Jane Bunnett & Maqueque: il latin jazz è donna

di Gian Franco Grilli

75
Jane Bunnett & Maqueque (foto di Emma-Lee)
Jane Bunnett & Maqueque (foto di Emma-Lee)

Dopo una lunga carriera al fianco di Don Pullen, Dewey Redman e Stanley Cowell, la sopranista canadese Jane Bunnett ha fondato un gruppo di Afro-Cuban jazz tutto al femminile che si sta imponendo nel panorama internazionale.

Tutti sanno che Dizzy Gillespie, Charlie Haden e Ry Cooder sono i musicisti che più di altri hanno favorito, negli ultimi quarant’anni, la diffusione di massa della musica e degli artisti cubani, alcuni dei quali – Chucho Valdés, Gonzalo Rubalcaba, Paquito D’Rivera, Arturo Sandoval – sono oggi delle star mondiali. Ma pochi, tranne i frequentatori più attenti delle musiche afro-latine, conoscono una jazzista che, senza tanto clamore, nell’ultimo quarto di secolo è andata alla scoperta di ritmi e musicisti cubani e che, via via, si è incuriosita anche di canti e balli, del loro accompagnamento strumentale, dei colpi di tamburo necessari per evocare gli orisha (semidivinità) del pantheon della Santería cubana (uno dei culti magico-religiosi afro-americani, come anche il candomblé brasiliano e il vodu haitiano, nati dall’amalgama tra le religioni degli schiavi africani deportati nelle Americhe e il cattolicesimo dei coloni bianchi), degli apporti africani di origine yoruba, bantú, arará, carabalí, con caratteri spesso ben riconoscibili nei progetti di alcuni jazzisti cubani delle ultime generazioni. Tutto questo per presentarvi la sopranista, flautista e compositrice canadese Jane Bunnett, vincitrice di quattro Juno Award (il Grammy canadese), e tre volte nominata ai Grammy USA, che – dopo essere rimasta folgorata col marito trombettista Larry Cramer dalle melodie e dai ritmi afrocubani durante una casuale vacanza a Santiago de Cuba – sposò il jazz afro-cubano incidendo «Spirit of Havana» nel 1992. Da quell’interscambio culturale e dal relativo progetto discografico Jane iniziò a sostenere talentuosi ma sconosciuti, jazzisti dell’Isla Grande accompagnandoli concretamente anche nei dettagli extramusicali verso i riflettori del panorama jazz internazionale. Tra questi, e in tempi diversi solo per citarne alcuni, Hilario Durán, Yosvany Terry, Pedrito Martínez, David Virelles e Dafnis Prieto. Adesso Jane si muove con Maqueque, cinque musiciste cubane sulla ventina, riunite grazie all’aiuto della cantante avanera Daymé Arocena al fine di riscattare la donna cubana nel jazz. Jane, nata a Toronto e fresca sessantenne, possiede un grado di maqueque (termine che indica uno spirito energico e giovanile) così elevato da farle tener testa alle sue compagne di viaggio, piene di vitalità caraibica e musicalità impressionanti. Questo progetto al femminile lotta da un paio di anni con vigore per esibirsi nei più importanti festival e teatri mondiali, e la testardaggine l’ha avuta vinta. Da non molto è uscito il secondo album del gruppo, «Oddara», entrato nella rosa dei finalisti ai Grammy Awards come miglior album di Latin jazz, e proprio da questo risultato abbiamo preso spunto per ripercorrere la vicenda musicale della bandleader, «ambasciatrice canadese» del jazz afro-cubano. Jane è una veterana del jazz tout court ma resta misteriosamente sconosciuta dalle nostre parti.

Jane, se non sbaglio hai suonato pochissimo in Italia, e poiché il tuo nome è conosciuto soprattutto dagli appassionati più attenti di Latin jazz, cominciamo con un tuo breve profilo?
Hai perfettamente ragione. La prima e unica volta che ho suonato in Italia è stato nel 1993 a Milano con il mio quintetto: avevo come ospite la batterista Cindy Blackman. Ovvio che mi piacerebbe tornare, visti quanti festival ci sono da voi. Di me posso dire che fin da bambina, stando ai racconti dei miei familiari, ero molto creativa. Fortuna volle che i miei genitori comprassero una casa in cui c’era già un pianoforte: ben presto iniziai a metterci le mani sopra, tentando di strimpellare qualcosa. Ovviamente mi mandarono da un’insegnante e studiai pianoforte classico fino a diciott’anni, quando da privatista sostenni con buoni risultati gli esami d’ammissione al Conservatorio.

Il jazz quando entrò nella tua vita?
Verso i diciassette anni dovetti interrompere gli studi per qualche tempo a causa di una brutta tendinite. Fu allora che, durante una vacanza a San Francisco, vidi suonare in un club il gruppo di Charles Mingus. Ne rimasi così colpita che, una volta rientrata a Toronto, decisi di dedicarmi anche al jazz studiando il sassofono da autodidatta.

E non hai avuto maestri e modelli?
Nel 1990 mi resi conto che mi serviva una guida. Visto che ammiravo Steve Lacy mi trasferii a Parigi a studiare con colui che considero ancora oggi il mio mentore. E poiché Steve aveva lavorato sodo sulle composizioni monkiane, approfittai dell’occasione per studiare la musica di Thelonious Monk, rileggendone gran parte del magistrale catalogo, su cui ancora oggi tantissimi musicisti continuano a confrontarsi per capire quelle invenzioni armoniche, melodiche e ritmiche davvero geniali.

Ma già prima della stagione parigina ti eri appassionata alla musica tradizionale cubana e, naturalmente, al jazz combinato ai ritmi afro-cubani.
Vero. Il mio primo viaggio a Cuba fu nel 1982 e soggiornai soprattutto a Santiago de Cuba perché all’Avana non c’era turismo. Nacque tutto per caso, leggendo una pubblicità sui giornali che promuoveva un interessante pacchetto turistico in occasione dell’inaugurazione di un importante hotel di quella città. In quegli anni conoscevo pochissimo la musica cubana e con mio marito Larry Cramer, trombettista, scoprimmo eccezionali musicisti locali che suonavano negli alberghi. In particolare, alla celebre Casa de la Trova beccammo il leggendario trombettista Inaudis Mallet, detto Paisán. Naturalmente interpretavano prima di tutto canzoni e ritmi popolari come son montuno, changüi, guajira, bolero, guaracha, rumba eccetera – ricordo il tema Cachita – ma suonavano con grande preparazione. Affascinata, rientrai in Canada e decisi che prima o poi sarei volata all’Avana per capire meglio quel mondo sonoro e, in particolare, per conoscere la cantante Mercedita Valdés e Guillermo Barreto, il batterista-percussionista dell’Orquesta Moderna de Musica. Questo si avverò nel 1987; conoscemmo un sacco di artisti e da quegli incontri nacque l’idea di radunarci attorno a un progetto che pubblicammo poi nel 1992 con il titolo «Spirits of Havana», una produzione con musicisti cubani e nordamericani.

Jane Bunnett & Maqueque (foto di Emma-Lee)
Jane Bunnett & Maqueque (foto di Emma-Lee)

Erano gli anni in cui grandi maestri del jazz come Gillespie e Haden frequentavano il Jazz Plaza Festival dell’Avana scoprendo i talenti jazz dell’Isla.
Certamente, e suonai anch’io a quel festival quando lo dirigeva Arturo Sandoval: mi presentai con il gruppo del multistrumentista Bobby Carcassés portando con me Don Pullen. In quell’occasione suonò anche Dizzy. Sono comunque tornata a Cuba anche dopo la partenza di Sandoval, perché non mi interessa la politica ma la musica.

Apriamo una parentesi. Il nome di Don Pullen mi fa venire in mente che ancora prima della tua incursione cubana ti muovevi dentro il jazz: sbaglio?
Non sbagli, prima delle esplorazioni cubane, ma anche durante, collaboravo con nomi importanti del jazz. Il mio esordio discografico fu nel 1987 con «In Dew Time» assieme a Dewey Redman e Pullen. Ne approfitto per ricordare altri album, che spero facciano capire l’ampiezza dei miei interessi: «New York Duets» e «Live At Sweet Basil» con Pullen e Billy Hart; «Water Is Wide» con Pullen, Jeanne Lee, Sheila Jordan e Hart; «Double Time» con Paul Bley e «Spirituals & Dedications» con Redman, il cantante Dean Bowman e, al piano, Stanley Cowell.

Per quale motivo hai deciso di aiutare professionalmente diversi musicisti cubani portandoli in Canada e addirittura ospitandone alcuni in casa tua per qualche tempo?
Ho sostenuto alcuni musicisti, d’accordo anche con mio marito Larry, perché sentivo in me (e ancora sento) uno spirito solidale, di umanità. Cosa c’è di più bello di poter offrire ad altri delle nuove occasioni? È stato impegnativo, certo, ma da questo gesto è derivato anche un mio arricchimento personale e musicale, una cosa importante. E continuo a farlo con le giovani ragazze del mio gruppo attuale.

Parliamo allora di Maqueque, gruppo tutto al femminile e del quale – stando a una tua dichiarazione reperibile in rete – ti consideri «la nonna»!
Eh? Davvero ho risposto così? [ride a crepapelle] Be’, se l’ho detto va preso con ironia, poiché il nostro rapporto è quello di donne, colleghe, musiciste, anche se anagraficamente siamo di generazioni diverse. Sono arrivata a scoprire queste ragazze attraverso un’altra giovane artista cubana che oggi sta diventando famosa, Daymé Arocena. Ci conoscemmo nel 2012 a Cuba e l’anno dopo la invitai a Jazz Safari, una manifestazione musicale che l’emittente canadese Jazz.FM91 organizza a Varadero. Andiamo laggiù per incontrare musicisti cubani e regalare loro degli strumenti musicali. Fu in quell’occasione che maturai l’idea di formare un gruppo jazz di sole donne. Così Daymé registrò un video con giovani musiciste e in seguito, assieme a mio marito Larry e al pianista Hilario Durán, selezionammo le ragazze più adatte alla band. Sono tutte musiciste provenienti da studi classici ma che hanno lavorato anche con gruppi di musica latina e timba. Nell’ottobre 2013 incidemmo il primo disco a Cuba, «Jane Bunnett & Maqueque», premiato poi in Canada con un Juno Awards; nel giugno 2014 facemmo la prima tournée internazionale. Il secondo disco, «Oddara», registrato in Canada, ha ottenuto una nomination ai Grammy come miglior album di Latin jazz.

C’è continuità tra i due album?
Ovviamente, anche se la differenza tra il primo e il secondo disco sta nella crescita del rapporto tra tutte noi, perché siamo un gruppo le cui componenti hanno un modo diverso di vedere le cose. Quindi, ogni volta si cambia! Scherzando, diciamo che siamo come gli Snarky Puppy del mondo femminile, perché tutte noi scriviamo, componiamo e arrangiamo le musiche, è un gruppo che funziona bene e non è necessario che ci sia una bandleader. Se mi permetti, vorrei citare per esteso tutte le musiciste di Maqueque: Yissy Garcia, batteria; Dánae Olano, pianoforte, Magdelys Savigne, batá drums e congas, Elizabeth Rodriguez, violino e voce, Celia Jiménez, basso. Spesso abbiamo come ospiti Melvis Santa alle percussioni e, quando capita, anche Daymé Arocena si esibisce assieme a noi.

Vuoi spiegarci esattamente il significato di maqueque?
Indica l’energia e lo spirito di una ragazzina, di un’artista giovane, pimpante. Purtroppo, a Cuba, lo spazio nel jazz per le ragazze è quasi inesistente; le donne debbono luchar mucho, lottare moltissimo per avere attenzione nei festival, ma con tenacia siamo riuscite ad esibirci in molti cartelloni. La cosa interessante è che in alcune rassegne siamo risultate il gruppo più apprezzato in assoluto.

Jane Bunnett & Maqueque «Oddara»
Jane Bunnett & Maqueque «Oddara»

Non è solo a Cuba che le donne hanno dovuto combattere per farsi largo nel jazz, come sai. A questo proposito mi torna in mente Geri Allen, scomparsa di recente e che tra l’altro era quasi tua coetanea, anche lei influenzata da Monk e apprezzata da Dewey Redman, uno dei tuoi primi riferimenti. Insomma, avevate diversi punti in comune.
Sono ancora commossa per la perdita di questa formidabile artista, grande donna e una pianista eccellente che riusciva ad esprimere allo stesso tempo tradizione, avanguardia, africanità. Un mix di caratteristiche che sento molto familiari e che sto coltivando, come vedi, connettendomi alle radici afro-cubane. Direi di sì, qualcosa in comune l’avevamo, ma lei è stata un’artista strepitosa e ci mancherà moltissimo.

Parlando di musiciste scomparse prematuramente, vorrei chiederti di due cubane che forse conoscevi: dopo la cantautrice Sara Gonzales, se n’è andata anche la tua collega di strumento Lucia Huergo, che tra l’altro contribuì a progetti importanti come quello del gruppo Sintesìs, che suonano ancora una straordinaria fusión di ritmi moderni e sonorità ancestrali, sempre in bilico tra rock, canti afrocubani, toques batà e jazz. 
Le ho conosciute, erano due grandissime artiste. L’ultima volta che ho visto Lucia è stato poco prima della sua morte, avvenuta nel 2015: la consideravo una delle più versatili musiciste di Cuba, bravissima al sax e al flauto. Trovavo ottimo il suo lavoro anche come arrangiatrice e compositrice, così come sono state importanti le sue collaborazioni con diversi artisti cubani, tra cui il gruppo Sintesìs che hai ricordato.

Tornando al tuo progetto musicale con Maqueque, come lo definiresti all’interno del Latin?
Maqueque è jazz afro-cubano, anche se non sempre abbiamo la clave; teniamo presente il concetto dell’afro-cubanismo utilizzando i tambores batá, a volte inseriamo canti yoruba, e comunque non siamo un gruppo di Latin jazz aperto e nemmeno soltanto ispirato alla clave afro-cubana, sia per la diversità culturale (e non per il fatto che io sono canadese e le ragazze cubane) sia perché ciascuna di noi ha un formazione specifica dal punto di vista strumentale e musicale. Dánae Olano, per esempio, viene da approfonditi studi di pianoforte classico e conosce benissimo il suo Chopin e il suo Beethoven. La nostra percussione, poi, è tipicamente afro-cubana. Mi sono concentrata soprattutto sulla musica cubana perché ha una storia molto ampia, ma sono interessata anche ad altre espressioni musicali del continente latino-americano.

Ma, dentro la moltitudine dei ritmi cubani, qual è il tuo preferito per l’improvvisazione?
Direi che sono attratta dal folklore afro-cubano, mi piace molto la libertà dei canti afro-cubani che possono aprirsi armonicamente e consentono di estendere l’improvvisazione, di esplorare altre direzioni attraverso gli stimoli della complessità ritmica tra batà e questi canti yoruba, abakuá, del gioco di alternanza tra solisti e coro. Senza volermi paragonare ai grandi del jazz, tento di percorrere un po’ delle strade battute a suo tempo e alla sua maniera da un genio come John Coltrane, cioè sviluppare l’improvvisazione partendo da una semplice struttura melodica.

Il jazzista che ti ha influenzato maggiormente? E a quale marca di sassofoni dai la preferenza, se puoi farlo?
I miei specifici modelli di riferimento, oltre a Charles Mingus, sono stati Coltrane, Lacy, Monk, Pharoah Sanders, e comunque tutti i sassofonisti con una bella voce e che sanno esplorare lo strumento ricercandone le molteplici possibilità timbriche ed espressive. Il mio sassofono preferito è il Selmer Mark VI.

I tuoi dischi afro-cubani è possibile ora comprarli anche nelle Tiendas, i negozi di musica a Cuba?
Purtroppo no, e ti riferisco quello che dicono le ragazze di Maqueque, che ovviamente di questo sanno molto più di me. È una storia che non è ancora cambiata e forse questa politica assurda non cambierà a breve, perché le trasformazioni a Cuba richiedono un processo graduale, lento, lentissimo. E chi possiede i nostri dischi, a Cuba, è perché glieli abbiamo regalati noi o qualche amico cubano che tornava dall’estero.

Quando non suoni, come impieghi il tuo tempo?
Ascolto molta musica classica e moltissimo jazz su Jazz.FM91, che per i miei gusti è l’emittente migliore di Toronto e probabilmente di tutto il Canada. Poi amo dipingere, e l’immagine della copertina del primo disco, «Jane Bunnett & Maqueque», è frutto del mio pennello.

Progetti nuovi in cantiere?
Intanto dobbiamo onorare tutti i contratti già firmati per i concerti di Maqueque, dagli Stati Uniti fino al Brasile, poi al termine del tour inizieremo a lavorare al nostro terzo album.

Gian Franco Grilli