Jazz & Cinema: il cinema polar, la gloria nella sconfitta

Dopo la recente uscita di «Chabrol Noir», il nuovo cd di Ran Blake dedicato al grande regista francese, ripercorriamo le vicende del polar

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36 Quai des Orfèvres (2004) Il capolavoro del nuovo polar, il poliziesco made in France che ha trovato negli anni Duemila in Olivier Marchal, già scrittore e ancora prima poliziotto
Locandina di Bob le Flambeur (1956) un film di Jean-Pierre Melville

Qualche anno fa, quando iniziavo a cibarmi di cinema – tempi duri e meravigliosi in cui vedevo fino a quattro, cinque pellicole al giorno – mi imbattei per caso nel film di Neil Jordan Triplo gioco, in cui un crepuscolare Nick Nolte, al limite delle risorse psicofisiche, si trascina in una storia di furti, alcool e tradimenti. Fu amore a prima vista. Non tanto per la storia in sé, una trama che sapeva di già visto o di già letto in decine di film e romanzi che mi erano capitati sottomano, quanto per il mood fumoso e disperato che sortiva dalla pellicola. Scoprii poco tempo dopo che il film era soltanto il remake di un classico del polar, ovvero Bob le flambeur. Sapete com’è, da giovani siamo delle spugne, e provate a immaginare l’effetto che mi fecero il naso rotto e la faccia da impunito di Jean Paul Belmondo. Ça va sans dire, fu amore a prima vista.
È del tutto impossibile guardare al polar – commistione tra i termini policière e noir – da cinici osservatori. Non è il modo corretto di affrontare un filone, che sarebbe riduttivo liquidare citando i film che lo compongono. Il polar è quella sensazione molto simile allo spleen descritto da Charles Baudelaire, che si respira quando si ha la netta sensazione di essere in fuga, da qualcosa o da qualcuno, e davanti agli occhi non si vede altro che un muro (o una bottiglia di whisky). La galleria dei volti del filone è irresistibile. Oltre al già citato Belmondo, sul quale torneremo, esiste un altro mito collettivo, un James Dean dal ghigno diabolico e dalla mira infallibile: Alain Delon. Poche facce come la sua hanno lasciato una traccia indelebile nella storia del cinema: affascinante, guascone quanto basta, glaciale all’occorrenza, elegante. Se Julio Iglesias si è mai ispirato a qualcuno nel cantare Sono un pirata, sono un signore, il primo indiziato è proprio Delon.

Ma cos’è essenzialmente il polar? C’è una raccolta di incisioni di Dizzy Gillespie dal titolo «Cognac Blues» che mi ha sempre fatto pensare alla Marsiglia dei duri, della corruzione, di quel mare nero e imperturbabile che decine di volte appare nelle pellicole del nostro filone. Già, perché se volessi fare un discorso accademico dovrei descrivere l’humus in cui nasce il genere, le sue origine storiche. Magari vi annoierei ricordando che già nel 1942 Georges Clouzot, con L’assassino abita al 21, ne aveva delineato i tratti seppur per sommi capi, e potrei sembrare un esperto vero e proprio se, a questo punto, citassi Legittima difesa del 1947 che, pur strizzando l’occhio alle produzioni statunitensi, è sicuramente ascrivibile ad antesignano del genere. Di certo il polar deve molto alla letteratura poliziesca americana, ed è innegabile che molti registi appartenuti al genere si siano cibati per anni di pane e volumi della Série Noire, ma legare a tutto questo il successo del fenomeno sarebbe oltremodo errato. Mentre nel noir, e soprattutto nell’hard-boiled americano, abbiamo un protagonista assai tipizzato e di stampo cavalleresco, nel polar – che pure nasce in Francia, patria della chanson de geste – nessuno dei personaggi che si muovono sullo sfondo ha una connotazione chiara. I protagonisti del cinema poliziesco francese sono individui borderline, dietro i quali non c’è la volontà chiara di schierarsi in maniera stabile dall’una o dall’altra parte; vengono solo spinti dalla corrente e dalle situazioni, sono vittime di una sorta di anomia nell’accezione teorizzata da Durkheim.

Parallelamente al cinema poliziesco, la letteratura francofona ha avuto un forte influsso sull’approccio dei cineasti del polar. Sebbene, infatti, sia quasi automatico legare il nome di Georges Simenon alla letteratura di genere d’Oltralpe, in questo caso nomi quali Albert Simonin, Auguste Le Breton, e più in là, Jean-Patrick Manchette, sono le chiavi per identificare gli stilemi principali del filone. Certo, il Simenon di Passeggero clandestino, Il cargo o Il segretario – romanzi che non vedono protagonista Maigret – sarebbe ben ascrivibile al genere, ma opere come Grisbi di Simonin, filmato nel 1952 da Jacques Becker o Rififi di Le Breton, portato sullo schermo nel 1954 da Jules Dassin, sono le pietre angolari che permetteranno la nascita dell’intero filone.

Sul finire degli anni Cinquanta la Francia entra in quella che i critici definiscono Nouvelle Vague, un movimento sulla carta lontanissimo dal noir ma che, grazie alla sensibilità dei suoi interpreti, riesce a fondersi con esso alla perfezione, toccando vette altissime con Fino all’ultimo respiro (1959; il più celebre) e Bande à part di Jean-Luc Godard; Ascensore per il patibolo (1957) di Louis Malle e A doppia mandata (1958) di Claude Chabrol.
Il polar esce più maturo dalla parentesi della Nouvelle Vague. I suoi caratteri sono ancor più sottili, certe sbavature e americanismi si sono smussati e con Delitto in pieno sole di Renè Clement – tratto da un romanzo di Patricia Highsmith – la crescita è tangibile. A livello attoriale, certe sfumature sono curate nei minimi dettagli, mentre i registi prestano attenzione alla scenografia come se recitasse anch’essa. Alla stregua del realismo americano, la natura circostante abbraccia e a volte inghiotte i personaggi che la popolano. Ma il 1959 resta l’anno di svolta, con l’irruzione del regista che più di tutti ha influenzato il genere: Jean Pierre Melville. Scottato dal suo esordio, Le silence de la mer (1947), film drammatico-esistenzialista, propone alla seconda regia una sorta di prova d’orchestra. Amante del noir americano, Melville ambienta Le jene del quarto potere a Manhattan, confezionando un tipico esempio di instant-movie non certo al livello della sua successiva produzione. E, parallelamente alla pellicola di Melville, anche un regista come Claude Sautet si affaccia al genere con quello che molti definiscono il suo capolavoro: Asfalto che scotta.

Gli anni Sessanta sono quelli della consacrazione definitiva. Il pubblico, prima restio al filone, viene conquistato definitivamente non solo dalle vicende ma anche dal fascino irresistibile degli interpreti. Lo spione (1962) vede Serge Reggiani e Jean Paul Belmondo nelle vesti di due eroi shakespeariani, perdenti fin dal principio, disperati, senza redenzione: due emblemi del polar. L’incontro tra Melville e Josè Giovanni, sceneggiatore, regista e profondo conoscitore del milieu, porta all’uscita di Tutte le ore feriscono… L’ultima uccide, stralcio di vita criminale che vede protagonista Lino Ventura, uno dei volti più rappresentativi del genere. Frank Costello faccia d’angelo ovvero Le Samourai (1967) vede uno straordinario Alain Delon, nelle vesti di un killer tradito dal suo giro e in cerca di vendetta. L’irruzione di Delon nel genere, guidato dalla mano di Melville, segna un passaggio importante. Delon assurgerà, come Belmondo, a icona del polar, partecipando a gran parte delle produzioni dell’epoca.

Locandina di Il clan dei siciliani di Henri Verneuil (1969)

Contrariamente a ciò che avviene in Italia con Maurizio Merli, Luc Merenda e Franco Gasparri, il divismo in Francia non cannibalizza la figura dell’attore, che riesce a mantenere viva una propria indipendenza dal personaggio. Delon e Belmondo, infatti, vengono ricordati ancora come attori tout-court, non come semplici interpreti di un fenomeno passeggero. Ultimo domicilio conosciuto di Josè Giovanni, L’assassino ha le ore contate di Boisset, L’uomo venuto dalla pioggia di René Clement del 1969 e Il clan dei siciliani di Henri Verneuil sono le pellicole che meritano attenzione e che riescono a elevarsi dall’ormai incessante produzione del periodo. Merita una citazione a parte La piscina di Jacques Deray, commedia erotico-noir con un Delon mattatore assoluto tra Romy Schneider e Jane Birkin. Gli anni Settanta si aprono invece con uno dei film più celebri del genere, I senza nome. Alain Delon, Yves Montand e uno straordinario Gian Maria Volontè sono i protagonisti di una serrata caccia all›uomo in pieno stille melvilliano. Diverso dai lavori precedenti del regista è Notte sulla città, in cui l’ormai «feticcio» Delon veste i panni di un malinconico commissario di polizia. Questo sarà anche l’ultimo film di Melville, che scompare nel 1973.

“Noir c’est noir, il n’y a plus d’historie” Johnny Halliday

Interrompiamo questo elenco di pellicole di rara bellezza per tornare a parlare di volti. Fisiognomicamente parlando, gli interpreti del polar hanno più di un tratto in comune. Se, da un lato abbiamo il volto segnato e dai lineamenti vagamente tumefatti di Belmondo, dall’altro abbiamo un uomo «bello» come Delon (nell’accezione dionisiaca del termine) che riesce sempre a celare inconfessabili segreti, passati torbidi, futuri incerti. Importantissimi poi, tutti i caratteristi in scena. Maschere dai lineamenti particolari, scelte registiche curate nei minimi dettagli. A fare da contorno c’è la cura per l’abbigliamento, finto-trasandato, bohémien oppure al limite del dandy e ci sono le musiche, che oltre al jazz presentano un uso smodato di armoniche e fisarmoniche, tipiche di alcune ambientazioni.

Locandina di Borsalino

La morte di Melville non chiude il filone. Anzi, una grandinata di titoli è pronta a sgomitare per un posto nell’olimpo del cinema. L’uomo venuto da Chicago (1970), Il cadavere del mio nemico (1976) e Il fascino del delitto (1979, da un romanzo di Jim Thompson), gli ultimi due firmati da Alain Corneau, aprono e chiudono idealmente gli anni Settanta, periodo in cui il polar risente in maniera quasi abnorme dei fermenti politici in atto e durante il quale la commistione dei generi poliziesco-politico la fa da padrone. Pellicole da ricordare sono Borsalino del 1970, che vede spalla a spalla i due giganti Delon e Belmondo, Flic story del 1975 e Due contro la città (1973), con il duo Alain Delon-Jean Gabin. Gli anni Ottanta sono un periodo di magra per il cinema di genere soprattutto in Italia, dove le tv private affossano i pochi artigiani in attività, e negli Stati Uniti, dove tra alti e bassi il noir non sa più offrire esiti brillanti come nell’epoca d’oro.
La Francia continua, malgrado tutto, a conservare uno standard di buona qualità, pescando a piene mani dalla scuola del noir anglosassone. Nel 1981 escono Guardato a vista di Claude Miller, Per la pelle di un poliziotto e Colpo di spugna – tratto dal capolavoro Pop. 1280 di Jim Thompson – mentre nel 1983 Lo specchio del desiderio – dal libro di David Goodis – vede protagonista Gerard Depardieu, viso spigoloso e burbero, assunto a nuovo volto del polar. Codice d’onore di Corneau, del 1981, lo aveva visto muoversi agilmente accompagnato da Yves Montand e Catherine Deneuve, la dark lady del genere. La sua fortuna proseguirà tramite la collaborazione con Truffaut nella Signora della porta accanto.

Alla fine degli anni Ottanta sembra esaurirsi anche il fenomeno del polar: il pubblico non è più attratto da quelle tematiche e i grandi maestri sono concentrati su altri generi. Pian piano tutti fuggono dalla nave che affonda, e pellicole come Il buio nella mente del 1995 non bastano a ravvivare l’interesse ormai sopito. Ma dopo un lungo periodo di silenzio, oltre vent’anni, è un ex commissario di polizia, Olivier Marchal, che aveva esordito con Gangster, a saltar fuori con un noir di insolito pregio: 36 Quai des Orfèvres (2004), interpretato dall’indomito Depardieu e da un attore di recente fama, Daniel Auteil. Il film riesce nell’impresa apparentemente impossibile di rinvigorire un genere dato ormai per defunto, mescolando con bravura la lezione del cinema d’azione americano con la tradizione polar. Il risultato è di grande fascino: il successo di Marchal rilancia anche il genere in Francia e all’estero. In Asia, registi come Johnnie To riscoprono antiche passioni e rielaborano il cinema dei grandi del passato: Vendicami, con il divo francese Johnny Hallyday, ne è un esempio e in Europa, sulla scia del successo ottenuto da Marchal (che replicherà con MR73) altri registi francofoni firmano piccoli capolavori del genere, come il belga Truands (2007) o L’immortale (2011) di Richard Berry.

Dario PM Geraci

Locandina di 36 Quai des Orfèvres di Olivier Marchal (2004)