JAZZ & WINE OF PEACE FESTIVAL

77

25-27 ottobre, Cormons e località limitrofe

L’edizione 2013 del festival prevedeva numerosi concerti nelle cantine della zona, come l’azienda Borgo San Daniele che, venerdì pomeriggio, ha ospitato l’interessante Zvuk Quartet: sole ance (in evidenza Piero Bittolo Bon e Luciano Caruso) che hanno smontato e rimontato in fogge nuove il repertorio di Monk alternando citazioni e spazi interstiziali di espressività, parti originali e momenti di libera interazione. L’operazione è personale ma a questo stadio del suo sviluppo è parsa ripetersi un po’.

Al Teatro Comunale tutto esaurito per il concerto di Mike Stern, concentrato di molte influenze – rock, blues, fusion, tradizione jazzistica – ma piuttosto prevedibile e privo di sapori autentici, se non l’indiscutibile genuinità del protagonista: grande dinamismo e modeste sfumature; partner bravi ma privi di spazi espressivi, per l’entusiasmo di un pubblico significativamente composito.

Di ben altro tenore il concerto di sabato mattina a Nova Gorica, con il quartetto di Joe Fonda e Michael Jefry Stevens: composizioni complesse e strutturate, solisti costantemente impegnati nella ricerca di suoni e soluzioni inattese (notevole Herb Robertson alla tromba), incredibile varietà di temi e atmosfere – dal free allo standard – interplay magistrale, costante e inesausta improvvisazione. Jazz di livello assoluto e di fenomenale coinvolgimento.

Nel pomeriggio, presso l’azienda Polje, il 4tet Buenos Aires di Heiri Känzig ha sintetizzato ispirazioni argentine e cultura europea in modo godibile e alla fine anche molto personale. Protagonisti di spessore; su tutti Matthieu Michel, il cui flicorno richiamava Kenny Wheeler.

Molto atteso, la sera in teatro, il quartetto Snakeoil di Tim Berne, caratterizzato da una fitta scrittura che ha quasi esaurito gli spazi delle ance del leader e di Oscar Noriega, lasciando più liberi il pianista Matt Mitchell e il batterista Ches Smith. Proprio questi hanno di fatto animato un concerto cameristico a momenti entusiasmante ma piuttosto freddo, dal corto respiro nelle linee dei fiati, estremizzato nel lavoro d’insieme e – soprattutto – poco improvvisato. Certo non musica banale ma appare l’ennesima promessa non mantenuta di uno dei musicisti comunque più interessanti della scena internazionale.

Meno pretese ma forse più risultati domenica mattina all’azienda Villanova, con il sassofonista tedesco Klaus Gesing: un solo per ance (sax soprano e clarinetto basso) che sviluppava la lezione di Surman grazie ad apparecchiature elettroniche live quasi fantascientifiche. In scaletta gregoriani del Cinquecento, brani popolari, composizioni originali. Lirismo, bei suoni, forse poco dinamismo; certo uno spettacolo originale e comunicativo.

Nel pomeriggio, alla cantina Keber, di scena il quintetto scandinavo Atomic: il concerto intenso, dalla dinamica a momenti strabordante, senza pause e fortemente coinvolgente, vedeva centrali i due fiati – Fredrik Ljungkvist, sax tenore e clarinetto, e Magnus Broo, tromba – nell’interpretare vulcanici e tesissimi assoli, con il pianista Håvard Wiik a dettare la direzione del suono e il batterista Paal Nilssen-Love e il contrabbassista Ingebrigt Håker Flaten a tenerne alto il livello ritmico. Da osservare comunque come il carattere atomico della proposta si stemperasse spesso in atmosfere più rarefatte e cameristiche. Grande concerto: con quello di Fonda e Stevens il vertice del festival.

Finale in teatro con il quartetto di Joshua Redman: grande tecnica e sicura conoscenza della tradizione tanto per il leader quanto per i tre compagni ma al tempo stesso prevedibilità totale, per la gioia di chi sul jazz la pensi come Wynton Marsalis ma non altrettanto di chi vi ricerchi innovazione. Il jazz è molte cose ed è giusto che un festival si apra quanto più possibile in molteplici direzioni. Non tutti lo fanno ed è una fortuna che ci sia ancora chi invece ci riesce.

N Pollastri