«No More Pain». Intervista a Giulia Malaspina

Intervista con la pianista, cantante e compositrice monzese al debutto discografico.

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Giulia Malaspina (credits Giuseppe Pantano Arnone)

Salve Giulia, mi piacerebbe iniziare dal titolo del disco. Perché «No More Pain»?
Il titolo «No More Pain» è stata una scelta semplice e spontanea. Il messaggio che voglio dare è positivo: No More Pain è inteso come «basta soffrire» e «vivi nel modo in cui credi e sorridi».

Più che per la musica, i testi (e i titoli) sembrano raccontare una storia comune. C’è un filo rosso che avvolge questo suo lavoro?
Il filo che lega ogni brano al successivo è la mia vita, intesa come metafora di un viaggio. È un disco molto autobiografico, racconta tutte le fasi che ho vissuto: da quando ero bambina e volevo conquistare il mondo a quando, da adolescente, non sapevo cosa voler fare nel mio futuro.

C’è una nutrita formazione ad accompagnarla e di differenti provenienze geografiche. Come ha scelto i suoi compagni di viaggio?
I miei compagni di viaggio sono gli stessi compagni che hanno studiato con me al Berklee College of Music. Dopo quattro anni di lezioni ed esami ho deciso che avrei scelto come musicisti i miei amici, con i quali ho condiviso più di una semplice lezione. Dal mio chitarrista brasiliano Edu (Eduardo Mercuri) ho imparato a suonare la samba e le regole del choro, con il mio amico contrabbassista Seung-Ha ho registrato un disco pop coreano…

A tal proposito, immagino che non sia semplice poter organizzare tutti questi musicisti per il suo tour. Ha già in mente una soluzione alternativa?
Certo! La mia musica è una specie di melting pot ed è molto bello poterla suonare con diversi musicisti. In Italia spesso suono con musicisti con cui mi trovo molto bene, mentre quando ho delle date all’estero (come quella in Lussemburgo) mi faccio accompagnare da musicisti del posto o degli stati vicini. 

Un disco fatto di soli brani originali, senza neanche una cover o standard. Una scelta che condivido, che però potrebbe anche essere rischiosa. Cosa ne pensa?
Penso che un’artista ha sicuramente tanto tempo per fare standard o cover nei dischi, ma purché siano speciali e originali penso che prima ci debba essere un repertorio, anche minimo, di musica originale. Penso che sia importante per un’artista potersi esprimere al primo disco, sperimentando con melodie, armonie e testi.

Dopo aver studiato a Milano, ha deciso di proseguire gli studi a Boston. Perché questa scelta? 
Perché penso che il Berklee College of Music di Boston sia la scuola di musica migliore per un artista che vuole intraprendere gli studi jazzistici e moderni. Per altro, molti tra i musicisti che ascolto sono passati da lì.

A Boston ha avuto modo di fare delle esperienze importanti. Quale ritiene quella più significativa?
Forse l’esperienza più significativa è stato il concerto all’Agganis Arena dove facevo parte del Berklee Commencement Band. Io e i miei compagni abbiamo suonato davanti a Jimmy Page, con Valerie Simpson e Thara Memory, in un’arena. Come avrei potuto concludere il college meglio di così?

Chi sono i suoi pianisti di riferimento? 
Ovviamente i classici Bill Evans, Keith Jarrett, Oscar Peterson, Red Garland ma anche i moderni Herbie Hancock, Gerald Clayton e Robert Glasper

E i suoi cantanti?
Elis Regina, João Gilberto, Gretchen Parlato, Eliane Elias, Diana Krall e Stevie Wonder.

Lei è giovane ed è forte dell’esperienza statunitense. Cosa cambierebbe nell’attuale sistema musicale italiano?
Cambierei molte cose, ma il sistema è così e bisogna accettarlo. L’unico modo per combatterlo è fregarsene e fare musica che possa significare qualcosa e restare nel tempo.

Quali sono i suoi progetti e programmi futuri?
Il mio sogno è quello di suonare nei teatri portando la mia musica, e per realizzarlo sto lavorando ad un progetto di brani inediti in italiano.
Alceste Ayroldi