Quando hip hop, jazz e classica stanno bene insieme. Intervista a Luciano Supervielle

Il musicista franco-uruguaiano non ha confini musicali, e anche geografici. Lo abbiamo intervistato in occasione del Montreux Jazz Festival dove ha incantato, con un doppio set spettacolare, la platea de La Coupole.

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Ph: AnneLaure Lecha

Luciano, durante gli anni Novanta hai ricoperto un ruolo importante nella scena hip hop dell’Uruguay con i Platano Macho e i Peyote Asesino. Cosa ricordi di quegli anni?
E’ stata la prima generazione hip hop in Messico e Brasile, che si sviluppò in buona parte dei paesi dell’America Latina e ho avuto il piacere di prendere parte a questo importante movimento culturale. Platano Macho era la mia band, mentre con i Peyote Asesino ho collaborato diverse volte su loro invito. E’ stata per me un’esperienza molto formativa, che ha contribuito ad ampliare il mio modo di vedere e pensare la musica.

Ora, il tuo approccio stilistico e compositivo è marcatamente più classico e legato all’improvvisazione. Cosa è successo in questi anni?
Innanzitutto sono passati tanti anni. Ero poco più che un adolescente e, grazie a questa esperienza, ho capito come si sta su di un palco, ho firmato i miei primi contratti con impresari e discografici. Amavo l’hip hop – e tutt’ora fa parte della mia cultura musicale – ed era, ancor più in quel periodo, una pietra fondamentale della cultura musicale popular. Vivevo in Messico, tra il 1981 e il 1985, il cui tessuto musicale era particolarmente influenzato dalla scena hip hop statunitense. Allo stesso tempo, studiavo pianoforte e musica classica, ma l’hip hop è sempre stato presente nella mia vita artistica, e anche oggi lo è, seppur la mia musica possa sembrare non del tutto vicina all’hip hop. Quando compongo, comunque, il mio modo di pensare la musica è influenzato dal mio passato.

Qual è tuo bagaglio culturale-artistico?
Il mio background pianistico è sicuramente classico, ma è anche connesso con il jazz, perché ho studiato arrangiamento jazz. Ho lavorato con diverse formazioni musicali, dall’orchestra ai quartetti d’archi, a combo più o meno grandi. Ho composto, arrangiato ed eseguito brani per pianoforte, elettronica hip hop e orchestra per il mio prossimo album in uscita verso la metà del 2020, perché quest’anno uscirà il nuovo disco con la mia band Bajofondo, che abbiamo registrato live con orchestra e come ospite Jaques Morelenbaum, che è un grandissimo musicista e una splendida persona, che si occupa anche della direzione dell’orchestra. Il titolo dell’album sarà «La sphère», che prende spunto da un poema del mio bisnonno Jules Supervielle, un importante poeta francese del Novecento.

Quale ruolo ha l’improvvisazione nella tua musica?
Ha un ruolo molto importante, anche perché fa parte del mio bagaglio culturale legato all’hip hop, nonché dei miei studi in ambito jazzistico. Il freestyle era uno dei capisaldi della musica che facevamo con i Platano Macho e molti nostri brani sono stati composti con questa tecnica, dopo l’esibizione sul palco. Attualmente uso, in buona parte, questa tecnica per comporre la mia musica. Il mio ultimo album, per piano solo, è praticamente articolato su di un unico lungo brano basato sull’ improvvisazione. Questo modo di comporre ho cercato anche di sintetizzarlo in un libro. Nelle esibizioni live, dedico sempre un consistente spazio all’improvvisazione, perché suono anche e soprattutto per divertirmi e per divertire il pubblico. I concerti di pianoforte, di solito, tendono a essere riprodotti in modo esatto alle precedenti performance: io non riesco a farlo, perché altrimenti non mi divertirei. Nel mio modo di suonare ha un’influenza fondamentale il contesto nel quale mi esibisco; quindi, è per me differente se mi esibisco in un luogo dove vi è silenzio assoluto, rispetto a luoghi più rumorosi, dove vi è un chiacchierio di fondo, come i luoghi all’aperto per esempio.

E quanto, invece, è importante l’elettronica per la tua concezione musicale?
E’ alla pari con il pianoforte e con il computer, che utilizzo anche per comporre. Compongo prevalentemente con il pianoforte, altre volte con la chitarra, ma anche con il computer che è essenziale per la mia musica.

Sei anche membro della band Bajofondo. Perché hai voluto collaborare con loro?
I Bajofondo hanno due produttori: Gustavo Santolalla e Juan Campodonico, che hanno creato e dato l’indirizzo musicale al gruppo, che doveva fondere le sonorità del tango argentino con l’elettronica. Dopo aver lavorato con Jorge Drexter, autore tra l’altro della colonna sonora del film I diari della motocicletta, che narra le avventure del giovane Ernesto «Che» Guevara, iniziai a collaborare con Juan Campodonico; quindi, quando nacque il progetto Bajafondo, Juan mi volle con se nel gruppo. Era l’anno 2001, quindi ho preso parte fin dall’inizio al progetto.

Quale altra esperienza reputi fondamentale nella tua vita artistica?
L’esperienza più formativa per me è suonare dal vivo, perché è quello più emozionante, che mi consente di inventare, di applicare teorie che mi sono venute in mente e, al contempo, verificare immediatamente la loro presa sul pubblico. I miei progetti sono differenti: solo con pianoforte, computer e giradischi; con la mia band; con l’orchestra; con i Bajofondo. Poi, è stata fondamentale anche la collaborazione con Jorge Drexter, anche perché mi ha consentito di formarmi come arrangiatore. Così anche la mia collaborazione con il Ballet Nacional de Uruguay per la celebrazione del centenario della nascita dello scrittore Mario Benedetti. Tutti questi progetti sono fondamentali, ma anche le influenze musicali del mio passato e del mio presente, sono parte integrante della mia vita artistica.

Quando componi, quanto sono importanti per te i ricordi e le immagini?
Sono molto importanti, perché la mia musica è molto visiva. Tant’è che, solitamente, collaboro con un visual-deejay Augustín Ferrando. Il nostro obiettivo è di creare un linguaggio unico nel quale il visivo e la musica sono complementi l’uno dell’altra e sullo stesso livello espressivo. Comunque, anche quando compongo la mia musica sono fortemente influenzato dagli input visivi; così come anche la musica dei Bajofondo è molto visiva. Penso che l’aver collaborato con molti coreografi e nella composizione di colonne sonore, abbia contribuito a questa mia visione della musica.

Chi sono i tuoi compositori prediletti?
Ce ne sono diversi, un po’ suddivisi nelle varie tappe musicali della mia vita. I Beastie Boys sono stati molto importanti per me. Nella musica classica, invece, hanno una forte influenza i musicisti c.d. impressionisti, come Ravel, Fauré, Lili Boulanger, Debussy, ma anche Chopin. Ma anche i Beatles, Eduardo Mateo che ha una grande influenza in Uruguay; poi, Jobim, Astor Piazzolla, Ernesto Nazareth. Di quest’ultimo, così come di Piazzolla, è il ritmo, la ballabilità suggerita delle loro composizioni che mi affascina e che cerco di riportare anche nella mia musica.

Tu sei nato a Parigi e, successivamente, ti sei trasferito in Uruguay, quindi sei anche tu un immigrante. Cosa ne pensi della politica di Donal Trump in proposito?
Mio padre era un rifugiato politico che si trasferì in Francia e lì conobbe mia madre, francese ma di origini abruzzesi. Poi, terminata la dittatura in Uruguay ci siamo trasferiti a Montevideo, dove vivo. Quando ero ventenne, mi trasferii nuovamente a Parigi dove ho studiato, città che tutt’ora frequento. Parlando di Trump, penso che sia un momento terribile, del quale aver paura. La mia musica è migrante, io sono un migrante e l’Uruguay è un paese fondamentalmente formato da immigrati. Il poema del mio bisnonno a cui facevo cenno prima, narra proprio la vita dei migranti in Uruguay.

Cosa è scritto nell’agenda di Luciano Supervielle?
Dopo l’uscita dell’album con Morelenbaum e l’orchestra, ci sarà un tour almeno in alcuni paesi dell’America Latina; così come con Jaques saremo in tour in duo. Così anche è per me molto importante e prestigiosa la collaborazione con il Ballet Nacional. Ogni progetto è per me importante, perché mi dà gli strumenti idonei per migliorare e per costruire altra musica.
Alceste Ayroldi