Iseo Jazz, prima parte

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Iseo Jazz - Blackline
Blackline (Leila Martial, Francesco Diodati, Stefano Tamborrino), foto di Fabio Botti

Iseo e varie sedi, 10-12 luglio

Iseo Jazz ha celebrato la sua XXVII edizione mantenendo salda l’impostazione di festival concepito espressamente per documentare le varie tendenze del jazz italiano e confermando la vocazione a rafforzare un legame stabile con il territorio. Ancora una volta il programma, come sempre costruito con criterio dal direttore artistico Maurizio Franco, non ha deluso le aspettative. Anzi, ha messo in luce la varietà di espressioni che animano il panorama nazionale.

Tra gli eventi che hanno preceduto il nucleo principale della manifestazione, l’Azienda Agricola «Barone Pizzini» di Provaglio d’Iseo ha ospitato l’incontro fra tre personaggi che hanno segnato delle tappe fondamentali nell’evoluzione del jazz italiano. Sotto lo spiritoso titolo L’importanza di chiamarsi Enrico Intra, Pieranunzi (alternandosi tra piano e tastiera) e Rava al flicorno hanno dato ulteriore prova del loro magistero divertendosi a trasformare e, a seconda dei casi, travisare o nascondere le strutture di noti standards e canzoni della tradizione italiana. Nello specifico, se A Night In Tunisia e Polka Dots And Moonbeams sono giocati secondo l’arte della parafrasi, una All The Things You Are a quattro mani risulta letteralmente rivoltata come un calzino nelle sue implicazioni armoniche. Gli esiti più sorprendenti emergono comunque dal trattamento del repertorio italiano: Nel blu dipinto di blu intrisa di blues e stride; Estate finemente cesellata da Rava in tutti i risvolti melodici; Papaveri e papere e In cerca di te (perduto amore) filtrate attraverso uno swing contagioso pur senza perdere le valenze melodiche di base.

Iseo Jazz - Intra, Rava e Pieranunzi
L’importanza di chiamarsi Enrico: Intra, Rava e Pieranunzi, foto di Fabio Botti

Dall’11 al 14 luglio gli eventi si sono articolati come di consueto secondo la formula del doppio set. La prima serata, sul sagrato della Pieve di Sant’Andrea a Iseo, ha offerto proposte di non facile accessibilità pur nella loro diversità. Sulla scia della recente pubblicazione di «Colors Of The Soul» (UR Records), in cui figurava come ospite di riguardo il batterista Bob Moses, il quartetto di Tony Arco ha offerto un set di rara intensità, basato sull’informalità. Recupero del retaggio del free? In un certo senso sì e, si potrebbe aggiungere, perché no? Soprattutto in un’epoca in cui si tende fin troppo a rimuginare sui cascami dello hard bop o a sconfinare in preoccupanti derive di marca New Age e pop. L’approccio informale del quartetto oscilla tra ribollenti climi free ed aree modali. Più che guardare all’improvvisazione radicale europea degli anni Settanta, sembra trarre linfa vitale sia dall’ultimo Coltrane che dall’avanguardia di Chicago. L’operato del quartetto è alimentato dall’azione fluttuante, frastagliata della ritmica, in cui spiccano il pizzicato sanguigno e le arcate ronzanti di Mauro Battisti. È poi integrato dal tocco secco, dalle frasi scarne e incisive, dalle timbriche secche del pianista Greg Burk. Infine, viene arricchito dalla sorprendente varietà di soluzioni di Sandro Cerino: «irregolare» e dissonante al flauto, sulle tracce di Eric Dolphy; puntuto, abrasivo al sax soprano; prodigo di spirali disegnate con la respirazione circolare al clarinetto basso, in territori affini a quelli esplorati da Anthony Braxton. Paradossalmente in questo contesto proprio il batterista, abituato ad altri contesti, è parso un po’ in difficoltà nel calibrare le dinamiche.

Iseo Jazz - Greg Burk, Mauro Battisti, Sandro Cerino e Tony Arco
Colors of the Soul: Greg Burk, Mauro Battisti, Sandro Cerino e Tony Arco

Per il suo nuovo progetto il chitarrista Francesco Diodati ha allestito un trio atipico, denominato Blackline, con il batterista Stefano Tamborrino e la vocalist francese Leïla Martial. Operazione coraggiosa, decisamente orientata – sotto il duplice profilo ritmico e timbrico – verso il rock sperimentale. Leila Martial esibisce un’ampia gamma vocale: una vasta estensione rafforzata dall’uso di eco e delay; un falsetto che può assumere tinte volutamente grottesche; un registro grave che può trasformarsi in rantolo. Vi si colgono una serie di possibili riferimenti: le sperimentazioni ardite e pionieristiche di Urszula Dudziak, Lauren Newton e Shelley Hirsch; la capacità mimetica di Diamanda Galas; l’enfasi declamatoria di Dagmar Krause degli Henry Cow; forse anche qualche traccia dell’eredità lasciata da Cathy Berberian. Diodati e Tamborrino interagiscono con fitti scambi che evidenziano la versatilità e il controllo delle dinamiche del batterista. Certe progressioni iterative, ipnotiche (e anche un po’ esasperate) sostenute dalla voce addirittura riportano alla mente i canti dei pigmei.

Leila Martial e Francesco Diodati, foto di Fabio Botti
Leïla Martial e Francesco Diodati, foto di Fabio Botti

Nella seconda serata al Giardino delle Erbe Danzanti di Paratico il trio Snailspace ha dimostrato di aver raggiunto una maturità espressiva che produce un raffinato interplay, fatto di linee dal gusto contrappuntistico tracciate dal piano di Simone Graziano e dal contrabbasso di Francesco Ponticelli, contrastate e integrate al tempo stesso dalle fitte punteggiature del batterista Enrico Morello. Siamo comunque distanti dall’impostazione del piano trio affermatasi nel jazz grazie a Bill Evans. Nelle composizioni originali prevalgono la predilezione per melodie dal disegno asciutto (vagamente riconducibili alla poetica degli scandinavi Bobo Stenson e E.S.T.) e una concezione armonica ispirata alla tradizione del Novecento europeo. L’amore per costruzioni ingegnose ed articolate emerge da Emicrania, mentre la capacità di sviluppare idee essenziali trova riscontro in Tbilisi, che procede per progressivo accumulo di cellule a partire dallo scarno nucleo Fa diesis-Si.

Simone Graziano, Francesco Ponticelli ed Enrico Morello - Iseo Jazz
Snailspace: Simone Graziano, Francesco Ponticelli ed Enrico Morello, foto di Fabio Botti

Al proprio già consolidato trio con Yannick Lestra al piano elettrico Fender Rhodes e Attila Gyarfas alla batteria (documentato da «Plastic Breath») il trombonista Filippo Vignato ha sentito l’esigenza di aggiungere un altro colore con la voce di Marta Raviglia. Scelta rischiosa ed operazione comunque in fase ancora embrionale, che necessita di ulteriori messe a punto e approfondimenti. Adusa a frequentare le frange più avanzate del linguaggio jazzistico attuale, la vocalist romana possiede una notevole versatilità in virtù di un’ampia gamma di risorse espressive ed un indubbio spessore che si riflette nella fine tessitura vocale. Tuttavia, complici anche alcuni contingenti problemi tecnici, l’accostamento al trombone e l’inserimento nell’economia complessiva del trio hanno evidenziato equilibri fragili, quando non addirittura precari. Ovviamente, musicisti di questo calibro avranno senz’altro tempo e modo per individuare le giuste contromisure e sviluppare il progetto.

Marta Raviglia, Filippo Vignato, Yannick Lestra e Attila Gyarfas
Marta Raviglia, Filippo Vignato, Yannick Lestra e Attila Gyarfas, foto di Fabio Botti

Enzo Boddi

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