Candyland, l’universo electro-swing di Anèt

Si chiama «Candyland» il nuovo lavoro discografico di Anèt, ospite tra l’altro dell’edizione 2019 del Montreux Jazz Festival. Ne parliamo con lei.

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Dunque, iniziamo dal tuo nome d’arte. Ce lo spiegheresti?
In realtà è molto semplice: il mio nome di battesimo è Anna e da bambina il mio diminutivo era Annetta e poi in realtà c’è un aneddoto… ho iniziato negli anni Novanta con le piazze ed era bellissimo perché potevo viaggiare già a quindici anni e conoscere posti nuovi e gente di ogni tipo, ma anche vivere la magia di fare da spalla a grandi artisti quali Franco Califano, per esempio. Per via del mio aspetto esteriore, il mio impresario dell’epoca decise che «dovevo essere» la cantante straniera, per cui spuntò questo nome : Janè! Quindi da Annetta + Janè è semplicemente arrivato il nome Anèt.

Qual è il tuo background artistico-culturale?
Da bambina mi piaceva ascoltare la musica che c’era in casa, orchestre francesi, leggera italiana, classica. Io ed un mio amichetto restavamo in religioso silenzio seduti davanti al giradischi e basta: ascoltavamo. Mio nonno ascoltava musica popolare salentina dopo cena. Più in là mi sono appassionata al pop-rock british e americano e poi alla musica brasiliana, quando vivevo a Tenerife assistevo divertita a mega concerti di reggaeton e intanto sognavo sulle note di Eva Cassidy; di notte in cuffia mi addormentavo con Pat Metheny e al risveglio un caffè con Chopin. Colleziono da oltre venticinque anni dischi e dvd e antologie dai Beatles a Egberto Gismonti, Caetano Veloso, Queen, orchestre classiche e sinfoniche. Ho iniziato ad appassionarmi alla musica afroamericana intorno ai diciassette anni e iniziato a suonare la chitarra e il basso da autodidatta. Con la mia band ho iniziato a girare e a fare tanta gavetta. Ho fatto anche una breve esperienza in un coro di canto gregoriano, che vibrazioni! Lavoravo con contratti ed ero felicissima, ma sentivo il bisogno di restituire ciò che la musica mi stava regalando, per cui decisi di frequentare chitarra jazz al conservatorio Vivaldi di Alessandria periodo in cui ho svolto un percorso fatto di studio, seminari, continuando con concerti ovunque. Ascolto con attenzione da anni Duke Ellington, ma anche George Gershwin, Trovajoli, Monk, adoro Chet Baker, Stefano Bollani. Mi perdo quando ascolto Puccini o Čajkovskij, Šostakóvič. Guardo da sempre pochissima tv, ma adoro il cinema: i capolavori italiani, Totò, i noir francesi e i thriller americani. Leggo romanzi di qualsiasi tipo, adoro quelli cinesi e anche qualcuno italiano. Leggo anche tanti libri di ricette, Artusi, per esempio è sempre a portata di mano nella mia cucina. Mi interessano molto Leonardo Da Vinci, Federico II, Walt Disney, adoro il garbo di Piero Angela. Potrei continuare per ore, ma passiamo alla prossima domanda!

Ti chiedo ora un’altra spiegazione. Sai che il mondo del jazz, soprattutto in Italia, è spesso refrattario nel accettare variazioni, modifiche, strumenti che non appartengano alla tradizione. Il tuo genere musicale, se proprio si deve dare un’etichetta, è l’electro-swing. In pratica, in cosa consiste e qual è la tua concezione musicale?
L’electro-swing è una parte della facciata. Mi piace pensare all’idea del sogno e della libertà. Ho pieno rispetto della musica e guarderei con fatica al futuro senza influenze provenienti dal passato. L’electro- swing è parlare con un linguaggio moderno del mio amore per la musica dei primi decenni del Novecento in America. Ho unito il mio stile e la mia anima vintage alla vulcanica esuberanza e creatività del mio produttore e arrangiatore Gabriele Semeraro, che ogni giorno ne ha una nuova! Il mio cappellaio matto, un mastro delle cerimonie tra il mondo reale e il mondo fantastico. Il mondo del jazz in Italia è refrattario ad intermittenza. Ci sono luci che brillano e altre che si spengono. Se penso alle contaminazioni di Paolo Fresu o Stefano Bollani, riesco solo a vedere tanta musica, tanta meravigliosa magia e tanta proiezione verso il futuro, senza mai dimenticare le radici, il punto di partenza per tutti.

Quali sono gli strumenti che il tuo gruppo utilizza?
Gli strumenti utilizzati sono: contrabbasso (Eugenio Venneri), sax tenore (Fabrizio Scarafile), trombone (Lorenzo Lorenzoni), Tap Dancer (Piera Carrieri), fisarmonica/pianoforte/groove machine/elettronica e per le orchestrazioni VST (Gabriele Semeraro).

Vorrei andare più nello specifico. Parliamo del tuo ultimo album «Candyland». Troviamo la maggior parte di brani firmati da te e Gabriele Semeraro e, poi, alcune rivisitazioni di brani celebri come Last Tango in Paris, Cheek To Cheek, L’amour est un oiseau rebelle, Nature Boy. Innanzitutto, come scegli i brani e a quale «trattamento» nell’arrangiamento li sottoponi?
I brani non li scelgo per un fatto esclusivamente musicale, ma preferisco affidarmi ai deja vu personali, a immagini di vita vissuta. Ci siamo autoprodotti partendo dal presupposto di non vendere neanche una copia, proprio per essere liberi di scrivere. Li abbiamo sognati, vissuti, respirati ad ogni ora del giorno e della notte. Abbiamo visto nei nostri pensieri la possibilità di creare una macchina del tempo capace di viaggiare tra le epoche e gli stili, capace di saltare tra la realtà e la fantasia, capace di raccontare il nostro immaginario, creando un fil rouge dalla prima all’ultima traccia, credendo nel destino, negli incontri, nella bellezza, nella vita e nella morte. Un pavimento a scacchi, la consapevolezza del bianco e del nero, come in Alice nel Paese delle Meraviglie. Raccontarsi e sperimentare continuamente.

A proposito di Nature Boy, qui si viaggia su un altro pianeta, musicalmente parlando. Sembra come se vi sia un ossequioso rispetto da parte tua e di Gabriele Semeraro.
Abbiamo pensato alla cosa più intima di un essere umano: il viaggio dentro se stessi, l’amore. Spogliarsi di tutto, mettersi a nudo. Riflettere. Creare un titolo di coda sussurrato che per un attimo si riempie di luce come un’alba. La fine dell’album in realtà è un nuovo inizio. Nel silenzio del mattino Gabriele mi ha svegliato alle 4.30 e mi ha fatto registrare la voce, così cruda, vera, instabile, ancora sognante senza nemmeno un caffè prima di iniziare e senza sapere che proprio in quel momento avrei dovuto registrare la voce definitiva di Nature Boy.

Invece, per quanto riguarda i brani originali, parti da un idea ben determinata?
I brani originali sono un mix tra immagini, sonorità, esperienze e ideali. Ma anche casualità, perché mentre suonavamo altro eravamo costretti a fermarci per fissare un tema che piombava all’improvviso e da quello ripartire per altro.

Perché hai scelto come titolo «Candyland»? Sicuramente non ti riferisci all’Italia, che non mi sembra che sia proprio il paese delle caramelle e dei balocchi. Che ne dici?
«Candyland» è stato scelto e scritto perchè rispecchia la nostra idea di realtà parallela, senza confini geografici, una sorta di stargate da attraversare da cui vedere la realtà con gli occhi di quella nuova dimensione. Spesso in questo mondo fantastico c’è del grottesco, meraviglia, eleganza ma anche un retrogusto dark proprio come in ogni cosa, come ogni giorno. L’Italia per me è il paese più bello del mondo, fatta di personaggi e paesaggi meravigliosi, a volte però l’ho avvertita un po’ come la casetta di Titty, il piccolo canarino giallo. Stretta.

Come sei arrivata a questa musica?
Dall’incontro con Gabriele Semeraro: lui assolutamente moderno, io dal cuore vintage. Mescolarsi è stato un attimo.

Tu e il tuo gruppo, a parte Mahmood, siete stati gli unici italiani presenti nel sontuoso cartellone dell’edizione 2019 del Montreux Jazz Festival. Come è andata?
Devo l’esperienza del Montreux Jazz Festival 2019 alla Ludwig Sound Agency, di Carmela Senfett, che ci ha presentato all’organizzazione. L’album non era ancora uscito, eravamo col nostro fonico Massimo Stano immersi nella fase finale di mix e mastering (al MAST recording studio di Bari); abbiamo inviato loro un’anteprima e 48 ore dopo l’ascolto del cd siamo stati scelti. Considerando che siamo autoprodotti, non abbiamo un’etichetta, ufficio stampa o altro, ma che invece siamo piccolissimi e sconosciuti… puoi capire quanto grande è stata la nostra sorpresa! Arrivati a Montreux tutto è stato facilissimo, perfetto ed in sintonia. Trovare migliaia di persone predisposte ad ascoltare e a vivere la tua musica è inebriante. La sorpresa artistica maggiore è stata la maestria dei tecnici del palco, degli incredibili ingegneri del suono a tua completa disposizione sempre sorridenti, gentilissimi, preparati. Scoprirsi in classifica al terzo/quarto e quinto posto (rispettivamente con i brani Cheek to cheek, Shake, Candyland della iTunes top 200 Tracks Switzerland World Chart.  Quella è stata la mia Candyland!

Quali sono i passaggi che ritieni fondamentali nella tua vita artistica?
Forse tanti live, tanto ascolto, la voglia di osare, provare tantissimo… Senza alcun dubbio l’incontro col mio produttore Gabriele Semeraro.

 L’electro-swing va fortissimo in tutta l’Europa. In Italia, invece, come va?
Beh, in Europa è una bella consuetudine, un incontro gioioso e stimolante. In Italia, sta arrivando pian piano, la gente risponde bene, è attratta, curiosa…  divertita.

Per chi non ti avesse mai visto live o con altri mezzi, come si articola un tuo spettacolo?
Il mio spettacolo dura novanta minuti, Candyland è un concept-show vissuto come un viaggio in una macchina del tempo che attraversa le epoche e gli stili, ne subisce le contaminazioni e le fa rimbalzare avanti e indietro in un vorticoso spazio-tempo indefinito. L’electro-swing, la musica classica, il pop, la musica elettronica si fondono in un unico nuovo stile dal sapore cinematografico e a tratti circense. È l’idea del sogno, in contesti festaioli stile Grande Gatsby contemporaneo e di irrefrenabile voglia di ballare insieme alla nostra meravigliosa Tap Dancer. Si può vivere l’atmosfera di una canzone americana del 1935 immersi in suoni elettronici e beat ad alto ritmo, scivolando velocemente sui violini di un’orchestra sinfonica dal dejavu mediterraneo, incontrando L’amour est un oiseau rebelle (Carmen di Bizet), passando per una tormentata filastrocca rock che racconta del bisogno di bellezza in questa società, fino ad arrivare alle sonorità fantasy.

Quali sono i prossimi impegni e cosa hai in programma?
Attualmente siamo impegnati in studio per la ideazione e realizzazione di nuove canzoni, in programma ci sono tante belle sorprese che ahimè non posso ancora svelare.
Alceste Ayroldi