«Humanify», il disco dei Bravo Baboon. Intervista a Dario Giacovelli

Esce per l'Auand il nuovo disco del trio di base a Roma, formato da Gianluca Massetti, Dario Giacovelli e Moreno Maugliani.

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Bravo Baboon

Dario, iniziamo dall’inizio: chi sono i Bravo Baboon e cosa significa questa locuzione?
I Bravo Baboon sono una band nata a Roma nel 2015. Alla base di questo progetto vi è una forte amicizia, la passione per il jazz e le contaminazioni stilistiche, la voglia di sperimentare attraverso la propria musica. Bravo Baboon è un modo ironico di apostrofare l’essere umano con un bravo scemo, dati i soprusi, le mancanze di rispetto e la tendenza al ‘tornare indietro piuttosto che andare avanti’ in termini evolutivi umani.

Perché questo titolo «Humanify»?
Humanify vuol dire umanizzazione. Abbiamo immaginato un processo di cambiamento che abbracciasse i valori etici e morali e portasse a una nuova umanità. Con «Humanify» abbiamo cercato di abbattere le barriere stilistiche musicali ricercando nella forma di musica ibrida la giusta espressione che rispecchiasse il nostro messaggio e l’abolizione di muri e confini anche in senso etico ed umano. Utilizzare la musica per raccontare storie significa disporre di un mezzo potentissimo per opporsi a qualsiasi forma di sopruso, razzismo, abuso e mancanza di rispetto verso i nostri simili e verso il pianeta che ci ospita.

Passiamo alla copertina, che è un fumetto. Prima domanda: qual è il significato?
La copertina è stata sviluppata da un’artista pugliese, Rughi, anche lui andato via dalla sua terra ma molto legato alle nostre radici. L’idea era quella di avere uno scenario urban-jungle, disordinato. Un’ambiente dove tutti i personaggi sono distratti, pensando ai propri interessi incuranti di quel che accade attorno ad essi. Rughi ha ricreato uno scenario che ha più di una prospettiva e può essere osservato da diverse angolature; prendendo spunto dallo studio delle prospettive di Escher, la nostra idea era quella di rappresentare una parte di una metropoli underground marcia, sporca, vissuta da persone superficiali, senza un pensiero costruito, senza alcun rispetto reciproco. Il significato è quello di prestare attenzione a come ci stiamo evolvendo e a quanto a volte gli interessi personali, economici, di carriera e sociali siano più importanti degli affetti e dei valori umani.

Seconda domanda: la quarta di copertina nell’epitomare i vari palazzi/cubi, c’è una scritta che mi intriga: Afro Danish, che corrisponde al titolo di un vostro brano. C’è un motivo-significato in particolare?
Afrodanish è un brano nato in Danimarca in un periodo in cui io e Moreno abbiamo vissuto li. L’idea nasce da un groove di basso incalzante e ritmato; un gioco tra il ¾ e il 4/4 che ci riportava a sonorità e ritmicità afro. Il brano tuttavia ha una seconda parte molto più introspettiva, tetra, oscura, legata al sound nord europeo del jazz e al loro approccio musicale. L’idea di avvicinare i groove di carattere afro con le sonorità nordeuropee ci ha portato a chiamare il brano in questo modo. Inoltre durante i live, scherzo sempre dicendo al pubblico che la mia idea era di chiamarlo ‘PugliaDanish’ ma dato che suonava male, ho pensato di essere semplicemente un africano un po’ più a nord e quindi Afrodanish.

Nel merito artistico, invece, si ascoltano anche riferimenti agli anni Settanta, al groove della Blaxploitation, soprattutto nel brano d’apertura, che si mescolano con i serramenti del jazz nordeuropeo. Qual è stato il vostro punto di partenza compositivo?
Alla base di tutto, c’è un lavoro di ricerca e studio della musica contemporanea che abbraccia più stili. Successivamente c’è stata una parte compositiva e di pre-produzione a quattro mani con Massetti. E infine una fase in post produzione che ha aggiunto la componente elettronica con l’aiuto di Mauro Meddi come sound designer e Davide Palmiotto come sound engineer. Alcuni brani sono stati concepiti come una storia in divenire, con una struttura aperta e momenti dinamici molto diversi all’interno anche dello stesso brano. Altri hanno caratteristiche strutturali che appartengono al mondo classico del jazz. Altri ancora sono basati su un flusso musicale dettato dal groove e dal senso di loop appartenente al mondo dell’hip hop. Il richiamo agli anni Settanta e la curiosità verso il nord Europa, la black music, tutto assieme senza dimenticare il nostro senso melodico mediterraneo, appartenente alla nostra cultura.

Carolina Bubbico

Poi, quasi all’improvviso, arriva il brano eponimo che è ballabile e dove fa capolino un sound più electro-jazz, acid jazz. Un brano che si discosta dal mood del disco. Come è venuto fuori?
Il brano Humanify cantato da Carolina Bubbico è il brano più rappresentativo del disco ed è l’ultimo brano composto, il più fresco. E’ venuto fuori da una mia esigenza di voler creare un brano che mi rappresentasse in quanto amante della cultura di Los Angeles, delle etichette che accolgono il jazz, l’hip hop, la canzone e la musica elettronica come l’etichetta Brainfeeder di Flying Lotus. Molti ci hanno detto che il sound sembra americano, o addirittura australiano simile agli Hiatus Kayote e questo mi fa enorme piacere perché era proprio quello che volevo; un sound moderno, acido, funk che trovi nel jazz, più che il sound, la filosofia ed il pensiero. Il resto l’ha messo Carolina, che è stata incredibile.

A proposito degli ospiti: chi sono e perché avete scelto proprio loro?
In primis sono tre amici. Io personalmente amo lavorare in sintonia, rilassato, sereno e per farlo ho bisogno di fiducia e trasparenza. Francesco Fratini è un trombettista romano che ha vissuto a New York, cresciuto con il jazz classico con Miles, Lee Morgan, Freddie Hubbard ma anche con Roy Hargrove, riesce ad esprimere al meglio il linguaggio ibrido tra jazz e hip hop ed è per questo uno dei miei trombettisti preferiti in italia. Simone Alessandrini è un folle, geniale nelle sue cose. Ha un suono caldo e morbido ma riesce ad uscire fuori dalle strutture canoniche e a trasportarti nel suo personale viaggio. Carolina Bubbico, che dire? Cantante, pianista, arrangiatrice, una persona che con quando la vedi approcciare alla musica noti la voglia di divertirsi come se fosse ancora una bambina con la stessa curiosità di quando si è piccoli unita all’esperienza, ad un talento incredibile e ad un gusto fine, elegante e moderno. Sono tre artisti che stimiamo tantissimo, giovani, pieni di voglia di creare musica originale, gente che sposa la causa, accetta di registrare e inserisce del proprio nei tuoi brani essendo in grado di cogliere le sfumature giuste. Sono tre persone diverse ma tutte e tre sono dotate di una grandissima sensibilità.

Dario Giacovelli

Nel disco si ascolta, in prima linea, la melodia. Under The Bridge sembra venire fuori dal cilindro della scena jazz scandinava, con ampie variazioni ritmiche. Mentre, il groove che si ascolta in Forget To Be Present, ma anche in Redwood, ha quella matrice statunitense, quella della nuova generazione a stelle e a strisce. Siete in bilico tra le due correnti musicali?
Assolutamente sì. Siamo in bilico tra queste correnti e non solo; abbracciamo anche l’amore verso la musica mediterranea e la melodia nonché l’interesse e la passione verso l’elettronica. Under The Bridge è un brano dei Red Hot Chili Peppers band di Los Angeles con la quale siamo cresciuti. Abbiamo voluto suonare in chiave jazz nordeuropeo un brano della cultura americana degli anni Novanta.

Qual è il pubblico al quale si rivolge il vostro messaggio musicale?
E’ rivolto a tutti con un’attenzione particolare ai giovani. Quando suoniamo e abbiamo difronte ragazzi della nostra età o più piccoli che si divertono, ballano e ascoltano, siamo felici.

Il jazz sta invecchiando troppo?
Il jazz non invecchia mai. Sono le persone che invecchiano. Gli addetti ai lavori. Gli organizzatori dei festival, gli uffici stampa, i giornalisti e anche i musicisti, chi di riflesso e chi è già vecchio di suo. Crediamo fortemente che il jazz, tramite le contaminazioni sociali, geografiche di tempo e di suono, possa arrivare in modi diversi a un pubblico fatto anche di ragazzi, così come d’altronde ci insegna la storia. E’ un discorso lungo che spesso ci troviamo ad affrontare, perché noi giovani compositori e autori, in Italia, soffriamo molto la mancanza di canali che ci permettano di ampliare la nostra fan-base e di farsi conoscere dal pubblico. Vorremmo fosse valorizzata di più la scena moderna italiana in generale, non legata al nostro disco ma ad una generazione di giovani musicisti che ha tanto da dire ma che a volte non trova i mezzi per arrivare agli ascoltatori. Purtroppo oggi le band italiane emergenti nel circuito jazz europeo non hanno la stessa visibilità che hanno le band inglesi, olandesi, francesi e nord europee e ci dispiace perché sappiamo che anche qui in Italia c’è tanto talento che dobbiamo imparare ad apprezzare a valorizzare. Siamo tuttavia ottimisti perché negli anni abbiamo notato un interesse maggiore verso queste nuove correnti e ci auguriamo ci si possa evolvere ulteriormente.

Bravo Baboon

Quali obiettivi si è dato il trio Bravo Baboon?
Continuare a scrivere, a girare, uscire dai confini nazionali. Abbiamo già nuovi brani e il processo evolutivo è ancora in corso. Il prossimo disco sarà ancora diverso da questo, stiamo provando a esportare il nostro sound in Europa e stiamo per ora avendo buoni feedback sopratutto in Olanda e Nord Europa. Grazie anche ad Auand e a Marco Valente che ha creduto in noi, abbiamo l’opportunità di continuare con la nostra musica.

Dario, tu sei pugliese. Dove vivi ora?
Io vivo a Roma, perché ormai la mia vita è li; suono come turnista in diversi ambiti dal rap all’indie, hip hop, e jazz ovviamente. Insegno al Saint Louis dove mi sono formato e mi ritengo fortunato di essere lì, tra i più giovani docenti. Faccio produzioni artistiche e mi piace molto vestire degli abiti migliori gli artisti che vogliono collaborare con me. Però quanto, la Puglia mi manca…

Quando e come hai incontrato il jazz?
L’ho incontrato ormai dieci anni fa, durante la mia formazione accademica e mi sono appassionato ascoltando i dischi e vedendo i concerti. Roma è piena di jazzisti incredibili, una scena che va dai grandi nomi alla parte più underground, ai collettivi vogliosi di portare il jazz nei circuiti di ogni tipo senza distinzione sociale. Un pensiero a tal proposito va a Carlo Conti, grande sassofonista, emblema del jazz romano, dei collettivi come Agus e dell’amore puro verso il jazz, che ci ha lasciati troppo presto.

L’emergenza determinata dalla pandemia Covid-19 ha messo in ginocchio l’intero paese, ma soprattutto il settore dello spettacolo. Pensi che le misure adottate in favore di questo segmento economico siano adeguate?
Purtroppo no. Non sono adeguate. Non nego di aver paura; paura di dover scendere ulteriormente ad altri compromessi che potrebbero davvero ammazzare la nostra attività. Credo che oggi dobbiamo riflettere e capire che il mondo dello spettacolo ha bisogno di sindacati, di enti che tutelino i mestieri artistici e parlo dello spettacolo in generale. Bene che si stia facendo luce sul mondo dello spettacolo, ma servono proposte ed ora credo che accontentarsi della ripresa di pochi live sia controproducente. Ne giova la classe dell’élite musicale e vanno a perdere tantissimi altri musicisti giovani e non.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Sto lavorando al mio primo disco da solista, con un producer. Un insieme di musica suonata e musica elettronica. Mi ispiro molto a Thundercat, a Derrick Hodge, a Louis Cole e ho voglia di tirar fuori un progetto nuovo che mi rappresenti. Stiamo preparando il primo disco di Saint Voyage un collettivo pugliese composto da me, Giovanni Angelini, Vince Abbracciante e Gaetano Partipilo. Attendo l’inizio dei tour, quest’anno avrei dovuto suonare con diverse situazioni non solo jazz, come il rapper Mostro e Gabriele Amalfitano oltre che continuare il tour con i Bravo Baboon. Insomma, sono pronto e nell’attesa che tutto riprenda, mi godo la mia Puglia.
Alceste Ayroldi