Jazz & Wine of Peace – seconda parte

Proposte di nicchia e belle sorprese

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Jim Black - Foto Luca A. d’Agostino / Phocus Agency © 2023

Collio, varie sedi

26-29 ottobre

Come di consueto, la XXVI edizione di Jazz & Wine of Peace ha ribadito la propria vocazione di spazio di confronto interculturale. Un fattore del tutto connaturato al territorio del Collio, che accoglie la manifestazione: crocevia naturale di popoli e culture, come del resto tutto il Friuli-Venezia Giulia. Residenze storiche, ville e aziende vinicole finiscono per diventare sedi suggestive per degli eventi a volte perfino più interessanti di quelli di maggior richiamo.
Prendiamo ad esempio il quartetto del bassista Marco Centasso, ospitato il 26 ottobre dalla Cantina Produttori di Cormòns. Centasso ha proposto materiale tratto dal recente «Hidden Rooms» (Parco della Musica). Le stanze nascoste citate dal titolo sono composizioni finemente strutturate, basate ora su figure ritmiche iterative, ora su pedali od ostinato che in alcuni passaggi evocano fugaci richiami al progressive (Henry Cow un possibile riferimento). Prevale dunque una predilezione per una costruzione di stampo quasi cameristico. Fanno eccezione la pulsante Mea Shearim, ispirata a scale della musica ebraica, e alcuni passaggi informali che forniscono ad Alberto Collodel (clarinetto basso) l’estro per delle impennate che rompono gli schemi ritmico-armonici. Completano il quartetto Lorenzo Liuzzi al piano e Massimiliano Trabucco alla batteria.

MARCO CENTASSO Quartet – Foto Luca A. d’Agostino / Phocus Agency © 2023

La mattina del 27 ottobre l’abbazia di Rosazzo è stata teatro dell’esibizione di Rosario Giuliani con il MAC Saxophone Quartet. Sulla scorta di «Miserere» (Parco della Musica) e con il sostegno di un quartetto classico di sassofoni, Giuliani ha compiuto un excursus su un ampio arco temporale della storia della musica italiana. Da Ut queant laxis di Paolo Diacono (VIII secolo) – da cui poi Guido d’Arezzo avrebbe ricavato i nomi delle note – a Una furtiva lagrima, tratta dall’Elisir d’amore di Gaetano Donizetti, il percorso ha toccato tappe fondamentali quali il Laudario di Cortona, l’Agnus Dei di Palestrina, il prologo dall’Orfeo di Monteverdi e l’Inverno da Le quattro stagioni di Vivaldi. Stefano Pecci (soprano), Luis Lanzarini (contralto), Alex Sebastianutto (tenore) e Valentino Funaro (baritono) creano polifonie evocative, nitidi contrappunti, suggestivi impasti ai quali il contralto di Giuliani si contrappone nel tipico schema del canto responsoriale, ricamando fini ornamentazioni e facendo occasionalmente trapelare quel senso del blues del tutto connaturato alla sua indole – qui inevitabilmente e deliberatamente frenata – di solista genuino, generoso e viscerale.

ROSARIO GIULIANI & MAC SAXOPHONE QUARTET “MISERERE”- 
Foto Luca A. d’Agostino / Phocus Agency © 2023

Nel pomeriggio, alla Villa Codelli di Mossa il sestetto austriaco AHL6 – composto da tromba, due sassofoni, chitarra, basso elettrico e batteria – ha indubbiamente messo molta carne al fuoco. In altre parole, la giovane formazione guidata dal batterista Lukas Aichinger attinge a varie fonti: funk, rock, jazz rock, accenni di ska, folk. Così facendo, dimostra però di non aver ancora definito una propria identità. Al contrario, produce un guazzabuglio di idee che raramente trovano uno sviluppo compiuto. Spesso i temi rivelano un disegno decisamente debole e una certa qual fragilità armonica. Né si apprezzano solisti di spessore, eccetto alcuni interventi del tenorista e clarinettista Leonhard Skorupa.

AHL6 – Foto Luca A. d’Agostino / Phocus Agency © 2023

Il 28 ottobre, alla Villa Nachini Cabassi di Corno di Rosazzo, Joel Ross ha dimostrato di essersi meritatamente ritagliato un ruolo di rilievo sulla scena jazzistica attuale. Il vibrafonista – cosa rara al giorno d’oggi – suona con due battenti, alla maniera di Milt Jackson per intenderci. Tuttavia, timbro, pensiero e fraseggio traggono origine dalla lezione di Bobby Hutcherson e spunti dalle esperienze di Steve Nelson, David Friedman e forse anche Bobby Naughton. Peraltro, l’approccio spiccatamente percussivo lo apparenta a Jason Adasiewicz. Con Jeremy Corren (piano), protagonista di alcune efficaci sortite, Kanoa Mendenhall (contrabbasso) e Jeremy Dutton (batteria), Ross passa da fasi informali su tempo libero ai nuclei ritmico-armonici di Evidence di Thelonious Monk per approdare a figure ritmiche ripetitive, ossessive. Oppure, attraverso repentini cambi metrici, oscilla tra funk, up tempo ed echi latini in un’ampia ricognizione nell’universo afroamericano.

JOEL ROSS “GOOD VIBES” – Foto Luca A. d’Agostino / Phocus Agency © 2023

Giornata ricca di sorprese, quella del 29 ottobre. Il primo concerto, alla Tenuta Villanova di Farra d’Isonzo, ha visto protagonista il quartetto Supersense della trombettista canadese Steph Richards, che predilige esplorazioni in territori atonali, con deviazioni verso la modalità, effettuate legando episodi senza soluzione di continuità. I frequenti e capienti pedali di basso di Stomu Takeishi, contrastati con efficacia dal batterista Max Jaffe, e l’approccio essenziale di Joshua White al Fender Rhodes permettono alla trombettista di tracciare percorsi impervi, fatti di frasi tortuose e improvvise impennate, usando sordina, sovracuti, perfino suoni parassiti. Una ricerca che la colloca idealmente su un’ipotetica linea stilistica che congiunge – ovviamente, fatte le debite proporzioni – Bill Dixon a Leo Smith e Don Cherry a Lester Bowie.

STEPH RICHARDS SUPERSENSE -Foto Luca A. d’Agostino / Phocus Agency © 2023

Appena superato il confine italo-sloveno, Vila Vipolže ha accolto una delle più belle proposte (se non addirittura la più bella) di questa edizione: il quartetto Jim & The Schrimps, guidato da Jim Black. Da qualche tempo trasferitosi a Berlino, il batterista ha radunato tre giovanissimi talenti, la cui età oscilla tra i 21 e i 24 anni: il danese Asger Nilssen (alto), e i tedeschi Julius Gawlik (tenore) e Felix Henkelhausen (contrabbasso). Come documenta il recentissimo «Ain’t No Saint» (Intakt), questo singolare quartetto produce una musica materica, fortemente connotata, che si sviluppa gradualmente da aree informali (a tratti reminiscenti delle avanguardie tedesche degli anni Settanta) assumendo via via un carattere sempre più multiforme, anche in virtù dei cambi di metro ed atmosfera impressi dal leader. Oltre al consolidato magistero di Black, fonte di continue invenzioni, stupiscono la disinibizione e il fuoco creativo dei giovani colleghi. In particolare, si segnalano Gawlik e Nilssen per il dirompente e viscerale impatto delle rispettive voci, la fertile inventiva, i continui e infuocati scambi, e la capacità di dosare le dinamiche.

JIM & THE SCHRIMPS – Foto Luca A. d’Agostino / Phocus Agency © 2023

«Post Atomic Zep» (doKumenta Music) è il nuovo album di Francesco Bearzatti, realizzato con Danilo Gallo al basso elettrico e Stefano Tamborrino alla batteria. La verifica dal vivo presso l’Azienda Agricola Gradis’ciutta di Giasbana non ha aggiunto praticamente nulla rispetto al disco. In altre parole, da musicisti della levatura di Bearzatti e compagni era lecito aspettarsi approfondimenti e sviluppi scaturiti dal tessuto di alcuni brani storici dei Led Zeppelin. In particolare, Dazed And Confused e Black Dog possiedono un impianto blues (il secondo addirittura propone uno schema di call and response, chiamata e risposta) suscettibile di ulteriori analisi. Invece, nella circostanza – così come nel caso di Moby Dick, Heartbreaker e Stairway To Heaven – si è assistito a delle riproduzioni fin troppo fedeli agli originali, con Bearzatti che spesso utilizzava l’elettrificazione e la distorsione, snaturando il suono del tenore e riprendendo gli assolo di Jimmy Page. Un gioco divertente per tutti coloro che, come chi scrive, amano i Led Zeppelin, ma niente di più.

FRANCESCO BEARZATTI Plays LED ZEPPELIN ” POST ATOMIC ZEP” – Foto Luca A. d’Agostino / Phocus Agency © 2023

Meno coraggiosa delle precedenti, ma comunque apprezzabile dal punto di vista dei contenuti, la XXVI edizione di Jazz & Wine of Peace si è conclusa con un bilancio complessivamente positivo sul piano artistico e addirittura lusinghiero in termini di pubblico: 6000 presenze, anche in virtù della massiccia affluenza di spettatori austriaci. Confermata pienamente la vocazione di festival transfrontaliero, gli esponenti del Circolo Controtempo hanno giustamente voluto sottolineare la natura della manifestazione come occasione di incontro, confronto e scambio. Con l’auspicio – mai così attuale – che la parola pace, già insita nella denominazione, possa tradursi presto in realtà.
Enzo Boddi