Pollock Project: Marco Testoni, Simone Salza, Elisabetta Antonini

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di Alceste Ayroldi

Pollock Project è il progetto artistico che coinvolge Marco Testoni, Elisabetta Antonini e Simone Salza. Ne parliamo con loro.

Innanzitutto, perché proprio Jackson Pollock?

M.T. C’è più di un motivo. Quando il trio è stato fondato cercavo un nome che identificasse immediatamente il nostro interesse verso le arti visuali. Jackson Pollock non è stato solo un grandissimo innovatore ma anche, come è noto, un artista con un rapporto strettissimo con il jazz. Non era solo un ascoltatore perché il jazz era soprattutto lo sfondo musicale che indirizzava il ritmo della sua action painting. E inoltre non era neanche un semplice consumatore perché il suo rapporto con il jazz scatenava la sua azione creativa, una relazione del tutto simile a quella che c’è tra danzatore e musica. Pollock Project nasce dall’idea di correre lungo questo percorso ma in senso contrario: dall’immagine alla musica.

Come è nato il progetto?

M.T. La prima formazione, che oltre me vedeva Nicola Alesini e Max Di Loreto, partiva proprio dall’idea di lasciarsi ispirare dal lavoro di una serie di artisti visuali: da Marcel Duchamp agli squatter francesi di Rivoli 59 fino ad arrivare alla collaborazione con artisti contemporanei come Victor Enrich, Antonia Carmi, Mark Street e Istvan Horkay (collaboratore di Peter Greenaway). Abbiamo prodotto quindi non solo musica ma anche molti video che vengono tuttora proiettati durante i nostri concerti. Ricordo in particolare Unnecessary dedicato al Dada che ho diretto insieme a Lorenzo Botticelli e Unbalanced ispirato alle «architetture impossibili» del fotografo catalano Victor Enrich. In quel periodo ci siamo permessi il lusso di passare tantissime ore in sala prove sperimentando soluzioni e alla fine abbiamo iniziato a lavorare con una tecnica molto simile a quella del dripping di Pollock che lasciava sgocciolare la sua pittura sulle tele. Noi invece improvvisavamo su video e loop elettronici ispirati dai lavori o addirittura dalla voce di un artista. Come nel caso di una nostra versione di In A Silent Way dove nella tessitura del loop abbiamo inserito l’audio di un’intervista con la voce di Jackson Pollock stesso.  Attualmente con il nostro terzo disco ci siamo presentati con una nuova formazione che oltre al sottoscritto (pianoforte, handpan, batteria e programming) vede Elisabetta Antonini (voce e live electronics) e Simone Salza (sax soprano e clarinetto). Sono musicisti con un percorso artistico di grande valore ma soprattutto sono entrambi particolarmente duttili e disponibili alle più disparate, e a volte stravaganti, sperimentazioni che gli propongo. Con Simone Salza condivido il mestiere di musicista per il cinema, lui come strumentista ed io come compositore e music supervisor. Con Elisabetta invece condivido una visione aperta ed interattiva del jazz, ritengo il suo ultimo album «The Beat Goes On» una delle perle discografiche del jazz italiano dell’ultimo decennio.

Cosa è il visual jazz?

M.T. Il matrimonio tra il jazz contemporaneo e le arti visuali. Nel caso specifico di Pollock Project però ci metterei anche dentro anche una vocazione all’esplorazione di contesti musicali extra-jazz.

Qual è l’obiettivo che vi prefiggete?

M.T. Dialogare con le arti attraverso il suono. Cercando sponde e interazioni a tutto campo con performer e artisti visuali. Il jazz ha questa doppia anima sia ricercata che popolare che si adatta naturalmente all’arte contemporanea e alla sinestesia. In questo momento sono molto interessato a come declinare la mobile art in musica, un movimento artistico che si esprime soprattutto nella fotografia ma che potrebbe avere degli sviluppi molto interessanti anche in un contesto musicale.

Quanto spazio dedicate all’improvvisazione e quanto è scritto?

M.T. Non esiste una regola vera e propria perché dipende dal progetto. Quando ad esempio la nostra musica è legata allo scorrere di un video abbiamo dei cue che stabiliscono l’ingresso di una parte scritta o magari, al contrario, la fine di un’improvvisazione. Ciò che è sempre evidente è che per interagire con immagini, loop e voci registrate occorre una disciplina ed un controllo notevole che a volte ci porta inevitabilmente fuori dal territorio della pura improvvisazione. Infatti, al contrario di quello che si può pensare, già dai i nostri primi dischi molte parti erano scritte.

Per alcuni jazz ed elettronica non dovrebbero coesistere. Qual è il valore aggiunto dell’elettronica associata al jazz?

E.A. Fatico a considerare una posizione così netta quando si parla di musica, arte, cultura. La mia esperienza di fruitrice del jazz, prima ancora che di musicista, mi fa dire che questa musica è per natura ibrida, frutto di commistione, difficile da definire e da confinare in precisi perimetri stilistici. In questi ultimi quarant’anni abbiamo visto nascere progetti in cui il jazz è contaminato dalla musica contemporanea, dal folklore, dal pop, dal cantautorato, perciò trovo molto naturale che possa essere accostato in alcuni casi anche all’elettronica. Inoltre, elaborare e filtrare estemporaneamente materiale musicale o la propria improvvisazione, è una ulteriore possibilità espressiva del musicista di oggi, un mezzo per concepire in modo nuovo l’arrangiamento e la composizione, che non danneggia il jazz di sempre, non ne rifiuta o corrompe l’essenza, semmai la esplora ulteriormente e la reinterpreta.

M.T. Per me l’elettronica non è che uno strumento che il nostro tempo ci ha messo a disposizione. Nessuno è costretto ad usarla nell’organico strumentale dei propri lavori musicali così come accade per un qualsiasi altro strumento. Ma metterla aprioristicamente al bando mi sembra una presa di posizione piuttosto ridicola. Mi ricorda la situazione storica che si creò nel cinema dopo l’avvento del sonoro dove molti registi rimpiangevano i bei tempi del muto affermando che solo quello era il vero cinema. Mi sembra però evidente che la storia non gli abbia dato ragione. Nel bene e nel male il futuro ha sempre ragione.

S.S. Vedo il jazz come una forma musicale in continua evoluzione, i maggiori esponenti ne sono i testimoni. A mio parere vedo l’utilizzo dell’elettronica un valore aggiunto pur rispettando le fondamentali della forma. Nel rispetto della tradizione, che è il punto di partenza obbligato a chi si avvicina a questo fantastico mondo.

E’ questo il futuro del jazz?

M.T. A prescindere dall’elettronica il futuro del jazz dipende da come i musicisti lo immagineranno e lo realizzeranno. Non credo che restare ancorati al glorioso passato sia una buona strada perché alimenta solo l’autoreferenzialità, che è la vera malattia endemica di certo nostro jazz nostrano. La storia parla chiaro, fin quando il jazz si è trasformato assimilando liberamente quello che aveva intorno a sé (compresa l’elettronica) tutto è andato per il meglio. Posso fare tanti esempi che vanno da Miles Davis a Herbie Hancock, da Jon Hassell a Nils Peter Molvær e l’elenco potrebbe continuare se ci mettessi dentro anche i nomi di artisti attualmente poco conosciuti ma interessantissimi. Mi piacerebbe perciò vedere in giro più festival e manifestazioni dedicate al jazz nelle sue espressioni più innovative ma sfortunatamente vedo invece sempre meno spazio per il jazz in generale. Forse cambierebbe qualcosa se sparigliassimo le carte?

Vi ritenete dei visionari?

M.T. La musica che suoniamo indica di sicuro questa attitudine. Immaginare nuove forme musicali che seguono traiettorie anomale e sorprendenti è secondo me sempre una buona cosa. Poi come al solito i risultati possono piacere o meno, ma è un altro discorso. Penso che in un momento storico come questo suonare musica «visionaria» è una precisa manifestazione d’intenti, non solo artistici.

Quali sono i vostri riferimenti stilistici?

M.T. Vado a 360°: Sun Ra, Miles Davis, John Coltrane, Theolonius Monk, Steve Reich, David Lang, Frank Zappa, Brian Eno, Marcel Duchamp, Antoni Gaudì, Alejandro Jodorowsky, Federico Fellini, Terry Gilliam, la Beat Generation e naturalmente Jackson Pollock. Artisti molto diversi ma con la medesima inclinazione a voler sempre alzare l’asticella della propria creatività e immaginazione.

E.A. Per il mio nutrimento musicale trovo necessario ascoltare cose molto distanti tra loro e in questo periodo cerco soprattutto artisti e compositori diversi e spesso lontani dal jazz, di cui ammiro lo spessore e la sensibilità musicale proprio al di là delle considerazioni stilistiche. L’idea di fondo è proprio allontanarmi dall’avere dei riferimenti, cercare di non aderire troppo ad una estetica riconducibile stilisticamente a qualcuno che abbia già esplorato una certa direzione musicale, spesso magistralmente.

S.S. Mi è sempre piaciuto spaziare da un genere musicale all’altro, posso dire che i miei riferimenti stilistici partono dalla musica classica, passano poi per il be bop, subito dopo l’hard bop fino alle più attuali forme e tendenze musicali.

Nel vostro ultimo lavoro discografico, troviamo anche i Sigur Ros. Attingere dal canzoniere pop-rock-soul è una pratica che si fa sempre più largo. Pensate che sia un problema causato da una crisi del jazz che non offre più composizioni degne di nota?

M.T. In realtà in ogni disco ci occupiamo di una nostra personale rilettura di brani del patrimonio jazzistico a noi congeniali (Coltrane, Sun Ra, Davis) e la lista non è esaurita. Ma in questo album sentivamo l’esigenza di guardare a qualcos’altro. In questo senso non ritengo i Sigur Ros un gruppo né pop né rock perché sono andati molto oltre questo genere di etichette. Credo che la loro musica ed il loro progetto artistico sia appunto di natura visionaria e di conseguenza affine al nostro. Abbiamo affrontato questa interpretazione di Varuo non come un’operazione a tavolino ma con lo stesso rispetto, artistico e non filologico, con il quale nello stesso disco abbiamo suonato Naima di Coltrane. Cioè come se fosse un classico, uno standard.

A vostro avviso, il jazz è in crisi?

S.S. Si ! ma non solo il jazz……siamo in piena crisi culturale!

M.T. E’ vero! Non è in crisi solo il jazz, secondo me lo è la musica e in generale la cultura. Spesso mi sembra di vivere in un supermercato dove si vendono solo 10 prodotti ripetuti e clonati all’infinito. Per troppo tempo si è confusa l’arte con l’intrattenimento con il risultato che ora stiamo affogando nel mainstream. Se il jazz continuerà a percorrere unicamente questa strada sarà difficile creare un nuovo pubblico e quello che c’è lentamente svanirà. E infine se nel cartellone dei pochi festival sopravvissuti i nomi saranno sempre gli stessi sarà ben difficile anche solo provare ad uscire dalla crisi. In generale la cultura va difesa e  risvegliata con delle proposte che non tengano conto solo di un qualche tornaconto o di un’idea di business. La musica, non solo il jazz, deve immergersi senza paura nella nostra realtà, deve tornare in qualche modo a scuotere e stupire, non solo ad intrattenere. Altrimenti sarà solo un divertimento usa e getta come tanti altri.

E.A. Questa è una domanda a cui è molto difficile rispondere. Da una parte potrei dire che la musica, e quindi il jazz, non possono entrare in crisi. Si trasformano, forse si trasfigurano ma rimangono sempre vive e vitali finchè verranno studiati, consumati, diffusi, sebbene cambino i mezzi di uso e consumo e si sia passati in poco tempo dal vinile a Youtube. Dall’altro, assisto con rammarico ad un grande cambiamento nel modo di seguire il jazz da parte del pubblico e a una grande riduzione dello spazio che questa musica ha nell’interesse collettivo.  Vedo poca partecipazione nei confronti dei concerti spesso anche di nomi autorevoli del jazz, soprattutto sempre meno giovani ad assistere ai live nonostante intendano diventare musicisti e frequentino conservatori. C’è poca curiosità nei confronti delle realtà underground del jazz che a fatica sopravvivono per mancata curiosità, capacità di promozione e coraggio da parte sia degli organizzatori che del pubblico, sempre più incline ad andare ad ascoltare qualcosa che già conosce. Ci sono molti meno locali di riferimento, almeno nella mia città, in cui i musicisti possano incontrarsi, crescere e condividere, perchè il jazz si va a “vedere” a teatro o su Youtube, scalzando quella modalità di incontro e quell’energia che ne sono stati per molto tempo l’essenza e la linfa vitale. Tutto si trasforma, vedremo a quale jazz porterà la rivoluzione Internet.

Il progetto potrebbe prevedere anche un ampliamento nella formazione?

M.T. Certo! E’ già accaduto in passato con Cecilia Silveri al violino e Simona Colonna al violoncello e sicuramente capiterà di nuovo con altri musicisti in sintonia con Pollock Project. Abbiamo poi avuto collaborazioni con Alessandro Gwis (di cui appunto apprezzo moltissimo il lavoro con l’elettronica), Mats Hedberg, Federico Mosconi e Primiano Di Biase. Tutti musicisti certificati open mind.

Il pubblico del jazz, diciamo quello più tradizionalista, che reazioni ha alle vostre performances live?

M.T. Non saprei dire. Noi cerchiamo di presentare il nostro concerto non pensando ai gusti di chi è davanti a noi. Ciononostante credo che anche i più tradizionalisti, dopo uno spiazzamento iniziale, siano sempre incuriositi. Ad esempio, nella presentazione del nostro ultimo lavoro all’Auditorium Parco della Musicadi Roma, il pubblico era per alcuni momenti parte attiva dello spettacolo perché ripreso dai fotografi del NEM che avrebbero poi utilizzato questi scatti nella loro mostra itinerante Impossible Humans. Credo quindi che questo mix artistico e sensoriale che proponiamo catturi l’attenzione del pubblico.  Anche perché il jazz è e resta comunque la filigrana di tutto il progetto.

Quali sono i vostri progetti, a cosa state lavorando?

M.T. Lavorando da tempo nella musica per cinema sto presentando un mio libro Musica e Visual Media (Audino Editore) proprio a proposito dell’attuale e strettissimo rapporto tra musica e immagine. Come Pollock Project stiamo invece cercando di organizzare un tour all’interno di gallerie e spazi d’arte in collaborazione con Andrea Bigiarini e gli artisti del New Era Museum per presentare The Unexpected Happening, un progetto che si compone di quattro eventi dedicati alla Mobile Art: un concerto, una mostra, un contest fotografico e un photoshooting.

Alceste Ayroldi