Hands On: il significato del gesto. Intervista a Paolo Sorge

Debutta a Catania, il 5 gennaio, lo spettacolo che vede le musiche originale del chitarrista e compositore siciliano e di Fabrizio Puglisi.

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Paolo, parliamo del progetto Hands On. Come nasce e come è articolato?
Hands On è una produzione originale per due danzatori e due musicisti che nasce dalla curiosità di sperimentare intorno ai molteplici significati del gesto, a partire dalle mani. Emma Scialfa – qui nel ruolo di regista, coreografa e danzatrice – ha voluto condividere questo concept con amici di vecchia data con cui però non aveva mai collaborato, a eccezione del danzatore africano Marius Moguiba per il quale nel 2007 aveva creato da coreografa Bang Dance (guarda caso una ricerca sul suono del corpo danzante). In definitiva ne è nato un lavoro collettivo, una nostra indagine sul gesto sonoro e il suono del gesto con molte implicazioni di significati per i musicisti e i danzatori coinvolti, che ha trovato le condizioni ideali per la creazione dello spettacolo. La creazione ha avuto luogo nell’ambito di una residenza artistica offertaci da ZŌ centro culture contemporanee di Catania nei mesi di agosto e settembre del 2019. In forma di laboratorio abbiamo creato giorno dopo giorno l’architettura dello spettacolo, con uno spirito di collaborazione davvero proficuo e creativo. Hands On ha infine assunto la forma di un atto unico dalla durata di circa cinquanta minuti, articolato in una sequenza di scene collegate da transizioni e contenenti musiche originali mie e di Fabrizio Puglisi, con alcuni episodi improvvisati. Il debutto sarà il 5 e 6 gennaio prossimi proprio a Catania presso ZŌ.

C’è un messaggio particolare che volete trasmettere?
Sai, nelle forme performative moderne e contemporanee (ma forse è così da sempre) il messaggio che tu invii può essere recepito in tanti modi dal destinatario. Il nostro obiettivo non è la narrazione di una storia. Siamo più interessati alla stimolazione percettiva del pubblico intorno all’idea delle mani e dell’ampio spettro di significati simbolici ad esse collegati. Ogni suono per noi musicisti si produce in virtù di un gesto ben preciso, ma anche il danzatore emette suoni nel movimento e nella gestualità. Ci auguriamo che la relazione tra questi elementi nella performance riesca a stimolare nel pubblico una concatenazione di immagini, l’evocazione di una simbologia non del tutto esplicita. Confidiamo nell’attivazione della creatività e dell’immaginazione dei presenti piuttosto che fornire una chiave di lettura univoca per l’azione scenica che si svolge.

Come si inserisce questo progetto nell’ambito della tua attività artistica?
Per me è la prima volta in assoluto, dopo circa trent’anni di attività, che mi trovo a interagire da musicista con la danza. Il jazz è il mio habitat naturale, anche se ho sempre coltivato la musica in un’accezione molto ampia. Credo che cimentarsi nell’interazione con altri linguaggi artistici possa sempre produrre qualcosa di creativo, purché ci si ponga con un atteggiamento aperto e disponibile all’incontro.

Leggo una frase che merita una più dettagliata spiegazione: «Il con-tatto emozionale, l’esperienza tattile come anello di congiunzione tra la danza e la musica, sporcarsi le mani, plasmare il suono attraverso il metallo, le corde, il legno, il suolo, attivare la gestualità per definire il colore, la temperatura, la forma, la sostanza».
È una sorta di decalogo che abbiamo scelto di utilizzare per la promozione del nostro spettacolo in cui riassumiamo le prime suggestioni che ci hanno ispirato, territori comuni in cui si muovono musicisti e danzatori. Le abbiamo utilizzate come punto di partenza durante la residenza artistica, ma credo che si siano aggiunti molti altri elementi.

Quali sono state le difficoltà incontrate in fase di progettazione e realizzazione?
Le difficoltà possono aiutare il processo creativo se decidi di considerarle come stimoli. Ad esempio, lo stesso proposito di considerare musica e danza come linguaggi paritetici non ci permetteva di definire il risultato di ciò che stavamo costruendo come un concerto né come uno spettacolo di danza. Tuttavia al giorno d’oggi possiamo provare a superare questi confini rigidi come qualcosa che appartiene al passato. Il pubblico attuale è già pronto. Poi abbiamo deciso di far dialogare l’idea di un laboratorio “a più mani” con la presenza di un punto di riferimento dentro e fuori scena in quanto autrice e regista di una danzatrice e coreografa di lunghissima esperienza come Emma Scialfa (con alle spalle un decennio di militanza all’interno della compagnia compagnia Ballet Théatre l’Ensemble diretta da Micha Van Hoecke e svariate produzioni come coreografa). Anche questo potrebbe sembrare difficile, ma invece posso dirti la modalità della residenza artistica ha funzionato molto bene anche per favorire questo dialogo. Siamo riusciti a coniugare rigore e libertà espressiva e credo che il pubblico potrà percepire chiaramente questo equilibrio.

Quale sarà l’assetto e il movimento scenico?
La scena è stata concepita in modo molto semplice, anche per rendere la performance adattabile in futuro ai contesti più disparati. Noi musicisti siamo dislocati ai due lati estremi con una postazione per la mia chitarra e una per il pianoforte di Fabrizio Puglisi (con il suo consueto arsenale di oggetti e giocattoli ad estendere la tavolozza timbrica). Fabrizio ha poi molta esperienza nell’interazione con la danza e una certa propensione alle incursioni in scena, ma non voglio svelare troppo! Al centro si muovono le fortissime personalità di Emma e Marius, con un contrasto a mio avviso molto efficace tra le due anime, europea-africana e femminile-maschile, costantemente in dialogo alla ricerca di un linguaggio comune nel teatro-danza. Le luci contribuiscono al gioco della mise en scéne, l’utilizzo del video è molto misurato e strettamente funzionale all’evocazione di certi simboli.

Delle musiche cosa ci dici? Sono tutte produzioni originali create appositamente per questo spettacolo?
La maggior parte della musica è composta da me e Fabrizio con utilizzo di materiali espressamente concepiti per questo lavoro, ma anche riciclando idee appartenenti a fasi precedenti del nostro percorso artistico che però abbiamo plasmato e reso funzionali alla danza. Esistono anche episodi improvvisati, importantissimi ma con un peso minore nell’economia della durata complessiva. Al di là di Hands On, io e Fabrizio ci conosciamo davvero da tantissimi anni e quando ci sono le condizioni ci diverte tantissimo suonare in duo con un approccio prettamente jazzistico mescolando composizioni originali e pagine storiche del repertorio attingendo da Monk, Mingus, Strayhorn, Ellington. Vorrei avere più occasioni per suonare con Fabrizio perché lo considero davvero uno dei pianisti più interessanti in circolazione. Credo che abbiamo raggiunto un grado di affinità musicale e di affiatamento tali da entusiasmare il pubblico ogni volta che capita di suonare.

Dove potremo vedere questo spettacolo?
Hands On debutta il 5 e 6 gennaio prossimi a Catania naturalmente presso ZŌ centro culture contemporanee, il luogo che ha accolto la nostra residenza artistica. Da quel momento in poi abbiamo intenzione di far conoscere la nostra produzione a un pubblico più ampio, augurandoci di trovare riscontro e sostegno da parte di altri operatori culturali in Italia e nel mondo. A questo scopo credo che metteremo a punto del materiale video con le riprese dei primi spettacoli per iniziare un’attività di promozione finalizzata alla realizzazione di un primo tour.
Anche l’idea di proseguire e sviluppare ulteriormente il discorso iniziato nel contesto di nuove residenze artistiche potrebbe essere importante.

A parte ciò, a cos’altro stai lavorando?
Sto già pensando a un nuovo album (il sesto della mia discografia personale) che dovrei pubblicare entro il 2020. Sono tante le idee che ho raccolto in forma di appunti e i musicisti che vorrei coinvolgere nei miei prossimi lavori, devo ancora decidere e preferisco non fare troppe anticipazioni per il momento. Con Ringlike (2015, improvvisatore involontario) grazie a una commissione ricevuta dall’AME (Associazione Musicale Etnea di Catania) ho messo a punto un mio personalissimo metodo compositivo basato sullo studio dei cicli ritmici e intervallari. Niente che possa definire del tutto nuovo, ma da quel momento in poi ho continuato a comporre utilizzando quel linguaggio e avrei tanto materiale già idoneo per una nuova produzione. Per me è diventato molto chiaro che il jazz contemporaneo può evolversi a partire dalla composizione, e la mia ricerca è da sempre orientata verso un’equilibrio fra scrittura e improvvisazione. Si tratta di ricercare nuovi codici compositivi, produrre nuovi materiali adatti allo sviluppo in termini di improvvisazione. Al tempo stesso però mantengo una grande voglia di frequentare il linguaggio storico del jazz, suonare il repertorio standard anche in un linguaggio jazzistico assolutamente convenzionale perché mi diverte ancora tantissimo. In questo periodo sto lavorando anche per mettere meglio a fuoco la mia immagine sui social e sul web in generale avvalendomi della collaborazione di professionisti della comunicazione e promozione artistica. Ammetto che sempre avuto delle forti resistenze verso questa figura che si è ormai affermata del musicista-manager-imprenditore di se stesso perché appartengo a una generazione in cui i ruoli erano ben distinti e il musicista si occupava soltanto di musica, dal momento che il tempo e la dedizione richiesti per coltivare lo strumento, la composizione e la progettualità sarebbero già sufficienti a impegnare le giornate lavorative. Tuttavia mi rendo conto della necessità attuale di comunicare meglio qualcosa di me agli addetti ai lavori e al pubblico che ancora non conosce bene la mia storia artistica. Del resto, in circa trent’anni di attività ho accumulato molte esperienze diverse in veste di chitarrista jazz, compositore, direttore di orchestre jazz, improvvisatore. Ho frequentato il jazz ma anche linguaggi differenti.
Inoltre sono molto impegnato didatticamente, in particolare come docente di chitarra jazz al conservatorio di Palermo avendo il privilegio di essere stato il terzo in ordine di arrivo nella storia dei conservatori italiani a ricevere un incarico di questa importanza a tempo indeterminato, per cui cerco di meritare felicemente questo ruolo ogni giorno. I giovani talenti con cui mi confronto sono davvero straordinari e intendo dedicarmi a loro con l’attenzione e l’entusiasmo che meritano. Tra l’altro a Palermo abbiamo uno dei dipartimenti di Jazz più grandi a livello nazionale. Ogni anno i nostri studenti hanno l’opportunità di incontrare alcuni protagonisti di primissimo piano della scena jazzistica internazionale che vengono a tenere seminari e incontri di vario tipo (Kurt Rosenwinkel, Aaron Goldberg, Alex Sipiagin, Ralph Alessi per citarne alcuni). Come membro del consiglio accademico sono tra i principali promotori che hanno reso possibile la fondazione di un’orchestra stabile di jazz del conservatorio, che nei primi tre anni di attività ha già fornito ai nostri giovani talenti l’opportunità di vivere esperienze di produzione molto importanti, come ad esempio una bellissima recente rivisitazione della suite Dedalo di Gianluigi Trovesi e Corrado Guarino ospitando lo stesso Trovesi e cui ho partecipato anche io nel ruolo di solista. Contiamo di proseguire in questa direzione.
Alceste Ayroldi