Iseo Jazz, seconda parte

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Cristina Zavalloni e Cristiano Arcelli, foto Fabio Botti

Hotel Iseolago, 14 luglio; Sagrato della Pieve di Sant’Andrea, 15 luglio

Spostata nella sala conferenze dell’Hotel Iseolago a causa delle incerte condizioni meteorologiche, la terza serata di Iseo Jazz (che si sarebbe dovuta svolgere, come tradizione, al Lido di Sassabanek) ha messo l’accento sul piacere di fare, e fruire, musica.

Alti e Bassi, foto Fabio Botti

Il quintetto vocale a cappella Alti e Bassi rielabora in maniera creativa e divertente canzoni della tradizione italiana, conciliando l’eredità del Quartetto Cetra con il retaggio e l’approccio di gruppi vocali afroamericani popolari negli anni Trenta (ad esempio Mills Brothers e Golden Gate Quartet) e riconducibili agli stili denominati barbershop e jubilee. Alberto Schirò, Paolo Bellodi, Andrea Gambetti, Diego Saltarella e Filippo Tuccimei (basso e responsabile delle pulsanti linee ritmiche) rivitalizzano Parole parole e Tu vuo’ fa’ l’americano con capienti armonizzazioni, efficaci ripartizioni fra le sezioni e passaggi in scat; permeano di aromi latini Vorrei che fosse amore; scompongono ritmicamente il testo di Il cielo in una stanza. Dotati di presenza scenica e sottile senso dell’umorismo, i cinque affrontano con garbo, leggerezza e taglio jazzistico Però mi vuole bene dei Cetra e due giganti come Lelio Luttazzi ed Enzo Jannacci (a loro volta legati al mondo del jazz) con dinamiche versioni di Canto anche se sono stonato e Faceva il palo. Dimostrando così come si possano far coesistere contenuti ed intelligente intrattenimento.

Luciano Invernizzi, foto Fabio Botti

Preceduta dal conferimento del Premio Iseo alla carriera assegnato al trombonista e fondatore Luciano Invernizzi, l’esibizione della Bovisa New Orleans Jazz Band (nata nel 1960!) ha comprovato un dato incontestabile: confrontarsi con il jazz tradizionale oggi non equivale necessariamente a compiere un’operazione filologica, anzi. Nell’interpretazione del sestetto milanese quel repertorio si trasforma in musica viva (tra l’altro, tutt’altro che semplice da eseguire) e suonata con grande passione. Le polifonie di Muskrat Ramble di Kid Ory, Tiger Rag della Original Dixieland Jass Band e Snag It di King Oliver risaltano negli intrecci tra il trombone del leader (ancora possente come nitidezza di suono, fluidità di fraseggio e uso del glissando), il clarinetto di Emiliano Turazzi e la tromba, a cui Giacomo Marson applica spesso sordine come mute e bowler hat per modulare il fraseggio e ampliare la gamma coloristica. True, You Don’t Love Me di Louis Cottrell Jr. mette in evidenza le doti di navigato interprete vocale e il senso del blues di Invernizzi. Infine, rags come That’s A Plenty di Lew Pollack e Margie (composta da Russell Robinson ma divenuta cavallo di battaglia di Bix Beiderbecke) fanno emergere i palpitanti collettivi regolati dalla meticolosa disciplina della ritmica: Gigi Marson (piano), Fabio Turazzi (banjo) e Vittorio Sicbaldi (batteria).

Bovisa New Orkeans Jazz Band, foto Fabio Botti

La quarta ed ultima serata, di nuovo collocata nello scrigno acustico della piazzetta antistante la Pieve di Sant’Andrea, è stata contraddistinta da uno squisito tocco femminile, ad ennesima conferma del peso sempre maggiore assunto dalle donne in un mondo tradizionalmente maschilista come quello del jazz.

Federica Colangelo, foto Fabio Botti

Reduce da recenti esperienze in Olanda, alla testa del proprio quartetto la pianista Federica Colangelo esibisce una scrittura raffinata che prevede la costruzione di strutture modulari sotto il profilo ritmico-armonico e privilegia temi essenziali, provvisti di un asciutto senso melodico. Prevale la priorità data al collettivo, favorita dal lavoro di cucitura e raccordo della pianista (che spesso opera per sottrazione, occasionalmente anche interrompendosi) e dall’impianto ritmico costruito da Marco Zenini ed Ermanno Baron: spartano nella costruzione delle linee ed efficace con l’arco il contrabbassista; dialettico e attento alle sottigliezze il batterista, sempre pronto a recepire, trasformare e ritrasmettere stimoli. Sia al contralto che al soprano Simone Alessandrini possiede un fraseggio levigato e scorrevole, sempre controllato. In particolare al soprano sfoggia timbriche e sfumature quasi apparentabili a quelle di un oboe, come nel suggestivo duo col contrabbasso in seno a Croma. Un’ulteriore conferma del fermento creativo che caratterizza le nuove generazioni del jazz italiano, coscienti della tradizione ma calate in un’ottica europea.

Federica Colangelo, foto Fabio Botti

Nel recente «Special Moon» (Encore Jazz) Cristina Zavalloni ha concepito arrangiamenti di brani accomunati dal tema della luna e adattati alla propria multiforme vocalità. Come testimoniato dal concerto di Iseo, la vocalist bolognese imprime al variegato repertorio un taglio espressionista che riflette appieno il suo bagaglio classico-contemporaneo e le relative frequentazioni. Una forma di moderno espressionismo vocale che in questo contesto può lontanamente evocare tanto Schönberg quanto Weill, pur essendo sostenuto da un relax e una modulazione delle frasi che recano un’impronta innegabilmente jazzistica, debitamente filtrata e assorbita in una concezione europea. Lo certificano anche il modo di stare sul tempo, gli spostamenti di accento, i salti di registro e le caleidoscopiche timbriche. Il cambio di tonalità e la (dis)articolazione ritmica trasformano letteralmente Fly Me To The Moon, allontanando ogni possibile riferimento alla celebre versione di Sinatra. La capacità di valorizzare la musicalità dei singoli fonemi esalta Al chiaro di luna, versione italiana del motivo popolare francese Au clair de la lune. Tale caratteristica, unitamente all’amore per le lingue, dona una nuova luce a Luisa di Jobim, eseguita nella duplice veste italiana e portoghese. L’apporto del quartetto conferisce una corposa sostanza jazzistica a Tintarella di luna, evitando la stucchevole trappola della “canzone italiana in jazz”. L’azione della ritmica – Daniele Mencarelli al basso elettrico e Alessandro Paternesi alla batteria – oscilla tra frammentazioni coloristiche, progressioni su swinganti up tempo e solide intelaiature in stile M-Base. Cristiano Arcelli si conferma contraltista superbo, prodigo di fraseggi guizzanti concatenati con misura e logica ineccepibili, dotato di un timbro sanguigno, intriso di blues, con radici che risalgono fino a Jackie McLean e Cannonball Adderley.

Il quartetto di Cristina Zavalloni, foto Fabio Botti

Degna conclusione della XXVI edizione, seguita da un pubblico fedele, di un festival che a buon diritto può fregiarsi del titolo di “casa del jazz italiano”, anche in virtù del suo radicamento nel territorio. Lo testimonia anche il successo riscosso dagli eventi preliminari: i concerti del quartetto Emancipation del batterista Alessandro Rossi e del BBB Trio di Flavio Boltro (l’8 luglio a Palazzolo sull’Oglio), il programma Gregoriani e Spirituals, presentato da Enrico Intra con Joyce Yuille alla voce e Marcella Carboni all’arpa, l’11 luglio a Sale Marasino. Iseo Jazz costituisce un esempio di come si possa produrre e diffondere cultura senza sottostare a logiche commerciali.

Enzo Boddi

 

Cristina Zavalloni e Cristiano Arcelli, foto Fabio Botti