«Immersion». Intervista a Youn Sun Nah

Un album minimalista e ricco di sorprese per la cantante franco-coreana. Ne abbiamo parlato con lei in occasione del suo concerto al Montreux Jazz Festival.

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Dopo «She Moves On» arriva «Immersion», un album che ti caratterizza come cantautrice. E’ questa la via che vuoi percorrere?
In realtà, dopo aver composto il primo brano sono rimasta stupita di me stessa, perché mi considero una cantante e non una compositrice. Dopo che ho presentato il brano, i musicisti mi chiesero di continuare a scrivere, così ne ho scritta una seconda, poi una terza, una quarta. Posso dire, ora, che mi piace scrivere musica. Per questo album è stato proprio il produttore a incoraggiarmi a scrivere, perché voleva fare un lavoro basato su mie composizioni. Ma avevo in animo anche di fare delle cover, così ho deciso di alternare nel disco brani da me scritti e cover.

«Immersion» è un album dove, oltre a venire fuori prepotentemente la tua firma artistica, ci sono anche delle rivisitazioni di alcuni brani famosi come Hallelujah, Mercy Mercy Me e You Can’t Hurry Love. In particolare qui utilizzi la sovraincisione della tua voce e molta più elettronica rispetto a quanto hai fatto in precedenza.
Ho ascoltato molto le produzioni della Motown e mi sono piaciute moltissimo e ho iniziato ad approfondire. Conoscevo Mercy Mercy Me come un brano ballabile, e che aveva fatto ballare intere generazioni; quando ho letto con attenzione il testo, sono rimasta sorpresa del suo significato, perché parla della condizione in cui versavano gli afroamericani e noi abbiamo gli stessi problemi e così ho voluto arrangiarla in forma di ballad. Lo stesso discorso vale per You Can’t Hurry Love, brano che conoscevo per l’interpretazione di Phil Collins e, in seguito, scoprii Diana Ross & The Supremes. Un giorno ho provato a farne qualcosa di mio e mi sembrava che funzionasse bene. Ho solamente voluto fare qualcosa di diverso rispetto a quanto fatto in precedenza. L’occasione mi è stata data dal produttore Clément Ducol, quando registrai il mio contributo per l’album tributo a Nina Simone. Il brano che avevo scelto era Plain Gold Ring, ma quando mi recai in studio Clement non aveva preparato niente! Facemmo tutto in un solo giorno, ma mi piacque molto il suo modo di lavorare e, quando mi chiese se volessi continuare a collaborare con lui, non ebbi difficoltà ad accettare la sua proposta. E’ stato lui a propormi un sound elettronico differente, perché non è totalmente elettronico: è una sorta di modifica del sound originale attraverso alcuni accorgimenti elettronici.

Perché hai scelto proprio questi brani per farne delle cover?
Non avevo alcuna idea di cosa avrei fatto prima di registrare: ho scelto i brani in sala di registrazione. Hallelujah era nata durante un mio tour, quando ero sola con la chitarra ad accompagnarmi e volli provare a interpretare questo brano, probabilmente ascoltato in radio proprio quel giorno, che reputo meraviglioso. Ma anche gli altri brani che eseguo sono tutti venuti così, spontaneamente e sono degli «amori a prima vista».

Sin da subito, si nota che è un album minimalista con la tua voce che domina la scena musicale. E’ l’idea primigenia o è arrivata in un secondo momento?
Tutti i brani che ho scritto sono sicuramente minimalisti, con pochi accordi. E’ qualcosa che è maturata nelle frequentazioni concertistiche con Ulf Wakenius, in duo; ho scoperto la bellezza del silenzio, delle pause e quanto sia importante comunicare sempre l’essenziale tra musicisti e al pubblico. Se tu sei al fianco di cinque o sei musicisti sul palco, non puoi cogliere queste sensazioni. Ho apprezzato l’essenzialità anche nel fornire informazioni musicali al pubblico, che così può assaporare meglio la tua musica.

Dal tuo precedente album a quest’ultimo, cosa è successo nella vita artistica di Youn Sun Nah?
Sono stata in tour per due anni e sono stata molto contenta di suonare con alcuni musicisti statunitensi: ho imparato molto da loro, perché non avevo mai suonato con dei musicisti americani prima. Poi, improvvisamente, ho avvertito la necessità di fare qualcosa di differente.

Hai sempre a cuore la musica tradizionale coreana?
La tradizione musicale del mio paese mi appartiene, anche se non l’ho mai approfondita adeguatamente. Però, ne sento sempre la mancanza.

Tu hai collaborato con molti musicisti come Nguyên Lê, Ulf Wakenius, Vincent Peirani, Dhafer Yussef, giusto per dirne alcuni. Con chi vorresti collaborare?
Sono troppi i musicisti con i quali vorrei collaborare. Quando ho visto il programma del Montreux Jazz Festival ho visto che c’era Sting e mi piacerebbe suonare con lui; poi, c’è Quincy Jones, che avevo già incontrato nel 2017 all’International Jazz Day tenutosi a L’Havana, ma ho visto anche Joe Jackson, Tom Jones, Thom Yorke: questo festival è come un cestino delle meraviglie! Comunque, sarebbero tanti i musicisti con cui vorrei collaborare.

Nel mondo, da Donald Trump fino ad alcuni governi europei vorrebbero alzare dei muri per evitare l’arrivo di persone provenienti da altri paesi, anche se in difficoltà. Cosa ne pensi?
Sai che il mio paese è diviso in due, sin dagli anni Cinquanta. Quindi so bene cosa significhi essere separati, è una frustrazione che è scritta nel mio dna. Tu sai che l’altra parte del tuo paese esiste, ma sai anche che non potrai mai andare a vederla. Mio nonno, il padre di mio padre, era nord coreano quindi conosco bene anche la Corea del Nord, per quanto lui mi abbia potuto raccontare e ho capito che non erano dei nemici così come ci volevano far credere. Quando frequentavo le scuole elementari durante la lezione di educazione artistica, il professore ci chiedeva di disegnare la Corea del Nord e di disegnare i suoi abitanti utilizzando animali come la volpe, il coniglio e il topo, tigre o serpente, perché non avevamo mai visto i nord-coreani. Ci volevano far credere che non erano come noi, ma io sapevo che erano come noi, che erano umani come noi perché siamo tutti uguali. Anche oggi, molte famiglie sono costrette a vivere separate e, ogni qualvolta ci sono degli spiragli di pace, speriamo che l’unificazione tra le parti del paese sia in arrivo, ma non arriva mai. Ma non perdiamo la speranza e sappiamo che quel giorno verrà. Ecco, anche oggi in questi momenti di difficoltà è che non dobbiamo mai perdere la speranza di un mondo migliore. Se molta gente sta perdendo il senso dell’amore e della pace, dobbiamo sempre credere che si può creare qualcosa di più bello e armonioso. Anche in Francia, purtroppo, succede lo stesso. E penso che il problema maggiore sia la paura di ciò che non si conosce; poi, la cattiva informazione che, soprattutto, circola attraverso Internet.  

Stai lavorando a qualche nuovo progetto?
Al momento no, soprattutto perché sono concentrata sulla promozione di questo nuovo disco.

Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Non ho un sogno specifico sogno nel cassetto. Volevo, anzi vorrei, diventare un insegnante, perché l’educazione è la base di tutto: è l’elemento fondamentale per la crescita e la formazione dell’individuo.
Alceste Ayroldi