«The Shining Of Things». Intervista a Serena Spedicato

E’ dedicato alla musica di David Sylvian il nuovo album della cantante salentina, con il pianista Nicola Andrioli.

1816

Serena, perché un tributo a David Sylvian?
È un atto di affetto verso un artista che mi ha sempre affascinato per la sua natura cangiante, indagine estetica ed evoluzione stilistica incessanti. Strumentista, compositore intimo e sofisticato, autore di culto della musica sperimentale, ha saputo guardare al Jazz, all’avanguardia, all’ambient colto e minimale mescolando atmosfere sonore maliose e illusorie a elettronica, testi di valore poetico e spirituale assoluti e una voce crepuscolare profonda e calda. Un universo di fascinazioni che hanno sempre mosso delle cose dentro di me coinvolgendo cuore e testa. Un richiamo forte cui dovevo dar voce.

Quali sono, a tuo avviso, gli elementi di congiunzione tra il jazz e la musica di David Sylvian?
L’ opera di Sylvian esplora in alcuni passaggi della sua discografia, e a mio avviso, aspetti legati espressamente ad una dialettica identitaria del jazz europeo: la ricerca sonora, le atmosfere aperte e rarefatte, la libera espressione del linguaggio improvvisativo come possibilità alla forma, l’esperienza del suono. Un filo rosso che intreccia collaborazioni con musicisti di grande prestigio della scena jazz nordica e d’avanguardia, per citarne alcuni Kenny Wheeler, John Taylor, Bill Frisell, John Hassel, combinando a suono ed elettronica gli strumenti acustici, nuovi linguaggi musicali, improvvisazioni jazzistiche e spazio creativo del singolo musicista.

Un canzoniere notevole quello del musicista britannico. Hai utilizzato un criterio in particolare nella scelta dei brani?
Ho sottoposto a Nicola Andrioli svariati brani contenuti nella discografia che va dal 1983 in avanti. Un periodo significativo per Sylvian: la ricerca interiore, l’incontro con Ryuichi Sakamoto, l’abbandono all’ apice del successo della band londinese, i Japan, per intraprendere la carriera solistica. Ad ogni brano condiviso Nicola mi restituiva istantanee, fotografie di «memoria e vento che soffia sulle spiagge nordiche». Sull’onda emozionale di tali evocazioni e immagini è nata la tracklist del disco.

Ci sono parecchi momenti in cui l’improvvisazione si muove a suo piacimento. Quanto spazio le hai dedicato?
Il disco vive di intensi momenti cameristici, forza espressiva e cura del suono. Il mio spazio è lasciato alla narrazione del testo ma sempre incasellato nell’elemento sonoro. Uso un approccio vocale naturale quasi mai vincolato al virtuosismo, dinamica e il contrappunto come risposta melodica. E’ stata la musica, mentre accadeva, a suggerirmi il canto e lo speciale abbandono al dialogo con gli altri strumenti.

A tuo avviso, qual è il brano più jazz di David Sylvian?
La produzione di Sylvian è una sorta di viatico in continua antitesi tra forma e contenuto sonoro e quasi sempre sovverte le norme ordinarie del linguaggio musicale e jazzistico. Difficile per me pensare ad un brano più jazz fra tutti. Un cenno forte alla forma – canzone credo si palesi nell’album «Secrets Of The Beehive», o in brani come September, Laughter And Forgetting, Orpheus e la stessa The Shining Of Things in cui emerge tutto il lirismo e lo schema ritmico –  armonico tipici di alcuni standards jazz.

In questo disco si è creato il connubio artistico con Nicola Andrioli. Cosa ti ha spinto a chiedere la sua collaborazione?
Io e Nicola Andrioli siamo legati da una profonda e ventennale amicizia che la distanza (da anni è residente in Belgio) ha modificato nell’abitudine non nel modo vicendevole di guardare alla nostra crescita personale e musicale. Lo considero un musicista dal pianismo sapiente e raffinato. Un atto di affetto si amplifica se condiviso perciò ho deciso di affidargli la direzione musicale del progetto, senza troppa riflessione. Sapevo soltanto che ogni brano, un viaggio visionario, avrebbe tracciato solchi profondi e certamente accolto la sua straordinaria sensibilità. E quanto mi aspettavo è accaduto. Nicola ha esaltato con i suoi arrangiamenti ogni trama nascosta donando una rilettura musicale nuova e personale che è stato emozionante per tutti poter interpretare.

Parliamo degli altri tuoi compagni di viaggio: perché hai scelto proprio Kalevi Louhivuori e Michele Rabbia?
Abbiamo pensato insieme, io e Nicola, a Kalevi Louhivuori e Michele Rabbia per la raffinatezza del suono, timbrica e phrasing. Sono due musicisti e interpreti di concetto, si esprimono nella piena e consapevole padronanza dello strumento, e possiedono una propria e aperta visione musicale del Jazz senza schemi precostituiti. Un modo libero di stare dentro la Musica per poter creare in continua evoluzione.

Questo omaggio a David Sylvian arriva dopo quello a Tom Waits. C’è qualcosa che ti lega al cantautorato di vaglia. Possiamo dire che jazz e un certo tipo di cantautorato costituiscono la tua base di partenza musicale?
Certamente. Tra gli ascolti più intimi e di ricerca parallelamente al Jazz si colloca la musica d’autore e dunque la parola cantata. Ho sempre trovato stimolante la narrazione in musica, raccontare a cosa o chi è legato emotivamente un brano, saper entrare in un transfert espressivo in cui non sono solo le note a signoreggiare. Assecondare i ritmi della parola regolando il fiato, abitare la parola mirando alla vocalità come sola resa poetica fino a diventare un tutt’uno con la parola stessa. Ho un animo da interprete che non nego mai all’ atto creativo musicale o alla scelta del repertorio da esprimere

Quando arriverà un disco a tua firma anche come autrice-compositrice?
Lo annoto subito nell’agenda di Serena!

Serena, qual è il tuo background artistico-culturale?
Sono cresciuta ascoltando il jazz, la musica classica, d’autore con una passione sempre pronta ad infiammarsi. Conservo ancora tutte le musicassette che mio padre mi regalava. Cito solo alcune delle significative influenze che hanno ispirato il mio percorso artistico: Norma Winstone, Sidsel Endresen, Kenny Wheeler, John Taylor, Fred Hersch, Carla Bley, Charlie Haden e …. continuerei senza un domani. L’ascolto è stato essenziale per la mia formazione, ricerca e prassi musicale così come l’intensa attività concertistica in numerose formazioni di estrazione jazz, corale e orchestrale da cui provengo e che sono ancora in atto.

Quando hai deciso che la musica sarebbe stata la tua professione?
L’amore per la musica mi ha guidato fin da bambina. Senza dubbio il percorso accademico-artistico e l’esperienza sui palchi hanno confermato, nel corso degli anni, la maturità giusta per fare della Musica e il Canto la mia professione.

Il jazz in Puglia, il jazz in Italia. Come giudichi la situazione dal punto di vista sociale, politico, economico?
L’Italia vive un momento di dura trasformazione e l’auspicio è la sopravvivenza. Difficile dare un giudizio. Vedo davanti a me una situazione contrastante. La scena musicale è fervida e al tempo stesso fragile. Il livello dei musicisti in Puglia come in tutta Italia è di qualità ma le nuove generazioni faticano, a mio avviso, a formare il pubblico di domani. Percepisco scarsa curiosità o inclinazione verso un codice gnoseologico che possa permettere loro di interpretare nuovi o più ampi linguaggi musicali. L’intendimento della musica è anche una questione sociale e culturale che si edifica con materiali di vissuto umano, di storie degli stessi protagonisti che la eseguono, di contenuto. Forse a mancare a volte è proprio la storia da raccontare che è una delle comprensioni profonde per cui fare musica. Nel resto dell’Europa il dialogo sociale, politico ed economico sostiene l’espressione artistica ed è un esempio forte di cooperazione. L’ Italia dal mio punto di vista ha ancora strada da fare.

Affetti a parte, ti è mai venuto in mente di abbandonare l’Italia?
Non ho mai provato il desiderio di abbandonare l’Italia, il mio Sud, le mie radici. Ho sempre guardato alla mia terra come opportunità di scoperta e riscoperta di felicità e bellezza nonostante «l’altrove». Se vero è che lo stato mentale fa il luogo ho colto il buono e il bello dalle risorse che la mia città aveva e ha da offrire.

Cosa è scritto nell’agenda di Serena Spedicato?
Nella mia agenda è in programma la promozione di «The Shining Of Things», che a pochi giorni dall’ uscita ufficiale ha già raccolto consensi e un novero di recensioni meravigliose. Saremo a Lucca Jazz Donna il 18 ottobre prossimo e dal 9 novembre partiremo per un tour europeo tra Bruxelles e Finlandia. L’ agenda non manca di slancio per l’attività didattica e preziose e nuove collaborazioni.

Cosa è scritto, invece, nel diario segreto di Serena Spedicato?
Nel mio diario segreto conservo il desiderio dell’incontro. Le tracce lasciate dal passaggio dell’altro nella vita sono il mio nutrimento.
Alceste Ayroldi