«Euforia», il primo album di Adrien Brandeis.

Intervista al giovane talento pianistico francese (classe 1992) in occasione del suo debutto discografico e per la vittoria del LetterOne Rising Stars Jazz Award Europe Edition.

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Adrien Brandeis (credit Julien Sanine)

Adrien, partiamo dalla cover e dal titolo del tuo disco «Euforia». Possiamo vedere la tua silhouette, un elefante, il sole, gli uccelli e un arcobaleno. Cosa vuoi dirci?
Mi piace mettere in relazione la musica con la luce e la natura. Alcuni stati d’animo musicali sono più luminosi rispetto ad altri. Questo è il motivo per cui questi elementi sono presenti nella copertina del disco. L’elefante rappresenta Satao II, un elefante carismatico del Kenya ucciso per il suo avorio: ho voluto dedicargli un brano dal titolo Satao.

E vorresti spiegarci anche il titolo dell’album?
Euforia perché voglio suonare nel modo più energico. Mi piace la musica orecchiabile ed energetica. Per me la musica è come una grande gioia e cerco di condividere con il pubblico queste vibrazioni. L’album è come una grande festa con momenti euforici, gioiosi e anche con un pizzico di nostalgia.

Presumo che tu sia un amante del latin jazz, perché si può ascoltare una vasta gamma di ritmi latini. Come è nata questa passione?
Quando ho iniziato a studiare jazz, ho scoperto Michel Camilo e ne sono rimasto letteralmente scioccato. Il brano era From Whitin, la versione che si ascolta nel film Calle 54. Ho amato da subito questo mix tra jazz e musica latina. Dopo di che, ho deciso di imparare la musica cubana, sia l’approccio tradizionale che quello più moderno e li ho incorporati nel mio modo di suonare.

C’è un altro valore aggiunto nel tuo disco: non contiene né cover, né standard. E’ una scelta coraggiosa, non credi?
Per il mio primo album ho voluto incidere solo mie composizioni originali. Comunque, non disdegno né le cover né gli standard, al contrario la ricchezza degli standard mi permette di comporre. Penso sia molto importante suonare gli standard, ascoltare le differenti versioni, perché ti aiuta a cambiare il modo di suonare nel corso degli anni.

Cover album Euforia

A ogni buon conto, se tu avessi dovuto inserire uno standard, quale brano avresti scelto?
Uno dei miei brani preferiti è Humpty Dumpty di Chick Corea. Penso che sarebbe una bella idea arrangiare questo brano in modo differente rispetto all’originale. In concerto, alcune volte, suoniamo brani come Manteca, Tanga, Nefertiti, Armando’s Rhumba e molti altri.

Ovviamente, nel tuo disco non troviamo solo latin jazz. Per esempio, in Fausse bonne humeur la situazione cambia, perché ci troviamo in un modern mainstream. Poi, troviamo Tamaris dove il latin è solo suggerito; invece in  Quatro  i ritmi latini confluiscono nella fusion. A parte le mie impressioni, tu come descriveresti il tuo disco?
Certo, non c’è solo latin jazz. La musica latina, probabilmente, è la maggiore protagonista per influenze, ma mi considero un musicista jazz e preferisco parlare di musica nell’accezione più ampia possibile. Cerco di mettere insieme tutte le influenze musicali, come latin, musica africana, rock e il jazz, ovviamente. Ci sono diverse atmosfere durante i live, tra euforia e melanconia, che cerchiamo di condividere con il pubblico.

Vorresti parlarci dei musicisti che ti accompagnano in questo disco?
Ho incontrato il sassofonista Joachim Poutaraud e il batterista Ludovic Guivarch al conservatorio di Nizza, mentre con Guillaume Leclerc (bassista) e Philippe Ciminato (percussionista) ci siamo incontrati sulla scena nell’ambito di alcuni progetti musicali condivisi. Sono miei amici e degli eccellenti musicisti. La conoscenza di differenti stili musicali di Philippe mi hanno consentito di migliorare la mia tecnica nel corso del tempo. L’attuale quintetto, con il quale sarò in tour questa estate, è formato da Joachim Poutaraud, Philippe Ciminato, Romann Dauneau (basso) e Félix Joveniaux (batteria).

Ho letto che le tue influenze pianistiche sono Michel Camilo, come hai già detto, Bill Evans e Chick Corea. Anche se nella tua tecnica si possono ascoltare anche delle influenze più contemporanee.
E’ stato proprio ascoltando questi musicisti che ho deciso di diventare un pianista: sono dei grandi maestri. E’ vero anche, però, che ascolto tanti musicisti contemporanei, come Osmany Paredes, Brad Mehldau, Richard Bona, Alfredo Rodriguez.

Adrien Brandeis
credit Xiu

Hai anche vinto il LetterOne Rising Star Jazz Award Europe Edition.
Quando ho scoperto di aver vinto il LetterOne Rising Star Jazz Award, la mia prima reazione è stata di grande gioia, e orgoglio per essere stato capace di condividere la mia musica in Europa. L’aspetto più rimarchevole del premio è quello di poter suonare la mia musica in alcuni dei più prestigiosi jazz festival europei. In particolare, sono molto orgoglioso di poter suonare al jazz festival di Nizza perché è la mia casa natale, musicalmente parlando.

Tre cose che vorresti fare al più presto…
Dunque, in primis non ho mai visto dal vivo Michel Camilo e spero di avere l’opportunità di incontrarlo; poi, non vedo l’ora di poter suonare quest’estate per il tour europeo del LetterOne Rising Star Jazz Award. Da ultimo, ho arrangiato i brani del mio disco per big band per un concerto che si terrà quest’estate al JazzBonne Festival in Valbonne (Francia): e non vedo l’ora!

Qual è la situazione economica, sociale e politica del jazz in Francia e cosa pensi che si possa fare, soprattutto per i musicisti più giovani?
Penso che, dal punto di vista musicale, il jazz francese sia molto creativo: nascono continuamente nuovi progetti, con musicisti di alto livello. Non è sempre facile trovare spazio per presentare questi progetti, ma siamo fortunati perché in Francia ci sono molti jazz festival. I jazz club sono più che altro dei laboratori musicali e non consentono correttamente di fare dei live. Ci sono molte fondazioni che aiutano gli artisti francesi a viaggiare in tutto il mondo e a registrare nuovi progetti musicali (Alliance Française, Spedidam, per esempio). E’ un’opportunità importante avere questo sostegno: la Francia sta investendo nella cultura. Alcuni affermano che non c’è molto supporto in favore del jazz, ma penso che sia solo una questione di volontà nel procurarsi gli aiuti. Costruire un progetto, oggigiorno, non è solo un fatto squisitamente artistico, ma è anche necessario trovare supporti, sovvenzioni e così via. E’ un lavoraccio, certo, ma non è irrealizzabile, soprattutto in Francia.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Ovviamente, ora sono concentrato sulla promozione del mio disco e, per fortuna, stiamo suonando in tanti festival e club. Abbiamo da poco terminato un tour in India e nel Nepal ed è stata un’esperienza fantastica. Poi, questa estate ci saranno ben sette festival nei quali suonerò per il premio vinto: Love Supreme Jazz Festival, Leopolis Jazz Festival, Kongsberg Jazz Festival, Umbria Jazz Festival, Jazzopen Stuttgart Jazz Festival, Jazzaldia and Nice Jazz Festival. Al contempo, sono già al lavoro per il mio secondo album, che sarà registrato entro la fine dell’anno e sarà in quartetto: il suono sarà più moderno di «Euforia», con una maggiore presenza di jazz rispetto alle influenze latine.
Alceste Ayroldi