Intervista ad Andrea Andreoli: tra i candidati al Grammy

Parla il trombonista bergamasco che, da ultimo, ha collaborato con il pianista Fred Hersch, guadagnandosi una nomination ai Grammy Awards 2019.

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Il trombonista bergamasco Andrea Andreoli è un musicista emergente di grande talento, da qualche tempo sotto i riflettori della scena jazz europea. Negli ultimi anni ha collaborato con alcune delle più importanti big band internazionali tra cui la WDR Big Band di Colonia con cui ha registrato nel 2019 l’album “Begin Again” con musiche del pianista Fred Hersch e la direzione di Vince Mendoza. Hersch ha ricevuto una nomination ai Grammy Awards 2019 per il brano “Begin Again” nella categoria “Migliore composizione strumentale”. Andreoli ci racconta il suo percorso artistico e l’esperienza con Hersch, Mendoza e la WDR big band. 

Com’è iniziata la tua collaborazione con la WDR Big Band?
E’ nato tutto quasi per caso. Lo scorso anno era vacante la sedia del secondo trombone, Marshall Gilkes il loro storico secondo trombone che ha deciso di tornare negli Stati Uniti, così per un paio d’anni l’orchestra ha invitato persone da tutto il mondo per provarle sul campo. Non c’era di mezzo una vera e propria audizione. Ho avuto la fortuna di essere chiamato due volte, ho fatto una prima produzione assieme a Bill Laurance e Bob Mintzer, la seconda è stata questa con Vince Mendoza. Devo dire che quando mi è arrivata la mail di convocazione mi tremavano le gambe. Per fortuna la dimensione dell’orchestra è molto felice, sono talmente abituati a situazioni del genere che non mi sono neanche reso conto della cosa, ho fatto il mio lavoro. Una volta rientrato a casa mi sono chiesto se fosse successo veramente… 

Com’è stata l’esperienza di essere diretti da Vince Mendoza?       Mendoza è  un personaggio straordinario e un direttore molto esigente. L’ho sentito parlare al primo alto della WDR Big Band, uno dei musicisti migliori in Europa, quasi come fosse un allievo. Ha uno sguardo severo e penetrante che intimorisce. Poi però quando suoni la sua musica provi un’emozione indescrivibile, è stato inimmaginabile.

Com’è avvenuto il primo contatto con la WDR Big Band?
Il loro primo trombone Ludwig Nuss mi seguiva da un po’ sul mio canale youtube e mi ha scritto una mail chiedendomi se fossi interessato a fare una produzione con loro. Naturalmente sono partito di corsa. Mi hanno poi richiamato una seconda volta con Mendoza, non lo sapevo ma era un segno positivo perché altri musicisti erano stati chiamati solo una volta. Nessuno mi aveva detto che avrei dovuto sostenere un’audizione, e meno male, altrimenti sarei stato agitatissimo. Di fatto loro ti “provano” sul campo, ma lo capisci dopo.

Quando ti sei reso conto che ti stavano testando per una collaborazione a lungo termine?
L’ho capito dopo, ma in ogni momento che ho condiviso con loro sono stato sotto esame, volevano conoscermi meglio, capire che tipo di persona ero e se mi sarebbe piaciuto lavorare lì. Ad esempio una sera il primo trombone mi ha invitato a cena e mi ha chiesto di portare lo strumento, dopo un paio di portate mi ha chiesto se potevamo leggere assieme delle partiture, non me ne sono reso conto ma ero sotto esame. Per l’orchestra oltre alla capacità strumentale ho capito che è molto importante valutare l’aspetto umano, anche perché ogni nuovo musicista rimane con loro per molti anni. Alla fine della produzione con Mendoza hanno assunto un ragazzo giovanissimo di Colonia. Io ho ricevuto un’email in cui mi comunicavano che avevo suonato molto bene ma l’orchestra aveva votato tra noi due finalisti, io ero risultato il primo idoneo da chiamare in caso di malattie o ferie per le sostituzioni. Nessuno sapeva a priori che c’era in ballo una possibile assunzione.

Hai vinto anche il concorso per primo trombone con l’orchestra jazz svedese Norbotten Big Band. Com’è andata e come mai hai poi deciso di rimanere in Italia?
In quel caso c’è stata una vera e propria audizione con bando di concorso, esecuzione di passi d’orchestra, scrematura e selezione finale, hanno testato i cinque finalisti in concerto in cinque programmi diversi. Quando mi hanno comunicato che ero risultato vincitore mi sono preso cinque mesi di tempo in cui ho viaggiato tra l’Italia e la Svezia, ho suonato con loro diversi programmi, volevo vedere tutte le stagioni a Norbotten che si trova nel nord della Svezia, soprattutto l’inverno. Tuttavia vivere il grande buio dei mesi invernali è stato un deterrente notevole. L’orchestra suonava benissimo, la musica era bella, la vita in Svezia con la famiglia sarebbe stata perfetta con il loro welfare ma le condizioni climatiche sono proibitive per noi. Sono comunque molto contento perché la collaborazione con loro anche se da esterno continua, a inizio 2020 farò una produzione con questa big band.

Com’è la situazione del jazz orchestrale in Italia rispetto a quella che hai sperimentato all’estero?
E’una bella domanda. In generale in Italia abbiamo musicisti molto validi ma manca la tradizione delle big band. All’estero è frequente trovare big band anche di musicisti molto giovani con sezioni complete che suonano bene, con il fraseggio corretto. In Italia è molto più difficile, si ottiene un buon livello solo mettendo assieme agli allievi musicisti professionisti. Nelle scuole all’estero tutte le sezioni delle big band sono sempre complete, anche quelle degli ottoni, e suonano bene. In Italia c’è sempre un compromesso, nei conservatori si prendono i tromboni dalla classe di classica ma poi non c’è interesse a proseguire nello studio del linguaggio jazzistico. All’estero invece ci credono, anche i ragazzi sono molto appassionati, suonano con le pronunce giuste fin da giovanissimi.

Sei anche docente, al Conservatorio di Milano e ai Civici Corsi di Jazz di Milano. Pensi che ci sia un problema di didattica in Italia?
Non credo, penso sia più un problema di tradizione. Ci sono insegnanti validissimi e per chi vuole studiare l’offerta formativa è molto alta. Mi sembra che ci sia poco interesse soprattutto tra i giovani. Se per i ragazzi delle generazioni precedenti mancavano le figure degli insegnanti, chi suonava jazz era spesso autodidatta e imparava dai dischi, c’era molto desiderio di imparare il linguaggio. Adesso sono cambiati gli ascolti, l’interesse per la musica suonata è sempre minore, ma la didattica è molto buona. Credo si dovrebbe fare un lavoro di promozione della musica nelle scuole, a partire dalle medie, dai licei. Spesso i ragazzi non conoscono neanche gli strumenti musicali, hanno in testa suoni elettronici e campionamenti. 

Qual è stata la tua formazione musicale e come ti sei avvicinato al jazz?
Ho iniziato con il clarinetto a sei anni nella banda del paese, una delle realtà più importanti in Italia per fare musica, poi a vent’anni sono passato al trombone, il mio insegnante al CdpM di Bergamo mi ha mandato al conservatorio a studiare trombone classico, ho in parallelo approfondito lo studio del jazz con Rudy Migliardi. Le esperienze più importanti per me sono state quelle in big band, al conservatorio ho incontrato Paolo Tomelleri che mi ha portato subito a suonare nella sua big band e ho approfondito il repertorio della tradizione, mentre con la JW Orchestra di Bergamo ho affrontato il repertorio più moderno. Le big band per me sono state una palestra incredibile. 

Quali sono stati gli incontri musicali più significativi nel tuo percorso artistico?
Ricordo il concerto per gli ottant’anni di Ennio Morricone, e poi Maria Schneider, nel 2015 venne in Italia per una residenza artistica di due settimane a dirigere un’orchestra composta da studenti e docenti di alcuni conservatori del nord Italia, fu un’esperienza incredibile. E poi tanti incontri interessanti anche nel mondo del pop, dove ci sono dei grandi professionisti.

Cosa consiglieresti a un giovane che vuole avvicinarsi allo studio del jazz, e in particolare del trombone?
Gli direi di iniziare a studiare in Italia perché ci sono tanti docenti e musicisti validi e poi consiglierei l’esperienza all’estero perché è importante confrontarsi con quello che c’è fuori. Se in Italia ci fosse una vera classe di trombone si potrebbero fare cose bellissime, qui da noi purtroppo non c’è una vera e propria scuola, mancano gli studenti.

Progetti, appuntamenti e obiettivi di Andrea Andreoli per il 2020? Inizio l’anno con la collaborazione assieme alla Norbotten Big Band e poi vediamo, si vive alla giornata…
Rosarita Crisafi