«Psychosis». Intervista a Carla Marciano

La sassofonista salernitana dedica il suo ultimo lavoro discografico, pubblicato dalla Challenge Records, al compositore di colonne sonore Bernard Herrmann. Ne parliamo con lei.

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Carla, se sei d’accordo, partirei subito dal tuo ultimo lavoro «Psychosis». Innanzitutto, cosa ti affascina della musica di Bernard Herrmann?
Bernard Herrmann è arrivato al mio cuore e ha toccato la mia anima fin da quando ero bambina, quindi, cosa mi affascinasse della sua musica già da allora, chi può dirlo? L’emozione è spesso cosa inspiegabile razionalmente, ancor di più se si tratta di un bambino. Avevo circa undici o dodici anni e guardavo spesso i film di Alfred Hitchcock, in particolare Marnie e Vertigo (quest’ultimo da noi meglio conosciuto come La donna che visse due volte). Ogni volta che li trasmettevano restavo ipnotizzata davanti al televisore. Una cosa è certa però, sapevo che, insieme al film, era soprattutto la musica a farmi venire i brividi. Infatti «Psychosis», così come tutti i miei lavori precedenti, nasce come espressione della mia sfera emotiva, di tutto quel carico di emozioni, in questo caso, suscitate in me da una musica allo stesso tempo di rara bellezza e piena di tensione. Quella tensione che ti trasmette anche tanta ansia, ma che ti fa sentire viva. Della musica di Herrmann mi affascina poi la fortissima carica passionale, il puro romanticismo, quell’alternarsi continuo, e direi anche improvviso, di stati d’animo diversi, cosa che tanto fa parte anche di me e della mia musica. Credo infatti di sentire le emozioni sempre molto amplificate, belle o brutte che siano, e quindi questo si riflette anche nel mio modo di suonare.

E’ vero che la figura professionale di Hermann è ben legata ad Alfred Hitchcock, ma è anche vero che Hermann ha composto anche colonne sonore per altri registi. Il tuo focus è anche su Hitchcock?
Il mio focus nasce su Herrmann, non su Hitchcock, di cui sono comunque una grande estimatrice. Come giustamente stai dicendo, Herrmann ha composto colonne sonore per tantissimi altri registi, infatti nel mio albumc’è anche il tema del celeberrimo Taxi driver di Martin Scorsese e quello di Twisted nerve di Roy Boulting (film che non ebbe una buona distribuzione in Italia), reso sicuramente più famoso dall’essere stato successivamente utilizzato in Kill Bill di Quentin Tarantino. Tanto per citare la sua collaborazione con qualche altro grande regista, molto belle anche le colonne sonore composte per Fahrenheit 451 di François Truffaut e Obsession di Brian De Palma. Ovviamente però la collaborazione con Hitchcock è stata qualcosa di particolare, un connubio perfetto, c’era una magica sintonia tra i due, infatti è stato il regista con il quale Herrmann ha collaborato nel maggior numero di film. Quindi, in effetti, un focus su Herrmann è facile che sia in parte anche su Hitchcock. In realtà però l’idea di dedicare un progetto ad Herrmann (che ho realizzato oggi, ma che avevo già da alcuni anni) mi venne proprio un giorno in cui rividi Taxi driver e mi accorsi che le mie emozioni erano simili a quelle che provavo vedendo i miei film preferirti di Hitchcock. Una volta scoperto che l’autore era Herrmann, pensai che prima o poi avrei fatto un progetto dedicato a lui.

Un omaggio che, però, si chiude con uno chapeau anche a John Williams. Una scelta casuale, oppure hai voluto sottolineare il sano antagonismo tra i due grandi compositori di colonne sonore?
In effetti, il brano di chiusura Hedwig’s Theme è una additional track, come io stessa specifico nel booklet e che invece l’etichetta ha sottolineato con quello spazio vuoto nella scaletta dei brani che la separa dagli altri pezzi. Si tratta di un arrangiamento di Alessandro La Corte ed era un brano che avevamo già pronto prima che portassimo a termine il progetto su Herrmann. Mi piaceva molto e un giorno mi venne l’idea che sarebbe stato bello inserire un brano addizionale dedicato ad un altro genio delle colonne sonore, in un disco interamente dedicato alle musiche da film.

La parola Psychosis rievoca il ben noto Psycho di Hitchcock. Oltre a ciò, c’è qualcos’altro?
In verità il titolo sta proprio per psicosi e non vuole essere un diretto collegamento al tema di Psycho, che ha la stessa importanza degli altri brani presenti nell’album. Il disco s’intitola «Psychosis» perché le musiche sono tutte tratte da thriller psicologici in cui tutti i protagonisti sono affetti da psicosi, nevrosi, ansie e fobie. In verità, se ci si riflette un attimo su, si può intuire che c’è anche l’invito ad uno spunto di riflessione di carattere sociale, un’attenzione particolare che ho voluto rivolgere a tutte le persone affette da disturbi psichici di diversa gravità, dal disturbo da stress post-traumatico del tassista, reduce del Vietnam, Travis Bickle di Taxi driver alle fobie e al disturbo ossessivo-compulsivo di Marnie, dalla schizofrenia con sdoppiamento di personalità di Norman Bates in Psycho, alla depressione di Scottie in Vertigo, al disadattamento mentale di Martin in Twisted nerve. La mia speranza è che la società e le istituzioni possano accorgersi della presenza di tante persone ammalate e sfortunate, spesso invisibili, e possano tendere una mano a loro e ai loro familiari, troppo spesso abbandonati a se stessi.

Immagino che non sarà stato semplice scegliere tra i temi scritti da Herrmann. Le tue scelte sono legate a qualcosa in particolare?
Proprio la scelta invece è stata semplice. Come dicevo prima, sapevo già quali fossero le mie musiche di Herrmann preferite e naturalmente ho scelto quelle. In questo album ci sono infatti molti temi che addirittura canticchiavo da ragazzina. Direi piuttosto che non è stato semplice decidere di «toccare» musiche di così rara bellezza. Volevo farlo con grande rispetto verso l’autore, lasciando integre quelle struggenti melodie, ma allo stesso tempo, come scrivo io stessa nel booklet: «…Creandovi all’interno nuovi spazi improvvisativi che consentissero a questo quartetto di mantenere la propria identità, continuando a sviluppare un discorso musicale intrapreso fin dal primo disco (questo è il quinto), e a me, di conservare la direzione del mio linguaggio improvvisativo viscerale, istintivo ed aperto ad ogni rischio (sempre espressione della mia sfera emotiva, spirituale ed esistenziale), mettendo a nudo la mia anima in assoluta libertà e senza compromessi di alcuna sorta, ma animata al contempo da un forte desiderio di ricerca e sperimentazione». Insomma, un lavoro impegnativo… Però, come ho già detto, era da tanto che pensavo a questo progetto e finalmente un giorno mi sono decisa e ho detto: vabbé, ci provo!

Quali criteri hai usato in fase di arrangiamento?
Rielaborare, arrangiare ed adattare dei brani, concepiti per orchestre sinfoniche e d’archi, per un quartetto jazz è stato quasi come reinventarli. Un lavoro di vera e propria composizione perché, come ho appena detto, ho voluto creare degli spazi improvvisativi totalmente originali, fatti su misura per noi. Non è stato semplice nemmeno scegliere le tonalità; i temi suonati da un’orchestra hanno un’estensione molto ampia (in termini di altezza musicale), quindi difficili da rendere per un unico strumento solista, quale il sassofono. Ad ogni modoho aspettato sempre l’ispirazione giusta, dettatami dalla musica originale, senza mai forzarla. I criteri di arrangiamento sono stati quindi vari: in Taxi driver ho cambiato totalmente l’impianto armonico del brano; in Marnie, dopo lo sviluppo del tema, ci sono nuove parti che non hanno alcuna attinenza armonica con il brano originale (come la struttura che ho creato per l’assolo del pianoforte); nella Scene d’amour di Vertigo ho inserito invece una struttura per improvvisare, simile ad una piccola parte del tema, ma dilatata; in Twisted nerve e Psycho ho dato sfogo alla mia vena modale; nel Preludio di Vertigo Alessandro ha  arrangiato tenendo fede alla struttura armonica del brano, utilizzando sax e contrabbasso come ensemble e inserendo degli elementi ritmici tipici della musica elettronica (drum&bass). C’è poi un brano intitolato From Marnie To Twisted Nerve che è una mia composizione di concezione quasi free, che fa da ponte tra i due brani. Molto importante è stato poi l’inserimento dei sintetizzatori, direi fondamentale per lo sviluppo di alcune sonorità.

Parliamo dei tuoi compagni di viaggio?
Ho sempre sottolineato l’importanza di avere una formazione stabile che potesse avere un proprio «suono» e una propria identità. Beh, Alessandro La Corte, Aldo Vigorito e Gaetano Fasano, tutti musicisti affermati che non hanno bisogno della mia presentazione, quando si tratta di questo quartetto, che sta insieme ormai da tantissimi anni, mi regalano sempre una grandissima disponibilità. Il loro entusiasmo di fronte ad un nuovo progetto, ogni volta è uguale a quello della prima volta in cui è cominciata la nostra avventura, e così è anche per me. Ciascuno ha naturalmente anche i propri progetti (ad esempio Alessandro ha messo su un quintetto qualche anno fa, del quale faccio parte anche io, e abbiamo inciso un album intitolato «Smile In Winter», a mio avviso molto interessante). Tutti facciamo dei sacrifici per poter far sì che si realizzino le nostre giornate di laboratorio in cui ognuno dà il proprio contributo alla musica con il proprio talento. Gaetano, ad esempio, da circa una decina d’anni si è trasferito da Salerno a Torino, mentre noi di base siamo a Salerno, ma questo non ci ha impedito di continuare a fare le nostre prove, fondamentali per lo sviluppo di un progetto. Ci conosciamo tutti da tantissimo tempo e siamo legati da una grande amicizia. Poi con Alessandro ho un rapporto «particolare», il nostro è un connubio nella musica e nella vita. Ci siamo sposati dopo un lungo fidanzamento, quindi ovviamente tra di noi c’è un’assoluta empatia e sinergia. Lui è spesso anche co-arrangiatore, oltre che pianista, all’interno di questo quartetto.

Hai un rapporto particolare con il cinema?
Sì, mi piace molto, sono affascinata da molte forme di arte e così anche dal cinema. Non c’è cosa più bella che emozionarsi e il cinema ci riesce e come! Anche Alessandro e tutta la mia famiglia ne sono appassionati, da mio padre e mia madre ai miei nipoti.

Se avessi l’opportunità di scegliere la trama di un film per il quale creare una colonna sonora, quale trama sceglieresti?
A questa domanda non posso fare a meno di rispondere: un thriller psicologico, ovviamente! Che però allo stesso tempo sia anche un film sentimentale con all’interno una struggente storia d’amore.

Tu hai iniziato suonando il pianoforte. Ai sassofoni come sei arrivata?
Sì esatto, ho cominciato con il pianoforte, in una famiglia che ha sempre amato la musica. In particolare mio padre Giovanni ne è sempre stato un grande appassionato, oltre al fatto che lui stesso cantasse e suonasse la chitarra, non per professione, ma con grande sentimento. Infatti,  sono sicura di aver ereditato da lui il mio amore per la musica. Anche nel suo studio medico, mio padre ha sempre avuto una chitarra per suonare magari qualche pezzo nei momenti di pausa. La nostra casa era spesso frequentata da musicisti e si ascoltava molta musica di qualità, tra cui il jazz, e mi folgorò proprio il suono del sassofono.

Sei stata anche una pittrice. La tua passione e conoscenza delle arti visive influenza la tua prospettiva musicale?
Pittrice è una parola grossa…Mi piaceva molto disegnare da bambina e dai venti ai trent’anni mi sono dedicata anche alla pittura, ma l’ho sempre considerata più che altro un’arte per la quale ho avuto un particolare trasporto che però, non aveva nulla a che fare con la mia passione incendiaria per la musica. Infatti, poi con il passare del tempo mi ci sono dedicata sempre meno, finché ho smesso completamente perché non mi piace disperdere le energie e ho voluto convogliarle tutte nella musica. E’ ovvio però, che tutte le cose che fanno parte della tua vita, tutte le esperienze e le passioni (quindi anche questa per le arti figurative), in qualche modo ti lasciano qualcosa e probabilmente, magari anche inconsapevolmente, influenzano la tua prospettiva musicale. A proposito di arti visive, sto collaborando con un video artist molto bravo. Si chiama Enrico Tribuzio e sta realizzando dei video con animazioni originali su tutti i brani di «Psychosis» (uno è stato anche pubblicato in rete). Quando la situazione lo permetterà, ci piacerebbe accompagnare i nostri concerti live con la proiezione di questi video.

Nel tuo percorso creativo, quanto è importante il tuo strumento?
Compongo quasi sempre al pianoforte, è fondamentale per il mio approfondimento armonico, ma il sassofono ha poi un’importanza diversa, inestimabile, è tutto, è la mia voce. Dà forma alle mie idee ed è il veicolo attraverso il quale riesco ad esprimere me stessa nella maniera più libera ed incondizionata possibile. Tra l’altro ho proprio un rapporto un po’ morboso con i miei due sassofoni (alto e sopranino), quasi «psicotico» direi.

Carla, a tuo avviso qual è oggi la situazione della donna musicista – e jazzista – in Italia?
Direi simile a quella degli uomini. Non vedo sostanziali differenze. Le difficoltà da affrontare credo siano le stesse, e ce ne sono! Se ci sono delle differenze, penso dipendano più dalla particolarità del percorso di ciascun artista e dalla minore o maggiore notorietà raggiunta, piuttosto che dal sesso. In tutta sincerità, per quel che riguarda la mia esperienza personale, nè in Italia nè all’estero ho mai incontrato, per il fatto di essere una donna, alcun tipo di problema diverso da quelli che può incontrare un jazzista uomo. C’è indubbiamente una forte discrepanza numerica tra donne e uomini musicisti, ma non mi sembra sia relativa solo al mondo del jazz, bensì a tanti altri campi, artistici e non. Ma questo fatto affonda le sue radici nella storia…e il discorso sarebbe molto lungo. Piuttosto, in Italia, troppo spesso il mondo dell’arte (e della cultura in generale) viene considerato un po’ »l’ultima ruota del carro» e questo secondo me è il vero problema. Eppure il livello artistico italiano, a mio avviso, è molto alto.

Quali sono i passaggi della tua vita artistica che reputi i più importanti?
I passaggi importanti per me sono quelli che ti aiutano a crescere e a migliorarti, nonché quelli in cui si vivono emozioni indimenticabili. Sono diplomata in clarinetto classico, ma ho studiato il jazz da sola attraverso i dischi. Come dimenticare le mie giornate di studio, in cui la mia voglia di studiare era pazzesca; più capivo i meccanismi del linguaggio jazzistico e più ero presa dalla foga di andare avanti. Poi l’uscita del mio primo disco per la Black Saint dei Bonandrini, i primi concerti, i dischi successivi, l’incontro con i musicisti del mio quartetto e con tanti altri musicisti straordinari. E come dimenticare i nostri tour negli Stati Uniti e in Russia… certo conservano sempre un fascino particolare, ma credo anche che, ovunque tu stia suonando, al di là della location o del paese, sia un passaggio importante ogni concerto in cui hai percepito che probabilmente stavi trasmettendo delle emozioni a chi ti stava ascoltando. E ultimo, ma non ultimo, l’uscita di «Psychosis» per la Challenge Records.

C’è uno splendido aforisma di Ennio Flaiano che recita: «Abbiamo sostituito la pubblicità alla morale». Nel mondo della musica, quanta sostanza (leggasi morale) c’è rispetto al fumo (leggasi pubblicità)?
Nelle musiche «di nicchia», in cui rientra sicuramente il jazz, credo ci sia molta più “morale” che nella musica commerciale. Con questo, ben inteso, non voglio dire che nella musica commerciale non ci siano progetti belli e di valore. Tra l’altro, io non amo dare giudizi in generale e catalogare la musica per generi. Comunque, mi sa che anche per le musiche meno commerciali le cose stiano purtroppo evolvendo negativamente soprattutto a causa dei social…

Cosa è scritto nell’agenda di Carla Marciano?
Sicuramente c’è scritto di non fermarmi mai, di andare sempre avanti per la mia strada e di non soffocare per nessun motivo la mia curiosità e le mie idee. Naturalmente c’è scritto che promuoveremo in giro il nostro «Psychosis» con i concerti live. Molto probabilmente ci sarà un nuovo tour in Russia in primavera e tante altre cose in via di definizione che preferisco non anticipare. E poi come sempre, c’è scritto di studiare, ricercare, creare nuovi progetti, ma anche e soprattutto di essere sempre vera e sincera nella musica così come nella vita, augurandomi di riuscire a trasmettere energia positiva.
Alceste Ayroldi