JASON MORAN & ROBERT GLASPER ad “APERITIVO IN CONCERTO”: MILANO, 16 NOVEMBRE

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Peccato che i musicisti non abbiano quasi mai annunciato i brani del concerto, se non nel caso di My Block del rapper Scarface – derivato peraltro da Be Real Black For Me di Donny Hathaway e Roberta Flack e presentato abbastanza ironicamente come “il pezzo di un compositore nostro concittadino” (anche Scarface, introdotto da Moran e Glasper col suo vero nome di Brad Terrence Jordan, è nativo di Houston come i due pianisti) – e del lungo brano iniziale, una complessa e visionaria medley tra Easy Rider Blues e Boogie Woogie Stomp, incise nel 1939 da uno dei primi duo pianistici della storia del jazz, quello di Albert Ammons e Meade Lux Lewis.

Peccato, sì, perché se i due giovanotti avessero fatto notare la vastità del loro repertorio, che ha spaziato – perlomeno riguardo ai brani che abbiamo riconosciuto noi, ma c’era anche altro – da Maiden Voyage di Herbie Hancock (che a un certo punto si trasformava in Think Of One di Thelonious Monk) a I Can’t Make You Love Me di Bonnie Raitt passando per Yes, I Am Country (And That’s OK) dello stesso Glasper e un geniale brano stride eseguito dal solo Moran, il folto pubblico del Manzoni avrebbe ancor più potuto apprezzare l’operazione multistilistica di Moran e Glasper, che affrontano uno dei grandi problemi irrisolti del jazz, il duo pianistico, e ne escono vincitori grazie a una formidabile concentrazione e a un grande senso della forma complessiva del concerto.

Winter Jazzfest 10, New York City, January 7-11, 2014

Il rischio di questa formula, e c’è la storia del jazz a dimostrarlo, è quello di seppellire l’ignaro ascoltatore sotto una valanga di note spesso suonate con poco discernimento e costrutto, in una gara di virtuosismo che finisce quasi sempre per lasciare estenuato il pubblico. Stavolta non è andata così, malgrado i due quarantenni texani siano entrambi in possesso di una tecnica superiore: più fluida e levigata quella di Glasper (che, oltre al suo adorato Herbie Hancock, qua e là ha mostrato forse inconsciamente di aver ascoltato la sua bella dose di Oscar Peterson e, più prevedibilmente, di Ahmad Jamal), più legata alla discendenza Fats Waller-James P. Johnson-Ellington-Monk-Herbie Nichols quella di Moran, che rivela anche un’ampia conoscenza delle sorprendenti possibilità del piano preparato, trasformandolo spesso in puro strumento a percussione.

Un gran bel concerto, insomma: novanta minuti trascorsi in un batter d’occhio, con pochissime concessioni alla platea anche nei momenti più virtuosistici e spettacolari, e una notevole lezione di tecnica e intelligenza che ha fatto capire, più di mille parole e altrettanti articoli, l’inesausta capacità della nostra musica “di appropriarsi di qualunque materiale musicale e farlo diventare jazz”, come già sosteneva Boris Vian più di sessanta anni fa. Chissà cosa avrebbe detto oggi.

L Conti