«Love Is a Losing Game». Intervista con Dimitri Grechi Espinoza

Il sassofonista moscovita, italiano d’adozione, pubblica un nuovo disco in solo. Ne parliamo con lui.

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«Il suono è l’essenza del nostro mondo. Due fratelli inseparabilmente uniti risiedono nel mio essere. Uno suona e l’altro ascolta». Con queste parole Dimitri Grechi Espinoza definisce l’ultimo suo lavoro registrato in solitudine, «Love is a Losing Game» (Ponderosa Music Records). Una definizione che da un lato rispecchia la sua estetica e la sua filosofia di lavoro; dall’altro, si rivela del tutto conforme alla ricerca sonora condotta negli ultimi anni e ben documentata da Ponderosa. Infatti, negli ultimi anni il sassofonista livornese si è spesso cimentato in concerti in solo, tenuti all’interno di chiese (come, ad esempio, il Battistero di Pisa) e altre strutture architettoniche allo scopo di indagare il rapporto tra il suono del sax tenore e lo spazio, quest’ultimo concepito sia come interlocutore che come moltiplicatore e mezzo di espansione. Negli ultimi anni Grechi Espinoza ha realizzato un progetto, denominato Oreb, articolato in un trittico di incisioni pubblicate da Ponderosa: «Angel’s Blows» (2014), «ReCreatio» (2016) e «The Spiritual Way» (2019). Nell’ambito della sua intensa attività merita assolutamente una menzione il lavoro svolto con il proprio gruppo Dinamitri Jazz Folklore, fonte di accurate indagini sulle radici afroamericane del jazz e sulle sue intime connessioni con la Madre Africa, nonché veicolo di proficue collaborazioni: con Tony Scott in «Folklore in Black» (Caligola, 2003); con Sadiq Bey in «Congo Evidence» (Caligola, 2007); con Amiri Baraka in «Akendengue Suite» (RadioRai3, 2009) e «Live In Sant’Anna Arresi» (Rudi, 2013).

A quando risale e dove è stata effettuata la registrazione di «Love Is a Losing Game»?
La registrazione risale al 2022, in occasione della mia partecipazione alla manifestazione Volterra XXII Ri/generazione Umana, effettuata nella cisterna romana del parco archeologico.

I tuoi precedenti lavori in solo – «Angel’s Blows», «ReCreatio» e «The Spiritual Way» – costituivano le tappe del progetto Oreb, un processo di ricerca non solo musicale. È corretto affermare che «Love Is a Losing Game» è un tentativo di pura esplorazione melodica, pur sempre nell’ottica di «suonare» lo spazio circostante?
Durante lo sviluppo del progetto Oreb di tanto in tanto ho suonato, oltre ai brani che componevo in relazione alla «cassa armonica» nella quale mi trovavo, anche alcuni standards del repertorio jazz che più amo. L’anno scorso mi sono sentito finalmente pronto per registrarne alcuni. Ho quindi fatto ascoltare la registrazione a Titti Santini di Ponderosa Music&Art, con il quale collaboro da molti anni e che fin dall’inizio ha sostenuto Oreb producendo i tre cd precedenti. Così abbiamo deciso che poteva essere interessante offrire all’ascoltatore di jazz, e non solo, una “audizione” della pura essenza melodica di quei bellissimi standards.

In alcuni brani fai un uso efficace ed espressivo del soffiato, abbinato a sequenze iterative. Aspetti timbrici e dinamici a parte, lo si può considerare un esercizio di autodisciplina e anche di ricerca interiore?
La potenza espressiva del «soffio» l’ho compresa in particolare attraverso l’ascolto di Ben Webster, e l’ho riportata nel sax solo come mezzo per comunicare, in maniera sottile, la realtà spirituale del nostro respirare che, nella mia esperienza, va assai al di là del senso ordinario.

Mi sembra significativo che, oltre a trarre spunti da alcuni noti standard, tu abbia attinto anche al repertorio pop con Amy Winehouse.
La prima volta che ho eseguito la bella melodia di Amy Winehouse – l’anno passato nella chiesa di Santa Caterina a Livorno–- mi ha trasmesso un bel senso di pace; essendo da poco iniziata la guerra in Ucraina, mi ha suggerito anche un possibile nuovo titolo: «War is a Losing Game». Da artigiano, quale mi ritengo, mi piace poter usare i vari materiali che trovo a disposizione nella mia epoca, per costruire una forma/linguaggio che sia in grado di raccontare le “storie” che porto dentro di me nella maniera più universale possibile.

È corretto dire che c’è qualcosa di ancestrale in questa dimensione rappresentata dal rapporto uomo-strumento-spazio?
Tornare all’essenza del rapporto uomo-spazio-silenzio, dopo tutto quello che è stato già fatto, e che continua a essere proposto, mi sembra l’unica strada umanamente sostenibile. «Pulire lo specchio», come suggeriva Coltrane, mi invita a riflettere e operare interiormente per eliminare il superfluo sia nella quantità del mio suonare sia, soprattutto, nella motivazione interiore per la quale decido ogni volta di far vibrare il sax.

Dopo queste esperienze in solitudine, hai intenzione di rituffarti in un contesto collettivo?
Alla fine del 2022 mi è stato proposto da Toscana Produzione Musica di creare un progetto che unisse le mie ricerche nella musica e cultura africana al blues. Così è nato Mali Blues, un trio dove torno a suonare il sax alto con due esseri musicali davvero speciali: Gabrio Baldacci alla chitarra baritono ed effetti e Andrea Beninati alla batteria e al violoncello. Sono molto contento del suono che siamo riusciti a creare e della semplicità e umanità con la quale condividiamo – anche con i due direttori artistici Francesco Mariotti di Pisa Jazz e Maurizio Busia del Festival au Desert di Firenze – le idee e le visioni sul progetto.
Enzo Boddi