Jazz & Wine of Peace (prima parte)

92
Il quintetto di Michel Portal - Foto di Luca Valenta / Phocus Agency

Cormòns, Teatro Comunale

19-23 ottobre

Venticinque anni di vita costituiscono un traguardo lusinghiero per un festival come Jazz & Wine of Peace, animato dal Circolo Controtempo di Cormòns e profondamente radicato nel territorio del Collio. Nel pieno rispetto della tradizione di una zona storicamente distintasi come incrocio di popoli e culture, anche quest’anno il festival friulano ha messo in mostra una moltitudine di eventi e una molteplicità di tendenze che contraddistinguono e alimentano gli odierni linguaggi di derivazione e contiguità jazzistica. Inoltre, bisogna sottolineare come questa 25esima edizione fosse idealmente dedicata a Claudio Corrà, ex presidente di Controtempo, e a Fulvio Coceani, storico membro fondatore e motore dell’associazione. Entrambi sono scomparsi improvvisamente: il primo alla fine di ottobre 2021, il secondo poche settimane fa. Un altro pensiero affettuoso è stato poi rivolto a Paolo Burato, video operatore e collaboratore di vecchia data, morto l’anno scorso proprio durante lo svolgimento del festival. Puntare sulla qualità è sempre stata la prerogativa di Controtempo e anche quest’anno le scelte sono state premiate da un’ampia partecipazione di pubblico, composto per un buon 50% da austriaci, che ha seguito con grande coinvolgimento e genuina passione i numerosi eventi in cartellone, come sempre distribuiti su tutto il territorio del Collio, con un paio di proverbiali sconfinamenti in Slovenia.

Per la prima parte di questo contributo è opportuno concentrarsi sui concerti serali ospitati al Teatro Comunale di Cormòns. Era giusto, quasi inevitabile, che il festival dedicasse un tributo a Charles Mingus nel centenario della nascita. A questo scopo, secondo una filosofia cara alla direzione artistica, sono stati coinvolti dei valorosi musicisti friulani per un doppio set introduttivo.

Daniele D’Agaro & Alessandro Turchet – Foto di Luca D’Agostino/Phocus Agency

«Mingus Fingers», appena pubblicato da ArteSuono, è un ambizioso progetto ideato dal sassofonista Daniele D’Agaro e dal contrabbassista Alessandro Turchet. Sulla carta affrontare in duo temi come Self Portrait In Three Colours, Orange Was The Colour Of Her Dress, Sue’s Changes, Duke Ellington’s Sound Of Love, Fables Of Faubus poteva comportare non pochi rischi, superati però felicemente. Per l’occasione D’Agaro, tenorista e clarinettista di comprovata perizia, ha arricchito la gamma timbrica sfoggiando una vasta gamma di ance: clarinetto in Si bemolle e clarinetto basso; sax tenore, baritono, alto e soprano. Con il pizzicato asciutto e le arcate avvolgenti di Turchet D’Agaro ha intessuto un dialogo fitto e ricco di interessanti spunti melodici e timbrici. Così facendo, il duo ha estratto l’essenza delle composizioni mingusiane, trasportandole in una dimensione europea ma rispettandone al tempo stesso lo spirito.

«Viceversa» è frutto di un’iniziativa condotta dal contrabbassista Giovanni Maier insieme a tre suoi allievi del dipartimento jazz del Conservatorio «Giuseppe Tartini». Coadiuvato dall’esperto trombettista Flavio Davanzo e affiancato dal batterista Francesco Vattovaz, Maier ha realizzato degli arrangiamenti cui hanno contribuito anche il trombonista Riccardo Pitacco e il chitarrista Gabriele De Leporini. Il lavoro del quintetto privilegia gli insiemi, i passaggi collettivi, gli impasti timbrici e la distribuzione accurata delle voci (con particolare rilievo per tromba e trombone). Caratteristiche immediatamente emerse dal denso medley Monk, Bunk And Viceversa-What Love-Nobody Knows (The Bradley I Know) e poi confermate in altre modalità da Sue’s Changes e The Dry Cleaner From Des Moines. Criteri e procedimenti che sono riusciti a sviscerare in forma essenziale alcuni tratti distintivi della poetica di Mingus: l’amore per Ellington, il senso orchestrale, il retroterra blues e i richiami a gospel e spirituals.


Viceversa – Foto di Luciano Rossetti / Phocus Agency

A 87 anni Michel Portal sfoggia ancora un invidiabile estro creativo e una rigorosa gestione delle partiture e dei processi improvvisativi del quintetto con cui due anni fa aveva inciso «MP85». Da questo lavoro era infatti tratto il repertorio eseguito nella circostanza. In alcune composizioni di Portal (qui impegnato quasi esclusivamente al clarinetto basso) come African Wind, Desertown e Mister Pharmacy spiccano il fine ordito tematico, i densi contrappunti con il trombone di Nils Wogram e la ricchezza degli impasti timbrici. Il disegno della struggente melodia di Armenia è affidato all’interazione tra clarinetto basso, trombone e il piano di Bojan Z. Quest’ultimo è autore di Full Half Moon, in cui affiorano le sue radici balcaniche in virtù di un’articolazione ritmica basata su tempi dispari. Wogram si conferma trombonista provetto, degno continuatore di Albert Mangelsdorff per spessore timbrico e fluidità di fraseggio, valorizzati appieno nella propria Split The Difference. La ritmica è sostenuta da un autentico fuoriclasse come il contrabbassista Bruno Chevillon, depositario di un fraseggio plastico e fluido al tempo stesso, e di una sensibilità melodica tanto asciutta quanto pregnante. A completare l’impianto ritmico provvede il batterista belga Lander Gyselinck, dotato di grande capacità di ascolto, sempre pronto a raccogliere suggerimenti e rilanciarli.

Michel Portal – Foto di Luca d’Agostino / Phocus Agency

Convocati solo il giorno prima in sostituzione dell’annunciato duo Binker & Moses, impossibilitati ad arrivare a causa dello sciopero dei controllori di volo, Hamid Drake e Pasquale Mirra – forti di un’intesa cementata negli anni – hanno riproposto con freschezza e inventiva il loro campionario caleidoscopico di colori, suggestioni e influenze culturali. Il batterista costruisce un impianto poliritmico fatto di figurazioni mai uguali e contraddistinto da dinamiche sottili e variegate, confermando che il suo stile possiede radici nobilissime (Ed Blackwell in primis). Quando imbraccia il tamburo a cornice per accompagnare un canto ancestrale, affiorano elementi del portato africano del tutto connaturato al substrato della natia Louisiana. Per parte sua, il vibrafonista è prodigo di originali soluzioni timbriche e di aperture che, grazie alla fertile vena improvvisativa, sparigliano le carte e ampliano l’orizzonte delle esecuzioni. Nella poetica del duo prevalgono la ricerca sul suono e sul colore, nonché l’impronta di uno spirito libero quale Don Cherry, per entrambi i musicisti fonte inesauribile di ispirazione.

Hamid Drake & Pasquale Mirra – Foto di Luca d’Agostino / Phocus Agency

A un anno di distanza dello strepitoso concerto di chiusura tenuto con il trio Rymden (insieme a Dan Berglund e Magnus Öström), il pianista norvegese Bugge Wesseltoft è ritornato a Cormòns in compagnia dello specialista di elettronica Henrik Schwarz, col quale aveva inciso «Duo» (2011). Un duo del tutto anomalo, specie se si pretende di applicare dei parametri jazzistici. La collaborazione con Schwarz riflette infatti da un lato l’estrazione classica di Wesseltoft, pianista dal tocco sopraffino; dall’altro, la sua propensione per l’elettronica già manifestatasi nel 1997 con «New Conception Of Jazz». L’interazione tra pianoforte, laptop, campionamenti e ritmi elettronici può destare delle giustificate perplessità, in particolare laddove lo strumento acustico è costretto ad agire su delle basi ritmiche ripetitive fino alla monotonia. Invece, nei frangenti in cui è impiegata in modo funzionale a una reale dialettica, l’elettronica produce interessanti contrasti e talvolta perfino suggestivi impasti timbrici. Pur nella sua discutibile impostazione, il concerto di Wesseltoft e Schwarz ribadisce la visione aperta e lungimirante di molti musicisti scandinavi.

Bugge Wesseltoft & Henrik Schwarz – Foto di Luca d’Agostino / Phocus Agency

Per il concerto conclusivo del festival il chitarrista Julian Lage si è presentato in duo con il contrabbassista Jorge Roeder, complice l’assenza per indisposizione del batterista Eric Doob. Lage ha dovuto quindi reimpostare la propria esibizione, dando la priorità alle mezze tinte e al dialogo serrato con Roeder. Di per sé il chitarrista, a dispetto dell’ancor giovane età (35 anni ancora da compiere), non utilizza né effetti particolari, né distorsioni. Al contrario, possiede un suono e un fraseggio pulitissimi che sotto certi aspetti lo collocano sulla scia di un maestro indiscusso come Jim Hall. Dal punto di vista compositivo ed esecutivo Lage evidenzia una predilezione per temi semplici, a tratti cantabili, ma armonicamente tutt’altro che banali, da cui trapelano – oltre alla conoscenza della tradizione jazzistica – l’amore per il blues e la popular song. Lage è musicista americano fino al midollo, attento e discreto interprete del suo tempo.

Julian Lage & Jorge Roeder – Foto di Luca d’Agostino / Phocus Agency

 

 

Enzo Boddi                                                                                 (continua)