda d’urto vera e propria. Impegnato nell’occasione al tenore e al contralto, Mats Gustafsson sviluppa possenti spirali e crescendo evidenziando palesi riferimenti ad Albert Ayler, Pharoah Sanders e Peter Brötzmann. Al contrabbasso, ma soprattutto al basso elettrico, Ingebrigt Håker Flaten produce una pulsazione sferzante, violenta, mandando spesso in saturazione gli insiemi. Iconoclasta è il marchio distintivo di Paal Nilssen-Love, batterista capace di creare un’instancabile circolazione di figure ritmiche spezzate, disarticolate, funzionali ad un contesto che però rivela povertà di dinamiche e limitatezza di idee.

The Thing, foto Luca D’Agostino,-Phocus Agency

Da annoverare senz’altro tra i gruppi più interessanti dell’attuale panorama italiano, il quartetto Roots Magic – protagonista di un acclamato concerto alla Tenuta Villanova di Farra d’Isonzo – conduce una brillante operazione di riscoperta ed attualizzazione delle radici blues del jazz, mettendo al tempo stesso in evidenza le sue intime connessioni con certe aree dell’avanguardia afroamericana. Ecco dunque che, senza scarti stilistici o squilibri contenutistici, un gospel blues come Dark Was The Night, Cold Was The Ground (1927) di Blind Willie Johnson può trovare adeguata corrispondenza nell’essenza spiritual di Humility In The Light Of The Creator di Kalaparusha Maurice McIntyre. Oppure, in November Cotton Flower di Marion Brown si possono riscontrare elementi comuni a Down The Dirt Road Blues (1929) di Charlie Patton, tra i massimi esponenti del Delta blues. E ancora Last Kind Words (1930), country blues di Geeshie Wiley, contiene germi della poetica di Ornette Coleman in A Girl Named Rainbow. Senza poi considerare che l’essenza del blues si manifesta anche in Old di Roscoe Mitchell e ancor prima in Call For All Demons di Sun Ra. La musica del quartetto vibra letteralmente grazie al viscerale e costante dialogo tra Alberto Popolla (clarinetti) ed Errico De Fabritiis (contralto, baritono), sostenuti dalla feconda sintonia tra Gianfranco Tedeschi (contrabbasso) e Fabrizio Spera (batteria). Seppur fatta da degli italiani, questa è grande musica nera: Great Black Music!

Enzo Boddi

Roots Magic, foto Fabio Gamba-Phocus Agency