«Alone in Action». Intervista a Nico Marziliano

Un disco intenso e in solitudine per il pianista barese. Ne parliamo con lui.

1871

Nico, dopo aver inciso con tante differenti formazioni, era giunto il momento di farlo anche solo. Era un’idea che avevi già da tempo?
Sì, visti i miei impegni didattici (sono stato impegnato con il conservatorio di Potenza per otto anni su quasi tutte le discipline jazz) dovevo trovare spazi ed energie giuste per andare fino in fondo.

Dodici brani, che vanno da Someday My Prince Will Come a In A Sentimental Mood, passando per Gershwin e John Williams e Miles Davis. Poi, una parentesi su Monk con Reflections e Hackensack. La prima domanda è secondo quali criteri hai concepito la scaletta dei brani?
I brani che ho registrato si sono, per così dire, accumulati nel tempo nel corso di «solo performance». Ho scelto i più significativi, quelli che presentavano un qualche motivo di interesse affinché fossero registrati e, ovviamente, quelli a cui ero più affezionato, che sentivo più vicini, senza scartare l’idea di inserire comunque qualche mio brano originale.

La seconda, invece, attiene alla scelta di dedicare a Monk due brani. Hai un particolare legame con la musica e la tecnica di Monk?
Esatto. I brani di Monk non sono casuali perché in passato ho fatto diversi approfondimenti sulla sua musica che hanno avuto sbocco in concerti e lezioni. Ritengo che le sue composizioni siano interessanti, basilari per lo studio del jazz sia da un punto di vista armonico che ritmico e spiazzano l’esecutore se non sufficientemente maturate. Lo studio del suo stile mi ha portato anche alla scrittura di due brani originali (Sphere e Monkmatism) che ho pubblicato su stampa una decina di anni fa e non sono inseriti in quest’album. Hackensack e Reflections sono stati qui proposti in una mia chiave interpretativa personale. Ritengo questo un passaggio obbligato per qualsiasi tipo di rilettura.

Hai personalizzato con particolare gusto gli standard in scaletta. Hai agito d’istinto o le elaborazioni sono frutto di un lavoro meditato?
Tutto ciò che ascolti qui è frutto di un lavoro meditato in cui qualcuno ha intravisto anche il mio interesse per l’arrangiamento orchestrale. La rielaborazione di un brano è sempre frutto di ciò che uno sa ed è all’interno di se stesso.

Poi, troviamo anche tre brani a tua firma. Ce ne vorresti parlare?
Blowing On A Tango Line è il più antico in senso cronologico (1997) e l’ho registrato nel cd «Snow» con il mio progetto European Sound Project e la partecipazione di Gianlugi Trovesi. L’ho anche trasformato in un brano per quartetto di sassofoni che ho pubblicato su stampa. Nickname è un blues con un mood tematico che ricorda vagamente Blues On The Corner di McCoy Tyner. To Mike P. (presente anche all’interno del booklet come spartito base) invece è un jazz waltz dedicato a Michel Petrucciani (Mike P. era una sorta di acronimo con cui Michel si presentava nel suo primo viaggio negli States perché il suo cognome era troppo lungo e poco pratico per essere pronunciato e capito dagli americani). Mike P. diventò in seguito anche il nome della sua casa editrice. Sia Nickname che  To Mike P. sono stati pubblicati su stampa come brani pianistici completi anche di solo originale.

Anche il luogo dove hai registrato è particolare. Perché hai scelto questa sede e, inoltre, l’ambiente ha influenzato la tua performance?
Il luogo è lo studio Music suite, sito nel centro storico di Sammichele di Bari, di cui Eustacchio Montemurro è fonico e titolare. Lo studio di registrazione altro non è altro che una casa antica di proprietà della famiglia che Eustacchio ha pensato bene di riadattare vista l’acustica naturale e il contesto. E nel piccolo ma elegante e confortevole salone c’è un ottimo coda Yamaha C 5. Lo studio lavora molto con la musica classica (sicuramente per l’ambiente), con piccoli gruppi da camera strumentali che vocali e spesso viene prenotato da musicisti che vengono dall’estero (Svizzera, Austria e Francia).  Lo studio, il contesto e il pianoforte mi hanno convinto che quello era il luogo giusto. Ho registrato in due mattinate intere a mio completo agio, come se fossi a casa.

Nico, quando hai concepito l’idea di questo disco in piano solo, avevi un disco o un pianista di riferimento in mente?
Ho molti pianisti di riferimento: Kenny Barron, John Taylor, Michel Petrucciani, Bill Evans; poi i nostri italiani Franco D’Andrea (con cui ho studiato a Siena jazz 30 anni orsono) ed Enrico Pieranunzi che ammiro molto. Comunque sono rimasto molto affascinato ed ho ascoltato minuziosamente la serie Maybeck Recital Hall della Concord jazz che conta poco più di quaranta cd realizzati da grandi pianisti jazz in questa suggestiva location californiana.

A chi dedichi questo disco?
Alla mia famiglia, ai miei allievi ed a tutti gli appassionati di jazz.

A tal proposito, chi è stato il tuo mentore, per così dire, materiale e/o quello spirituale (se diverso) che ti hanno spinto a suonare il pianoforte?
Non c’è stato nessuno che mi abbia veramente spinto allo studio della musica e del pianoforte. Si è trattato di un evento naturale. Ricordo che da bambino frequentavo un coro e forse questa esperienza mi ha educato all’ascolto della musica. Il mio primo strumento è stato un organo a due tastiere della Viscount (nei primi anni Settanta l’organo elettronico era uno strumento molto usato dai gruppi rock); in seguito l’acquisto di un piano Fender Rhodes e qualche anno dopo un pianoforte acustico. Il jazz l’ho conosciuto in età liceale grazie a un amico più grande che si occupava di trasmissioni di jazz in radio. Spesso mi forniva audio cassette e Lp per darmi dei punti di riferimento (ricordo dischi di Bud Powell, Count Basie, Oscar Peterson, Miles Davis e tanti altri)

Tra le tue numerose collaborazioni, ce ne è una che ha lasciato maggiormente il segno rispetto ad altre?
Particolarmente impressa è stata la collaborazione con Claudio Fasoli (che è presente nel mio primo disco «Bon Voyage» del 1994) il quale mi ha fatto apprezzare l’aspetto quasi trascendentale della composizione jazz che sicuramente gli derivava dall’ammirazione per la musica di Wayne Shorter e John Coltrane.

Qual è l’obiettivo primario del tuo impegno da musicista?
Ce ne sono diversi a dire la verità.Condividere con il pubblico la mia musica e il mio sentire, avvicinare i giovani al jazz e mi fermo qui.

Da musicista, jazzista italiano, quali sono le tre cose che cambieresti (o inseriresti) subito nel sistema jazzistico del nostro paese?
Diciamo che in primis cambierei il sistema scolastico per quanto riguarda l’educazione musicale con l’inserimento della musica nei programmi sin dalle prime classi. Solo così potremmo coltivare un pubblico più attento, sensibile e magari avremmo anche più allievi e meglio preparati in conservatorio. Inoltre auspicherei la presenza della musica anche a livello didattico in televisione e non solo in canali tv specializzati e conosciuto dagli addetti ai lavori. Un nostro obiettivo dovrebbe essere quello di educare alla musica (di tutti i generi) la gente comune. Però purtroppo la televisione ha altre logiche…

Tu sei anche un eccellente didatta. Qual è la situazione della didattica jazzistica in Italia?
In questo momento la situazione della didattica jazz è sicuramente in ascesa  per i corsi di jazz oramai in tutti i conservatori italiani, per le scuole private sempre più specializzate, per i vari seminari presenti in diversi momenti dell’anno su tutto il territorio nazionale. Facevo la riflessione che poco più che adolescente ascoltavo il jazz su trasmissioni radio (RAI ) e carcavo di andare ai concerti (erano pochi negli anni Settanta). Questi sono stati i miei maestri!

Il tuo trio ideale (pianoforte, contrabbasso, batteria) è formato da…
Il trio è sempre stato per me un chiodo fisso nel senso che sin dall’inizio ho dato peso a questo tipo di formazione. Attualmente mi avvalgo della collaborazione di Roberto Inciardi al contrabbasso e Franco Guarnieri, oltre che amici anche persone affidabili professionalmente. Per far funzionare bene le cose è importante avere sempre un clima di serenità ed ascolto.

Un luogo dove vorresti suonare…
 Non ho un luogo preferito anche se mi piacerebbe suonare in qualche c.d. tempio sacro del jazz negli States.

Cosa è scritto nell’agenda degli impegni e dei programmi di Nico Marziliano?
Diverse cose che cercherò di realizzare ora che sono al Conservatorio di Bari e quindi posso gestire meglio il mio tempo.  Per la precisione, oltre a concerti di presentazione del lavoro in solo, ho in cantiere un cd in trio (già pronto e maturo); la registrazione di un paio di progetti orchestrali tematici che mi vedono come pianista – arrangiatore;  la registrazione di un lavoro per quartetti di sassofoni con miei arrangiamenti (alcuni già pubblicati a stampa).
Alceste Ayroldi