Il bandoneon danese di Paolo Russo

Il prolifico compositore e bandoneonista italiano, che da venticinque anni ha scelto di vivere a Copenaghen, a stretto giro ha pubblicato tre nuovi album. Ne parliamo con lui.

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Paolo, la prima domanda è perché hai scelto di lasciare l’Italia e di andare a vivere in Danimarca?
È una domanda alla quale, di solito, propongo due tipi di risposte: una, di carattere più terreno e razionale (= “volevo esplorare il mondo della musica del Nord Europa, attratto dalla didattica avanzata delle scuole scandinave e dall’ambiente storicamente molto fervido e accogliente per la musica jazz della città di Copenaghen”); l’altra, di tipo forse più ultraterreno, irrazionale, o mistico/spirituale – che poi ritengo la più vera: dall’età di otto/nove anni, ascoltavo, o immaginavo una voce calma e familiare, che dolcemente mi suggeriva e mi ripeteva incessantemente di andare a Copenaghen. Pertanto, sin da piccolo fantasticavo di immagini, colori, suoni e sensazioni del Nord Europa, colline morbide, tetti spioventi di paglia, cielo azzurrissimo terso e con nuvole bianchissime, basse e che con rapido movimento transitavano silenziose sulle teste di donne in vestiti ottocenteschi intente a stendere al sole estivo i panni appena lavati, mentre orde di bambini biondissimi schiamazzavano felicemente e spensieratamente sui verdi prati.

A tal proposito, come è la situazione musicale (anche dal punto di vista politico, amministrativo, economico) nel Nord Europa?
C’è più attenzione verso l’arte in generale e la musica in particolare.

Come è arrivato tra le tue mani il bandoneon?
Sebbene avessi certamente sentito di Piazzolla e conoscessi un minimo di tango, tuttavia non avevo mai espresso un vero interesse per il bandoneon, come strumento addirittura da imparare a suonare. Poi, a primavera del 2000, come per magia, durante un viaggio-studio in Argentina, per un progetto mio da sviluppare per il penultimo anno del Rytmisk Musikkonservatorium, guidato dall’amico argentino – di origine siciliana – Carmelo Saitta, rinomato e rispettatissimo compositore di musica contemporanea, lo ascoltai suonato meravigliosamente dal vivo nei locali, nei teatri e nelle milonghe di Buenos Aires. E lì cambiò tutto per me: folgorato dal suono, dall’atmosfera che riusciva a creare e da tutto il resto. Rientrato a Copenaghen, sognai per ben quattro notti consecutive che lo stavo suonando dal vivo per un ampio pubblico silenzioso e attento. Quando la gente mi parla della mia passione per lo strumento, io rispondo “più che passione: ossessione!”. Dopo una breve odissea alla ricerca di uno strumento pressoché sconosciuto in Scandinavia e assai poco diffuso, riuscii finalmente ad acquistarne uno ad Amburgo, in Germania, il mio primo strumento: un eccellente Doble A diatonico nero, che mi accompagna fedelmente ancora oggi (ne ho anche un altro, marrone, stesso modello, stessa marca, a cui sono ugualmente legato). E da quel giorno iniziarono le frequenti peregrinazioni verso l’emisfero australe, dove fui amorevolmente accolto tra le braccia del grande Maestro, Néstor Marconi, senza dubbio una delle personalità più eminenti per questo strumento, a livello mondiale, con cui studiai dal 2004 al 2013.

Parliamo di «Overland», il tuo progetto discografico. Iniziamo con il tuo trio. Chi sono i tuoi compagni di viaggio e perché hai voluto proprio loro al tuo fianco?
«Overland» è in realtà il mio quartultimo progetto discografico, pubblicato a maggio 2019. Infatti, in seguito ne ho pubblicati altri tre: «Imaginary Soundtrack» (Set. 2019), «Clavicembalisti Italiani» (Apr. 2020) e «Playground» (quest’ultimo in uscita ufficiale a settembre 2020) – in tutto, 17 album nel periodo 2004-2020. Il bassista svedese Thommy Andersson (vive anch’egli a Copenaghen) lo conosco dal lontano 1996, dai tempi del conservatorio; insieme abbiamo condiviso innumerevoli esperienze musicali che spaziano dal teatro, all’orchestra sinfonica, al folk gipsy con il grandissimo fisarmonicista gitano Lelo Nika, al trio jazz, a quartetti sperimentali e svariate altre formazioni negli ambiti musicali più disparati. Uno dei musicisti dalla preparazione più ricca e completa, con cui io abbia avuto il piacere e l’onore di collaborare, con un’ampia conoscenza ed un altrettanto immensa capacità di muoversi tra linguaggi musicali diversi, ma al tempo stesso con una profonda e forte personalità tipicamente nordica, che riesce mirabilmente ad infondere nel suo modo di suonare, di comporre e di arrangiare e produrre musica. Marcello Di Leonardo è un antico compagno di viaggio e di avventure musicali: siamo coetanei e concittadini (entrambi di Pescara) e si può dire che siamo cresciuti insieme musicalmente. Anche se le nostre strade si sono ad un certo punto divise, come spesso accade (lui a Roma, nei primi anni novanta, io poco dopo in Danimarca, appunto), siamo rimasti sempre in contatto, sia sotto l’aspetto della collaborazione, che quello dell’amicizia. Marcello è un musicista sensibile, profondo, dedito, attento, dal tocco raffinatissimo e dal suono di batteria e piatti che molto ben si adatta alla mia estetica musicale, inoltre dalla rara e nobile capacità di saper percepire le vibrazioni di un ambiente, assecondarle e accompagnarle con eleganza e stile. Lavoriamo insieme con questo trio dal 2007 e registrare in studio è stata un’esperienza meravigliosa dal punto di vista umano, musicale e professionale. Pensa: l’anno scorso Marcello è venuto qui da me a suonare con Thommy ben 5 volte, mentre purtroppo gli impegni successivi hanno dovuto subire variazioni per le ovvie ragioni legate alla crisi mondiale del 2020.

Un trio che restituisce un suono forte, marcato anche per l’assenza di uno strumento armonico. Perché questa scelta?
Beh, sia il piano, che il bandoneon sono in realtà due strumenti decisamente armonici – e ancor di più quando combinati e sovrapposti su una stessa traccia.

Parlando di formazioni, sei passato dall’ensemble di Tangology a un trio. Un passaggio significativo da ogni punto di vista. Perché hai voluto fare questa scelta così radicale?
Il progetto Tangology, realizzato con il Midvest Ensemble, una formazione internazionale, con sede a Herning, in Danimarca, mi è stato commissionato nel 2014, dalla direzione artistica dell’ensemble stesso, con l’intenzione di proporre una rilettura in chiave moderna e personale del tango. Progetto che ho trovato subito estremamente stimolante, in quanto avevo a disposizione un organico non tipico per questo stile e quindi mi sono dovuto per forza di cose spingere alla ricerca di sonorità e combinazioni timbriche non convenzionali (flauto traverso, oboe, clarinetto in Si-b, corno in Fa, fagotto, pianoforte, violino e bandoneon). Questo, come vari altri miei progetti, ha una sua durata nel tempo, mentre i miei ensemble più stabili continuano comunque la loro attività contemporaneamente, pertanto non si tratta di una sostituzione, ma al massimo di una sovrapposizione.

Ci sono riferimenti alla tradizione folclorica italiana e a quella brasiliana. Insomma, nonostante tu viva al Nord da tanti anni, l’essenza musicale del Sud del mondo è una parte importante del tuo bagaglio culturale. E’ così?
L’italianità (se così si può dire…) viaggia sempre con me, mentre la lontananza fisica effettiva dal mio Paese tende ad affiorare piacevolmente nei momenti più inattesi, con travolgenti ondate miste di profonda malinconia, intensa euforia, irresistibili voglie e gradevoli ricordi: tutte emozioni che finiscono inesorabilmente per tramutarsi in musica. Gli altri elementi, provenienti da culture diverse, confluiscono comunque nell’output sonoro finale, in quanto diventano parte integrante del proprio bagaglio musicale, in seguito sia alle inevitabili interazioni con l’area geografica di riferimento, che ai frequenti viaggi e alle numerose esperienze vissute sul campo, in giro per il mondo. Vivere in Nord Europa ha pertanto significato per me da una parte un contatto diretto con le realtà musicali territoriali legate alle espressioni folcloriche scandinave e alla musica di matrice religiosa e popolare – principalmente vocale e organistica – appartenente alla tradizione protestante, integrate però dalla ‘lezione’ americana: Copenaghen è stata infatti uno dei maggiori centri in Europa di accoglienza e fioritura dell’attività di importanti jazzisti d’oltreoceano, a partire dagli anni sessanta (come Ben Webster, Thad Jones, Dexter Gordon, Ed Thigpen, Kenny Drew, Butch Lacy, Bob Rockwell, Stan Getz, Etta Cameron – per nominarne solo alcuni), i quali hanno senza dubbio fatto scuola e instradato numerosi jazzisti locali che sono diventati poi di fatto lo zoccolo duro della cosiddetta vecchia guardia jazzistica di Copenaghen (Alex Riel, Bo Stief, Niels Henning Ørsted-Pedersen, Palle Mikkelborg, Marylin Mazur, Mads Vinding, Jens Winter, Erik Moseholm, Jesper Lundgaard, Ole Kock Hansen). Inoltre, Copenaghen è tutt’oggi punto d’incontro di diverse culture europee ed extra-europee, con diverse comunità musicali che ne rendono la scena ancora più ricca e variopinta. D’altra parte, l’influenza notevole della musica sudamericana – soprattutto con riferimento ad Argentina, Brasile ed Uruguay – scaturisce naturalmente dalla mia assidua frequentazione di quei posti meravigliosi tra il 2000 e il 2014, soprattutto a Buenos Aires e nel resto dell’Argentina, a stretto contatto con i fervidi ambienti del tango di estrazione tradizionale, così come con i fermenti delle espressioni musicali più ibride e contemporanee, che si spingono fino a coniugare tra loro elementi di tango, tango nuevo, jazz, avanguardia, musica contemporanea, musica tradizionale folclorica argentina (chacarera, zamba, malambo, vidala, canción, chamamé) e anche quella più marcatamente rioplatense (Buenos Aires, Montevideo – tango, milonga, candombe, murga). In Brasile ho circolato meno, ma quanto basta per innamorarmi non solo della grande passione e dell’immenso rispetto che quel popolo ha per la musica, ma anche delle molteplici sfaccettature che la loro ricchissima cultura musicale presenta.

Quanto ha inciso il tuo personale concetto di improvvisazione nella genesi di questo album?
«Overland», come spiego anche nelle mie note di copertina, è una sorta di richiamo a una modalità diversa di affrontare un viaggio nel mondo esteriore, ma anche un invito all’esplorazione del proprio mondo interiore, basato sulla contemplazione, sull’osservazione, sulla riflessione, al di là delle frenesie vuote del mondo contemporaneo e degli inquietanti mutamenti antropologici, ancorché socio-culturali, che stiamo vivendo intensamente in questo momento storico e che tendono a minacciare la natura stessa dell’essere umano. Come sai, suonando sia il piano, che il bandoneon (a volte anche sovrapponendoli insieme su uno stesso brano), la narrativa musicale si articola maggiormente e la paletta dei colori si amplifica considerevolmente. Il mio approccio al bandoneon è senz’altro di natura meno ortodossa, rispetto ai consueti passaggi obbligati in termini di repertorio, linguaggio e stile, a cui si è sottoposti quando s’inizia un percorso più incanalato in ambiti tradizionali, piazzolliani o post-piazzolliani. La mia provenienza dal pianoforte (sia classico, che jazz) ha costituito una base essenziale, che mi ha permesso uno sviluppo più progressista, indipendente e alternativo, se vogliamo: meno tradizionalista. Detto questo, rimane pur sempre il fatto che anch’io mi sia cimentato – sia pur in forma meno accademica – in ambiti più consoni alla storia e alla letteratura dello strumento, studiando con i grandi maestri, ascoltando innumerevoli concerti dal vivo, viaggiando in lungo e in largo per l’Argentina, divorando centinaia di dischi storici e di produzione più contemporanea. Non sono poi certo mancate le esibizioni dal vivo, col NuevoTrioPorteño – un progetto in trio con Diego Sandullo e Ricardo Cánepa, (con cui abbiamo girato varie volte Argentina, Brasile, Uruguay e Danimarca per ben 4 anni, registrando tre album a Buenos Aires, di cui due pubblicati e uno in via di pubblicazione) – ma anche con Pablo Ziegler, Cuarto Elemento, Diego Schissi, Minino Garay, ecc.

Tu viaggi moltissimo per lavoro. Quanto influisce questo aspetto nel tuo processo compositivo?
Al di là delle limitazioni imposte dalla situazione attuale, in realtà, pur avendo viaggiato assai frequentemente in passato, già da qualche anno avevo deciso di ridurre drasticamente la mia attività all’estero, per concentrarmi in maniera più intensa sulle mie produzioni e sui miei progetti. Ciò mi ha condotto alla pubblicazione di ben nove album in cinque anni, più una lunga serie di composizioni per bandoneon solo, duo con violoncello, con flauto dolce, trio jazz, quartetto (bandoneon + trio classico, con violino, violoncello e pianoforte), sestetto, orchestra d’archi, il mio primo concerto scritto per Bandoneon e orchestra da camera (già registrato in Serbia a Novembre 2019), una vasta gamma di produzioni video e un libro (raccolta antologica «Bandoneon Solo Vol. II – Originals», con materiale dal relativo album, con note introduttive scritte dal Mº Néstor Marconi). Posso senz’altro dire che le influenze raccolte in giro per il mondo hanno sicuramente costituito elementi di grande ispirazione, durante il processo compositivo.

Le tue composizioni nascono spontaneamente o le elabori nel corso del tempo?
Ciò può variare molto, a seconda delle condizioni ambientali, strumentali, logistiche, dell’ispirazione del momento. Di solito, quando nascono sul bandoneon, lavoro inizialmente sull’idea melodico-ritmica dominante, per poi integrarla con lo sviluppo della struttura al piano, che mi permette un maggiore controllo sotto l’aspetto armonico e polifonico. Per quanto riguarda le composizioni di più ampio respiro per ensemble più estesi (dal quartetto in su), tendo a “disegnare” l’intero progetto partendo da un soggetto narrativo, una storia, alla stesura della quale faccio corrispondere una curva d’intensità dinamico-espressiva, per poi calarmi nell’individuare parametri tipo carattere e durata, in seguito assegnare tempi, modi, strutture, sonorità e solo in ultima analisi passare alla notazione vera e propria. Quest’ultima nasce sempre – o quasi – su carta, con me al piano, con appunti su quattro sistemi di pentagramma, che mi permettono di fissare la notazione delle voci portanti, distribuite tra i vari registri in forma perlopiù stilizzata. Una volta completato il processo di “schizzo”, dalla carta passo all’orchestrazione attraverso un software su computer – per maggiore duttilità, precisione e praticità.

Quale ritieni essere stato il momento più importante della tua carriera artistica?
Te ne dico tre: L’ingresso al Rytmisk Musikkonservatorium. Dopo selezioni molto dure, su 350 iscritti ai test, passammo in 34, di cui solo 20% stranieri e non più di uno per le classi da solista (le più prestigiose), per strumento. Quell’anno (1997), in via eccezionale, al pianoforte – classe solista – ne presero due: il danese Jakob Anderskov e me. Dopo pochi mesi, si ritirarono una decina di studenti. I cinque anni presso quel conservatorio hanno rappresentato per me una vera e propria svolta, in quanto costituirono per me non solo un momento di grande crescita dedicato intensamente a un corso di studi a contatto con musicisti scandinavi e internazionali di altissimo livello, ma anche l’immersione in un network molto ricco e vitale, che facilitò notevolmente il mio inserimento nel circuito musicale.
Poi, la scelta di dedicarmi anima e corpo al bandoneon, per quanto relativamente tardi (ai trentadue anni) e in un momento molto delicato e incerto sotto l’aspetto degli affetti famigliari, delle finanze e delle prospettive future: quando l’universo ti dà segnali così forti e chiari, bisogna trascurare tutto il rumore confuso proveniente dall’esterno e concentrarsi sulla propria forza interiore, sviluppando fiducia in se stessi e alimentando di energia positiva le proprie visioni e aspirazioni, anche laddove apparentemente non supportate dall’ambiente circostante. E, infine, l’ingresso sul palcoscenico della Carnegie Hall, a New York City, col mio bandoneon, come solista con la SDUSO Symfoniorkestret, di fronte a duemila persone. Iniziavo con un’introduzione più o meno improvvisata, completamente da solo: gli attimi appena prima di produrre le prime note li ricordo ancora, l’atmosfera, le luci, poi il suono acustico del mio strumento librarsi nell’etere e viaggiare attraverso quella sala meravigliosa, ricca di storia, di tradizione… brividi.

Ci sono dei riferimenti letterari nel tuo procedimento creativo?
Mi piace molto leggere, alternando alla passione dei romanzi, il fascino di saggi e trattati, intriganti per la ricchezza dei contenuti e qualche biografia. Tuttavia, non credo di poter scorgere una corrispondenza diretta tra specifici racconti, o autori e la mia musica, sebbene il tema della percezione della realtà abbia comunque avuto un certo impatto sul mio modo di pensare e di relazionarmi al mondo esterno. Vedi, io penso che la musica sia una delle forme più immediate e dirette di trasmissione energetica e l’elemento emozionale e irrazionale lo trovo imprescindibile, sia come compositore, che come interprete e solista, che come ascoltatore. Gli sterili intellettualismi generalmente non suscitano il mio interesse e non stimolano la mia immaginazione, mentre una musica che mi sa commuovere non mi stanco mai di ascoltarla.

Come hai vissuto – e vivi tutt’ora – il periodo delle restrizioni causate dal Covid-19?
Per le ragioni enunciate poc’anzi, lo stile di vita da me adottato negli ultimi anni, abbastanza raccolto, votato principalmente allo studio, alla ricerca, alla produzione e alla realizzazione dei miei progetti, mi ha permesso di affrontare quel periodo in maniera assai meno drammatica. Tuttavia, il filo diretto con l’Italia, mantenuto sempre molto attivo, soprattutto durante l’emergenza, ha senz’altro generato inquietudine, sconforto e dolore, per il costante affiorare d’un sentimento d’impotenza nell’osservare le sofferenze dei miei connazionali e per lo sgomento di una crisi che ha colpito in modo pressoché simultaneo il mondo intero. In Danimarca, tuttavia, essendo stata la situazione gestita da subito con molta attenzione – anche perché presentatasi con diverse settimane di ritardo, rispetto all’Italia – le restrizioni non sono state così rigide. Detto questo, anche qui le conseguenze degli annullamenti di intere stagioni concertistiche, rassegne culturali, festival internazionali e concerti vari si sono fatte sentire. L’impossibilità di venire in Italia come programmato (a marzo avevo il missaggio e la masterizzazione del mio nuovo album «Playground», in solo piano e bandoneon, che ho dovuto fare a distanza) mi ha permesso di dedicarmi ad un altro progetto che avevo in mente da tempo: un album in piano solo, dedicato ai clavicembalisti italiani dell’epoca barocca, interamente registrato nel mio studio e dedicato idealmente all’Italia, con l’intenzione di donare sollievo e conforto.

Cosa è scritto nell’agenda di Paolo Russo?
Registrare e pubblicare i miei progetti già ampiamente avviati: «Playground», ultimissimo album in solo piano e bandoneon, invero già pronto e stampato, in uscita ufficiale per la Odradek Records il 17 settembre 2020 (il giorno del mio 51º compleanno). «Eskar Trio meets Paolo Russo», una collaborazione con un trio danese classico, in cui presento tutte mie composizioni, scritte e arrangiate specificamente per questo ensemble. «Bandoneon Concerto n. 1», registrato presso lo Studio M della Radio Nazionale Serba, a Novi Sad a novembre 2019, con la Zrenjaninski Kamerni Orkestar, diretta dal Mº Thommy Andersson. «Bandoneon Solo Vol. IV», che segue la serie dedicata a questo strumento meraviglioso, affrontando repertori alternativi, che spaziano dal jazz, al tango, all’improvvisazione, composizioni originali, ecc. Poi, ristrutturare e ridisegnare, ampliandolo, il mio spazio dedicato alla musica. Mi riferisco non solo al mio studio di registrazione, ma anche al concetto di spazio mentale, energetico e temporale che occupa l’attività di produrre musica nella mia vita: auto-terapia, guida alla decodificazione della realtà, esplorazione interiore, veicolo di conoscenza, trasmissione di energia positiva e – perché no? ,giacché ci stiamo – anche professione.

E cosa è scritto nel diario segreto di Paolo Russo?
Eeeh, Alceste…! Quello è e rimane segreto!
Alceste Ayroldi