Jazz & Wine of Peace, seconda parte

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David Murray, foto di Luca D'Agostino/Phocus Agency

Varie località del Collio

24-26 ottobre

A parte i concerti serali al Teatro Comunale di Cormòns, Jazz & Wine of Peace si contraddistingue per la scelta di dislocare vari eventi nell’arco della giornata presso cantine, aziende vinicole e ville che sono vere e proprie dimore storiche. Eventi di nicchia, ma scelta indubbiamente vincente per varietà e qualità dei contenuti, corretta proporzione tra presenze di musicisti stranieri e italiani. La sezione internazionale di quest’anno includeva un’ampia rappresentanza di improvvisatori europei, un musicista ormai storico come David Murray ed interessanti esempi di improvvisazione applicata a matrici di estrazione popolare.

Di quest’ultimo approccio è un autorevole esponente Renato Borghetti, fisarmonicista brasiliano originario di Porto Alegre, solista di gaita, una fisarmonica diatonica a bottoni dalle timbriche non dissimili da quelle di un organetto diatonico. Con il proprio quartetto – ospite di Villa Attems, a Lucinico – Borghetti rielabora materiali desunti dalla tradizione dei gauchos del Rio Grande do Sul. Il quartetto opera con grande affiatamento, spiccata attenzione alle combinazioni timbriche e alle dinamiche, freschezza e inventiva nelle improvvisazioni. La cifra del quartetto abbraccia comunque anche altre influenze. Negli impianti ritmico-armonici imbastiti dal pianista Vitor Peixoto si colgono chiare influenze afro-brasiliane. Non a caso, lo stesso Borghetti esegue da par suo un forró, danza tipica del Nordeste nata dall’incontro tra le culture africana ed europea, in cui la fisarmonica occupa il ruolo fondamentale. Nelle tessiture della chitarra di Daniel Sá si individua il lascito di Villa Lobos e delle sue esplorazioni sull’enorme patrimonio popolare del Brasile. Dai ricchi ricami e dalle improvvisazioni, al soprano e al flauto, di Pedro Figueiredo traspare in filigrana l’eredità di un compositore (ed eccellente flautista) quale Pixinguinha.

Il quartetto di Renato Borghetti: – Foto di Luca A. D’Agostino / Phocus Agency

Anch’egli fisarmonicista, con il suo progetto Avant Folk il norvegese Frode Haltli opera un’originale sintesi tra elementi della tradizione popolare, improvvisazione (di matrice anche jazzistica) e ricerca sonora di estrazione classico-contemporanea. Questo si percepisce immediatamente già dalla disposizione dell’ottetto nella splendida cornice architettonica della chiesa dell’Abbazia di Rosazzo. Al centro, nello spazio antistante all’altare, Haltli con Hans Kjorstad al violino ed Erlend Apneseth allo hardingfele, il violino a otto corde tipico della tradizione popolare norvegese. Lungo la navata di destra, e poi liberi di muoversi altrove, il sassofonista (alto e sopranino) Rolf-Erik Nystrøm e la trombettista Hildegunn Øiseth, impegnata anche al bukkehorn, strumento tradizionale ricavato da un corno di montone. Lungo la navata di sinistra il tastierista Ståle Storløkken, seduto al piccolo organo a canne della chiesa, attorniato da Juhani Silvola (chitarra acustica) e Oddrun Lilja Jonsdottir (chitarra elettrica). Una tale disposizione presuppone un elevato grado di ascolto reciproco. Frammenti che evocano melodie popolari traggono origine da una meticolosa stratificazione di cellule letteralmente centellinate e distribuite tra le varie sezioni, con vasta gamma di sfumature timbriche e inserimento di dissonanze. Un approccio decisamente consono alla prassi della musica contemporanea, una sorta di «elogio della lentezza» concepito per cogliere ogni nuance e sviluppare ulteriormente l’interazione. Il movimento tra le navate di Øiseth e Nystrøm (che a tratti suona contemporaneamente i due sassofoni) ha lo scopo di ricercare una dialettica con gli spazi architettonici e l’acustica della chiesa. L’esplosione finale, festosa e liberatoria, dalle tinte quasi rock, è l’atto conclusivo di un processo collettivo di esplorazione.

Frode Haltli Avant Folk – Foto di Luca A. D’Agostino / Phocus Agency

Protagonisti di un duo formatosi l’anno scorso al Brda Contemporary Music Festival di Šmartno, in Slovenia, nella loro performance alla Villa Nachini Cabassi di Corno di Rosazzo Théo Ceccaldi ed Edward Perraud hanno dimostrato di aver affinato il loro fecondo interplay, pur mantenendo il loro proverbiale approccio torrenziale, a tratti furibondo. Nella circostanza i due francesi hanno alternato alcune sezioni più strutturate a generose porzioni di improvvisazione in un flusso continuo, febbrile di idee, con alcuni innesti elettronici ma senza scarti stilistici o cadute di tensione. Dotato di un attacco potente, granitico, di un suono cristallino e di un fraseggio nitido, Ceccaldi si muove su una linea che idealmente congiunge l’eredità del primo Jean-Luc Ponty a Didier Lockwood. Al tempo stesso, strizza intelligentemente l’occhio anche a certi linguaggi contemporanei (non escluso il rock) ampliando la gamma timbrica con l’uso calibrato di alcuni effetti. Perraud funge da interlocutore ideale per l’inesauribile urgenza creativa, caratterizzata da figurazioni frastagliate, mercuriali, da una netta propensione per la ricerca di sfumature coloristiche e da un amplissimo spettro di dinamiche. Un duo che non si adagia certo sul già sentito, né ricorre mai a soluzioni scontate, ma produce ed elabora spunti a getto continuo.

Théo Ceccaldi ed Edward Perraud – Foto di Luca A. D’Agostino / Phocus Agency

La cantina di Ca’ Ronesca, a Dolegna del Collio, ha accolto un altro duo – stavolta austriaco – comprendente due generazioni a confronto: l’82enne pianista Dieter Glawischnig e l’altosassofonista Tanja Feichtmair (classe 1972). Ne scaturisce una dialettica proficua, ricca di efficaci contrasti. Glawischnig è perfettamente a suo agio tanto nelle frequenti sezioni di improvvisazione atonale (in cui distribuisce frammenti, schegge, dissonanze e clusters), quanto in certe parti melodiche e armonicamente capienti. In quei frangenti esprime un lirismo asciutto che contrasta alla perfezione con l’approccio di Feichtmair: spigoloso e spezzettato nel fraseggio (con tratti che alla lontana richiamano Anthony Braxton); vetroso, a tratti acuminato nei timbri; molto espressivo nell’uso efficace dei sovracuti. La contrapposizione e l’interazione si fanno ancora più intense laddove il pianista costruisce fondali basati su arpeggi ripetitivi o capaci impianti armonici, permettendo così al duo di evitare il rischio di cadere anche involontariamente in certi luoghi comuni di un free datato.

Dieter Glawischnig e Tanja Feichtmair – Foto di Luciano Rossetti/Phocus Agency

La 25enne Nubya Garcia è esponente della nuova ondata del jazz inglese, al pari del sassofonista Binker Golding e del tubista Theon Cross, anche loro presenti nel programma del festival (ma che purtroppo non è stato possibile documentare a causa della concomitanza con altri eventi). Di scena col suo quartetto presso la Cantina Produttori di Cormòns, Garcia ha dimostrato di possedere un bel suono e un fraseggio ben articolato al tenore, strutturato su un modello post-coltraniano, con qualche vago riferimento a Joe Henderson. Tuttavia, per quanto piacevoli (e, nel peggiore dei casi, anche innocui), i contenuti palesano una certa mancanza di organicità e povertà di idee. L’eterogenea gamma stilistica comprende una sorta di ska, latin con qualche influenza di Chick Corea, brani modali costruiti sulla scia del tanto pubblicizzato Kamasi Washington. Corretto, ma niente di più, l’apporto di Al Macsween (tastiere), Max Luthert (basso) e Sam Jones (batteria). Purtroppo, si rafforza il sospetto che la tanto decantata new wave del jazz britannico non sia né carne né pesce.

Nubya Garcia – Foto di Luca A. D’Agostino / Phocus Agency

Non sono andate invece deluse le aspettative dettate dall’incontro – avvenuto a Vila Vipolže – tra David Murray e la consolidata ritmica formata dai norvegesi Ingebrigt Håker Flaten (basso) e Paal Nilssen-Love (batteria), del resto adusi al contatto con musicisti della scena di Chicago.  Insieme a Murray i due norvegesi possono esprimere al meglio il lato intimamente jazzistico del loro bagaglio, sciorinando swing e disciplinando il lato iconoclasta che esibiscono in altri contesti, come nel trio The Thing con Mats Gustafsson. In tal modo, Nilssen-Love può diversificare soluzioni ritmiche e dinamiche, dedicandosi anche a coloriture con piccole percussioni. Dal canto suo, Håker Flaten si colloca pienamente sulla linea di grandi contrabbassisti scandinavi come il connazionale Arild Andersen o lo svedese Palle Danielsson per tiro, incisività, profondità della cavata e scioltezza del fraseggio (impressionante un suo assolo che evoca addirittura lo spirito di Charlie Haden). Per quanto abbia superato da tempo la sua stagione creativa, Murray conferma il suo magistero di tenorista dotato di una voce inconfondibile e di un fraseggio che all’occorrenza sa ancora graffiare, oscillando dal retroterra di Ben Webster nei risvolti più intimi e nell’uso del soffiato all’eredità del suo nume tutelare Albert Ayler per le progressioni dinamiche e le impennate sui sovracuti. Come suo costume, Murray non trascura il clarinetto basso, col quale costruisce spirali e figure ritmiche con l’ausilio di suoni stoppati nell’ancia. Né ignora altri aspetti della sua cifra stilistica, come il versante latin (sempre affrontato con tratti spiccatamente afroamericani) o il sostrato del r&b. Ne è prova l’accorata versione di You Make Me Feel (Like A Natural Woman), con evidente riferimento alla sanguigna interpretazione che ne aveva fatto Aretha Franklin. A suo modo, Murray si inserisce ormai nella frangia più avanzata della tradizione jazz.

Paal Nilssen-Love, Foto di Luca D’Agostino/Phocus Agency

Enzo Boddi

(continua)