«At The Edges Of The Horizon». Intervista con Fabio Giachino

Nuovo album per il pianista e compositore piemontese che, al suo trio, affianca anche una sezione fiati.

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Fabio, un disco che parte con una serie di omissioni. In nessuna parte delle notizie che si possono attingere dalla custodia del disco, né all’interno si fa menzione del fatto che, oltre al trio, con voi suonano una sezione fiati e, in un brano, c’è la voce di Giulia Damico; così come non menzioni che utilizzi anche l’elettronica. Scherzi a parte, perché hai voluto tacere tutto ciò?
In realtà i nomi dei musicisti sono ovviamente tutti indicati all’interno del libretto, e ci tengo a citarli anche in questa sede: Cesare Mecca, Paolo Porta, Gianni Virone, Luca Begonia, Giulia Damico. Colgo l’occasione per precisare che il lavoro è in trio e che tutti gli strumenti acustici e i suoni elettronici aggiunti hanno esclusivamente funzione di colorare e arricchire la tavolozza sonora dell’album, mai come solisti. Inoltre la linea grafica e la distribuzione dei contenuti di un disco non dipendono dall’artista ma dall’editore, con il quale in questo caso si è ritenuto più opportuno mantenere il lavoro a mio nome (non è indicato neanche Fabio Giachino Trio) per evitare confusioni varie sul progetto, con la citazione fondamentale di Davide Liberti e Ruben Bellavia in copertina in quanto membri stabili della band.

A ogni buon conto, perché hai voluto una sezione fiati?
Ho realizzato diversi dischi in trio negli anni passati, inoltre il lavoro realizzato con i danesi (tre anni fa) mi ha aperto nuove strade, ho appreso come lavorare con una ritmica di base introducendo altri strumenti e ospiti a seconda delle necessità espressive. «At The Edges Of The Horizon» è questo, una visione in espansione del mio mondo musicale attuale; amo comporre e scrivere per organici più o meno ampi, la sezione fiati mi ha dato il giusto apporto in questo lavoro che volevo completamente diverso rispetto agli altri del passato.

La prossima volta toccherà a un orchestra?
Ho già diversi lavori orchestrali pronti per essere registrati che ho realizzato in modo più o meno saltuario anni fa, sicuramente tra i prossimi progetti ci sarà anche un quartetto d’archi con alcuni ospiti. Vedremo le possibilità che si presenteranno.

Orbit, space, horizon. Un disco che, dal punto di vista tematico, sembra aver subito una fascinazione per lo spazio, per terreni inesplorati. Era questo il tuo obiettivo artistico?
Subisco da sempre il fascino per l’universo insieme ai suoi misteri ed è normale che la mia musica ne venga influenzata. I titoli, per me, tracciano un concept nell’album che è strettamente correlato al titolo del disco. Più che di un obiettivo parlerei di ispirazione o immagine, l’orizzonte in questo caso  è un punto di partenza che mi suggerisce le idee musicali sulle quali scrivo la mia musica.

Così come risuona un paio di volte la parola edge. Quale significato attribuisci a questo termine?
Credo che in questa parola si nasconda uno dei significati più profondi legati alla musica, all’improvvisazione, e alla vita in generale. Le estremità, i bordi, margini, ma anche i confini e i contorni… concetti che generano domande come: Fin dove mi posso spingere? Quali rischi sto correndo? Riuscirò a cadere in piedi? A tratti una sfida forse ma anche un scoperta continua, con e di me stesso.

Un lavoro che, musicalmente, ha più fili conduttori: dal senso orchestrale tipico di un certo jazz di qualche decennio fa, al lavoro in trio che spinge verso un sound di matrice statunitense, a sprazzi di jazz mainstream, fino a tensioni di matrice nordeuropea. Qual è la via maestra di Fabio Giachino?
Difficile dirlo, nasco come organista classico ma suono il pianoforte, amo l’improvvisazione in tutte le sue forme non solo quella jazzistica, allo stesso tempo sono appassionato di musica elettronica e lavoro come producer sia in studio che live. La via maestra per me è una condizione, è il senso di libertà che ho quando posso lavorare alle mia musica, è un processo evolutivo di crescita che alimento e ricerco assiduamente affinché i vari fili conduttori vengano avvolti in un’unica matrice espressiva capace di vestire le mie idee a seconda del gusto e dello stato d’animo che vivo nel presente.

Fabio Giachino, Davide Liberti, Ruben Bellavia

Fabio, cosa ti aspetti da questo disco?
Le aspettative spesso generano ansia oltre ad essere strettamente correlate alle incertezze, l’esatto opposto di quello che mi interessa ora. Nessuna aspettativa particolare perciò, ho fermato un momento per me artisticamente importante e avevo esigenza di comunicarlo. Inutile dire che, nel caso in cui la prospettiva attuale del mio percorso artistico riuscirà a coinvolgere emotivamente il numero maggiore possibile di persone, ne sarei profondamente lusingato ed emozionato di conseguenza.

Parliamo dei tuoi sodali, Davide Liberti e Ruben Bellavia; compagni ai quali sembra tu non riesca a fare a meno. Quando e come vi siete conosciuti e come è nata l’idea di questo trio?
Circa una decina di anni fa in alcune session ho incontrato Ruben, ci siamo trovati bene sia sul piano umano che musicale e abbiamo cominciato a suonare insieme condividendo diversi gruppi finché non abbiamo incontrato Davide una sera in una session con molti altri musicisti. Con lui è scattato qualcosa di particolare, una sinergia e un’intensità impossibile da descrivere (almeno per me!) se non con la musica, da quel momento abbiamo proseguito.

Quando componi parti da un’idea musicale o da un concetto più materiale?
Dipende, a volte hai una melodia o sequenza di accordi che ti gira in testa per giorni nell’attesa di essere scritta, a volte invece visualizzi immagini e paesaggi che non aspettano altro di essere descritti con le note. Per me è importante avere un esigenza e un’ispirazione dalla quale trarre spunto, l’idea è la reale parte «geniale» della composizione che può arrivare in qualunque momento, lo sviluppo e tutto il resto restano pura logica/formale/matematica (la adoro).

Il compositore che vorresti incarnare…
Nessuno, ma proprio nessuno! Ciascuno ha espresso la propria vita in musica nel bene e nel male e come tale deve rimanere unico ed immortale. Sono legato indissolubilmente ai grandi del passato, come Prokofiev, Messiaen, Brahms, Bach, Vivaldi ma non vorrei mai incarnarli. Io sono qui ed ora e non vorrei essere nient’altro. Tra tutti gli attuali, provo molta stima nei confronti del compositore e musicista Gabriele Roberto.

Chi è il pianista del quale conservi più dischi?
Probabilmente Bill Evans, se non ricordo male ho l’integrale tutta in cd fisici.

Fabio, è difficile essere giovane, musicista e, per giunta, jazzista in Italia?
Per quanto ci siano molte cose che non mi piacciano e non funzionino io parlo da «fortunato», con il tempo e praticamente dal nulla (sono originario della campagna piemontese e di famiglia contadina) ho avuto la possibilità di formarmi musicalmente e di costruire poco per volta il mio percorso artistico, collaborazioni, incisioni, tour italiani ed esteri, etc. etc., oltre a lavorarci tutt’ora. Nonostante ciò, è impossibile non notare un disagio diffuso legato agli spazi e risorse disponibili nettamente inferiori rispetto all’offerta di musicisti sempre crescente nel tempo, senza contare le situazioni di chi ha spesso la precedenza rispetto ad altri non tanto per meriti artistici ma  perché suona nel gruppo di,  è figlio di. Sì, secondo me è difficile, ma non solo in Italia, ovunque.

Dove potremo ascoltare dal vivo questo tuo ultimo lavoro discografico?
Le date del tour di presentazione sono in continuo aggiornamento, vi rimando al mio sito www.fabiogiachino.com per il calendario completo. Tra le varie città che toccheremo segnalo in particolare Roma, Urbino, Milano, Pavia, Verona, e Cagliari.

Cosa è scritto nell’agenda di Fabio Giachino?
Una traccia di quello che sarà la mia giornata con gli impegni più importanti e stop, il resto dello spazio e tempo disponibili sono indicati in bianco, delegati liberamente allo studio e alla ricerca personale e musicale, finché l’orizzonte non scandisce il termine e l’inizio di una nuovo giorno.
Alceste Ayroldi