Iseo Jazz, prima parte

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Il quintetto di Franco Ambrosetti, foto Fabio Botti

Iseo, Sagrato della Pieve di Sant’Andrea, 12-13 luglio

Come sua prerogativa da ventisei anni a questa parte, Iseo Jazz documenta puntualmente l’evoluzione del jazz italiano, garantendo debito spazio anche a produzioni originali e musicisti emergenti o meritevoli di maggior visibilità. Lo hanno pienamente confermato anche le prime due serate della sezione principale, ambientate come di consueto nella piazza antistante la Pieve di Sant’Andrea.

Tra i protagonisti assoluti del jazz europeo, trombettista amato perfino da Miles Davis, Franco Ambrosetti dimostra in pieno come la tradizione del jazz, intesa in senso lato, possa essere resa materia viva: oggetto non solo di rielaborazioni, ma anche di vere e proprie ri-creazioni. Il suo quintetto gode di una sintonia e di un equilibrio invidiabili, forte dell’apporto del figlio Gianluca al sax soprano, di un fuoriclasse come il pianista Dado Moroni e dell’affiatatissima ritmica formata da Riccardo Fioravanti (contrabbasso) e Stefano Bagnoli (batteria).

Franco e Gianluca Ambrosetti, foto Fabio Botti

In particolare, spicca la modernità del pensiero con cui vengono affrontati anche standards frequentatissimi. Autumn Leaves viene smontata e sviluppata su un pedale modale; ‘S Wonderful viene trasposta su un up tempo ed esplorata nelle sue implicazioni armoniche. Quanto alle aree più avanzate della tradizione, in Footprints la linea tematica è affidata all’intreccio tra flicorno e soprano. La successiva analisi dell’impianto concepito da Wayne Shorter mette in evidenza la nitida articolazione e le costruzioni sapienti del leader, padrone di un’ampia gamma di sfumature al flicorno; il fraseggio appuntito e spigoloso di Ambrosetti junior (già efficace nello squarciare il tessuto armonico degli standards precedentemente citati); l’approfondito lavoro di scavo di Moroni, in qualche misura debitore di Herbie Hancock; l’intraprendente dialettica della ritmica. Per contro, Crescent – eseguita dai soli piano e soprano – valorizza i tratti lirici e intimisti di John Coltrane. Lirismo e senso melodico informano anche Love Like Ours, ballad scritta da Dave Grusin su testi di Alan e Marilyn Bergman, di cui si ricordano almeno due memorabili versioni: quella cantata di Barbra Streisand e quella strumentale di Charlie Haden e Michael Brecker. L’amore per la melodia traspare anche da una composizione originale, Silly In The Sky, costruita su una vivace bossa e proposta, come tutto il programma, con gioia e passione evidenti. La stessa passione che trapela dall’autobiografia La scelta di non scegliere, presentata prima del concerto.

Franco Ambrosetti, foto Fabio Botti

Come documentato dal suo penultimo lavoro, «Tempered Blues» (Ur Records), partendo dal principio del Clavicembalo ben temperato di Bach Massimo Colombo ha predisposto ventiquattro bozzetti secondo le rispettive tonalità in maggiore e minore, inserendovi riferimenti disparati e collocandoli all’interno delle dodici battute tipiche del blues. Lavoro complesso, dall’impianto poliedrico e impregnato di umori europei. In questo contesto il blues come tale costituisce un pretesto, fornendo semmai uno schema, una gabbia (sintomo di libertà, non di chiusura!) in cui il pianista riversa le proprie enciclopediche conoscenze. Al suo interno da una parte si individuano invenzioni a due voci e un gusto contrappuntistico privo di tentazioni bachiane. Dall’altra, alcune asimmetrie monkiane (tra cui una fugace allusione a Misterioso) e certe guizzanti linee che, debitamente prosciugate, richiamano il Bud Powell riletto nel recente «Powell To The People» (Jazzland DZ). Tra questi poli si situano a più riprese sequenze seriali. Come dire, i dodici suoni della dodecafonia contrapposti alle dodici battute del blues (e Alban è un esplicito riferimento a Berg). Infine, si coglie un reale equilibrio tra scrittura e improvvisazione, a tal punto che certe parti improvvisate sembrano scritte e viceversa.

Massimo Colombo, foto Fabio Botti

Come testimonia il recente «What What» (Unit), il duo Pericopes ha approfondito il livello di interplay, nonché l’esplorazione del tessuto armonico e dello spettro dinamico. Le composizioni di Alessandro Sgobbio (piano) ed Emiliano Vernizzi (tenore e soprano) traggono spunto e linfa vitale, a seconda dei casi, da arpeggi avvolgenti, frasi iterative, espansione di cellule melodiche. Quindi si sviluppano attraverso crescendo potenti, a tratti ossessivi. Qua e là Sgobbio e Vernizzi si avventurano anche in sezioni informali: il pianista con possenti blocchi di accordi, clusters e manipolazioni della cordiera; il sassofonista con suoni stoppati nell’ancia, frasi spigolose e sovracuti. Un brano come Martyrlied stabilisce un legame tra passato remoto e attualità grazie alla sferzante, violenta progressione che si salda a un’eterea melodia di ambientazione tardo-rinascimentale. Alcune modalità possono essere riconducibili al jazz scandinavo, specie per certi connotati melodici. Tuttavia, gli esiti più convincenti si raggiungono proprio nei frangenti in cui si accetta serenamente il rischio.

Pericopes, foto Fabio Botti
Il trio di Claudio Fasoli, foto Fabio Botti

Il trio di Claudio Fasoli – con Michele Calgaro (chitarra) e Gianni Bertoncini (batteria ed elettronica) – trae origine dall’esperienza di «London Tube» (Abeat), in cui figuravano anche Lorenzo Calgaro (contrabbasso) e Michael Gassman (tromba). Il trio poggia sull’equilibrio tra la varietà di colori garantita da questo assetto anomalo e i sobri innesti elettronici apportati anche in chiave ritmica. Alimentata da sagaci progressioni armoniche che a tratti evocano la poetica di Wayne Shorter, la scrittura di Fasoli possiede ampio respiro e sottili sfumature melodiche. I temi e i conseguenti sviluppi improvvisativi compongono una narrazione coerente, compiuta, favorita da una rigorosa capacità espositiva. Sia al soprano ricurvo che al tenore i fraseggi di Fasoli evidenziano nitidezza esemplare e concatenazioni dalla logica stringente. Calgaro produce efficaci armonizzazioni, frasi articolate con un’ampia gamma timbrica e un vocabolario che spazia da Jim Hall a Mick Goodrick. Bertoncini alterna linee swinganti, fluenti e serrate, a opportune frammentazioni. Ne risulta una declinazione del concetto di trio decisamente proiettata nel futuro.

Enzo Boddi

 

Claudio Fasoli (sullo sfondo Gianni Bertoncini, di spalle Michele Calgaro), foto Fabio Botti