Dalla Carnegie Hall al Birdland. Intervista a Gianluigi Giannatempo

L’arrangiatore, compositore e docente (collabora stabilmente con il Saint Louis di Roma) pugliese si racconta a Musica Jazz

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Luigi, arrangiatori si nasce o si diventa? Scherzi a parte, qual è stato il tuo viatico per intraprendere la strada di arrangiatore?
Molti anni fa studiavo composizione classica. Mi iscrissi alla Scuola di Musica di Testaccio dove Marco Tiso – grande arrangiatore e didatta – teneva un corso di arrangiamento complementare.  Il corso durava due anni, io lo terminai in sei mesi e così decidemmo di continuare privatamente. Sono rimasto con lui quattro anni. Terminati gli studi con Marco, andai a Siena Jazz dove frequentai un seminario con Giancarlo Gazzani, di cui divenni in seguito assistente. Fra i ricordi più belli di quegli anni di studio, di certo c’è un articolo uscito sulla rivista JazzTimes a firma di Ira Gitler: il grande critico citava in termini lusinghieri l’esecuzione di alcuni miei brani durante un seminario estivo. O, ancora, ripenso ai complimenti di John Mosca, direttore artistico e primo trombone della leggendaria Jazz Orchestra del Village Vanguard. Poi cominciarono ad arrivare i premi (Barga, Scrivere in Jazz, Euro Jazz writing contest di Parigi, una borsa di studio della Manhattan School of Music di New York); cominciai così a pensare che la scrittura,  era la mia strada. Sicuramente una cosa che mi ha cambiato la vita è stato l’incontro con Richard DeRosa, con il quale ho studiato a New York. Fino a due anni fa direttore principale della straordinaria WDR Big Band di Colonia e docente alla UNT.  è un musicista gigantesco e una bellissima persona, con cui si è in seguito instaurato un rapporto di amicizia, che dura ormai da più di venti anni.

Visto che siamo partiti dal passato, quale brano è stato oggetto del tuo primo arrangiamento?
I Let A Song Go Out Of My Heart di Duke Ellington. Venendo dalla composizione classica, non avevo grande esperienza del linguaggio jazzistico. Il risultato? Un arrangiamento non proprio indimenticabile. Fortunatamente a Testaccio c’era una Big Band che eseguiva i brani degli studenti – aspetto fondamentale nello studio di questa arte – e così un po’ alla volta ho capito cosa dovevo e non dovevo scrivere.

Quali sono le insidie che si nascondono dietro un arrangiamento?
Credo che la cosa più difficile quando si lavora su un brano sia la gestione della forma. L’arrangiamento nel jazz è fondamentalmente un processo compositivo, nel senso che si può partire da un materiale preesistente e lo si può trasformare fino a renderlo irriconoscibile, allontanandosene gradualmente.  Durante un simile processo, è facile che si verifichino degli “inciampi”, che non lo fanno fluire in modo naturale, o delle mescolanze di stili, che incidono sulla sua coerenza. Quando ho cominciato, peraltro, non esistevano i software di notazione: quando si scriveva un brano per orchestra bisognava immaginarlo. Oggi questi software hanno reso tutto più veloce ma – tempo permettendo – impugnare la matita e scrivere rimane la più grande scuola.

Anche in quest’opera si nasconderanno dei «falsi». Molto spesso, però, la melodia travolge ogni sentire e primeggia. Come si fa a riconoscere un arrangiamento superficiale da uno accurato?
La composizione e l’arrangiamento jazz andrebbero studiate nello stesso modo in cui si studia uno strumento. Ci sono delle tecniche che si applicano all’armonizzazione, all’orchestrazione, alla forma e che rappresentano la «dotazione di base» per chiunque si avvicini a questa pratica. Un fattore essenziale è l’analisi. Con gli studenti, quando raggiungono una preparazione adeguata, cerchiamo di analizzare partiture di grandi arrangiatori e compositori appartenenti ad epoche diverse. Esattamente coma fa uno strumentista, un arrangiatore deve conoscere il linguaggio dei maestri, il loro stile, il contesto musicale nel quale si trovavano ad operare, per poi poter incanalarsi lungo un proprio percorso personale. Non esistono formule che funzionano sempre, la musica di Thad Jones o di George Russell era diversa da quella di Gil Evans, di Bob Brookmeyer e di molti altri. L’attento studio della loro arte deve entrare nel vocabolario di chi scrive. In Italia, più che all’estero, talvolta c’è la tendenza a cimentarsi in attività di cui non si ha piena conoscenza e così capita di ascoltare cose, per così dire, un po’ naif.

Agli allievi che si avvicinano al tuo insegnamento, quale consiglio-ordine dai prima di tutto?
Intanto di non usare quei software di notazione cui facevo riferimento prima, perlomeno fino a quando non si acquisisce la conoscenza delle tecniche e delle trasposizioni degli strumenti che compongono l’orchestra.  Un altro consiglio-ordine? Conoscere più musica possibile: perché ci si può trovare a operare negli ambiti più disparati e una caratteristica che a mio avviso deve contraddistinguere un  buon arrangiatore è la versatilità e la capacità di entrare nella musica sulla quale sta lavorando.

Dal punto di vista legislativo-economico qual è la situazione dell’arrangiatore?
Questo lavoro, come tutti quelli in ambito artistico, risente della scarsa attenzione che questo paese riserva alla cultura. Naturalmente, trovandoci ad operare spesso con grandi organici e quindi costosi, la crisi si fa sentire maggiormente In tutta Europa ci sono Big Band di altissimo livello che in molti casi ricevono contributi dallo Stato e che, oltre ad avere un’attività concertistica e discografica regolare, commissionano musica a compositori e arrangiatori. In Italia queste realtà sono rarissime. Un caso che merita di essere segnalato è quello dell’Orchestra Jazz della Sardegna, un ensemble stabile, che esiste dal 1990 e rappresenta un’isola felice nel panorama nazionale. L’orchestra, oltre ad organizzare un concorso di composizione e arrangiamento che raccoglie partiture provenienti da tutto il mondo, ogni anno commissiona lavori originali a compositori e arrangiatori italiani e stranieri. Dal punto di vista legislativo, ci sono poche tutele rispetto al resto d’Europa. Intanto, la procedura per il deposito è procedura complicatissima perché gli arrangiamenti sono definiti “opere di ingegno secondario”. Deve riunirsi una Commissione per valutarne l’originalità e peraltro è necessario il permesso del compositore. Nei casi più frequenti, per evitare lungaggini, chi commissiona la musica corrisponde il compenso all’arrangiatore. Tempo fa ho arrangiato un tema di due pagine, ne è venuta fuori una suite di dodici minuti, ma ad ogni esecuzione i diritti sono andati all’autore del tema.  Naturalmente il fatto che non ci sia una forma di tutela sul diritto d’autore, crea molta confusione. Spesso la musica passa di mano in mano, senza che chi l’ha scritta riesca a seguirne ogni esecuzione. Ho trovato su youtube mia musica eseguita in California o in Russia, senza che io sia stato neanche  citato.

A Capodanno al leggendario Birdland di New York hanno suonato alcuni tuoi arrangiamenti. Quali brani e quali musicisti?
In realtà è stata la seconda volta. La prima è stata il 23 settembre sempre in occasione di un concerto al Birdland. Ho fatto un lavoro su quello che loro chiamano American Songbook con il quale negli Stati Uniti si confrontano regolarmente. E’ stato particolarmente apprezzato un arrangiamento un po’ particolare di My Favourite Things. La Big Band è stata fondata da Greg Ruvolo, che ha suonato – fra gli altri – con Frank Sinatra e Count Basie, e raccoglie musicisti molto esperti come Earl Gardner, storica prima tromba della Big Band di Thad Jones e Mel Lewis e non solo, Roger Rosemberg, che ha suonato con Chet Baker, Miles Davis, Quincy Jones, John Scofield, Gerry Mulligan, Michael Brecker, New York Philharmonic, Bob Mintzer, Stafford Hunther della Mingus Big Band, Dave Pietro dell’orchestra di Maria Schneider, Joe Randazzo e alcuni più giovani, fra i quali mi piace ricordare Andrew Gould, uno straordinario sassofonista che non conoscevo ma che è  molto stimato  dalla comunità dei musicisti di New York. In realtà alcuni miei lavori per tromba e pianoforte erano già stati eseguiti alla Carnegie Hall due anni fa, ma il Birdland…trovarmi lì è stata un’esperienza davvero emozionante perché ho incontrato musicisti che ascolto da tutta la vita. All’inizio ero terrorizzato, alcuni di loro hanno suonato la musica di Thad Jones, Carla Bley, Bob Brookmeyer; devo dire che sono stati molto gentili e qualcuno di loro mi ha fatto dei complimenti quasi imbarazzanti.  Il Birdland è un luogo magico, l’attenzione del pubblico è totale, l’acustica perfetta e c’è un grandissimo rispetto per la musica.

Tempo orsono i tuoi arrangiamenti delle musiche di James Taylor sono stati suonati da un’orchestra con David Linx. Però, sembra che ci siano stati degli sviluppi. Ce ne vorresti parlare?
David Linx è un cantante straordinario e alcuni brani di quel disco sono stati eseguiti in Nord Europa e in Canada, in contesti molto prestigiosi come il Conservatorio di Lussemburgo o il Blue Note di Amsterdam. Nel concerto di settembre a New York nella Band c’era il sassofonista Lou Marini, che adesso è in tour con James Taylor. Gli hanno parlato del disco e ha chiesto di averne una copia, immagino per farla ascoltare a James Taylor. Penso che la cosa avrà tempi lunghi perché adesso sono in tournée; spero però che con il tempo si possa stabilire un contatto, se non altro per avere un suo parere.

Nella tua carriera professionale non c’è solo il jazz. Quali sono le differenze nell’approccio – se ve ne sono – tra il jazz e le altre musiche?
Nel jazz c’è maggiore libertà, non ricordo di aver avuto particolari richieste nel momento in cui mi è stato commissionato un arrangiamento. Naturalmente arrangiare uno standard è diverso da arrangiare una composizione originale, come mi è capitato per esempio con Girotto, Fresu e altri. Nel primo caso normalmente non mi pongo alcun vincolo; nella seconda ipotesi, pur avendo avuto carta bianca, ho cercato di evitare che il senso delle loro composizioni andasse perduto. In altri ambiti ci sono più aspetti da tenere in considerazione, quali la durata, il contesto, la forma. Si possono fare cose molto buone, ma è più un lavoro per “conto terzi”; l’arrangiamento jazz, invece, come dicevo prima, a mio avviso può essere considerato come una ricomposizione e poi c’è un aspetto essenziale non necessariamente presente in altri ambiti: l’improvvisazione. Credo che qualsiasi arrangiatore si ponga il problema del rapporto fra improvvisazione e scrittura, la qual cosa ha per esempio caratterizzato tutta l’opera di Gil Evans. Con l’evolversi dell’arrangiamento, i contesti in cui viene inserita l’improvvisazione sono mutati, in brani più tradizionali era uno spazio dedicato al solista solitamente sulla struttura del tema, in autori come Maria Schneider sembra più legato allo sviluppo compositivo, ma è comunque un aspetto essenziale.

Hai mai ascoltato una pessima esecuzione di un tuo arrangiamento?
Sì, soprattutto all’inizio. Ma non necessariamente per colpa dei musicisti. Credo che il successo di un’esecuzione sia molto legata all’esperienza di chi scrive. Scrivere un brano difficilissimo, in una tonalità scomoda, magari quando c’è poco tempo per provarlo, significa ascoltare la propria musica devastata. All’inizio si ha un po’ l’ansia da prestazione e si scrive molto, poi con l’esperienza si tende a sintetizzare. Mi è anche capitato di aver a che fare con musicisti scadenti ma, da un po’ di anni, complice anche il fatto di essere un po’ più conosciuto nell’ambiente, mi sono trovato a collaborare con ensemble di buon livello, quando non proprio eccezionali.

 Invece, quella migliore?
La risposta è facile: quella del concerto al Birdland. Sono cresciuto avendo come punto di riferimento il loro modo di suonare. Sono cresciuto ascoltando la loro pronuncia, le loro articolazioni, il loro suono, la loro intenzione nell’interpretare la partitura e tutte queste caratteristiche le ho ascoltate nella mia musica.  Ce ne sono state altre, le prime che mi vengono in mente sono la Jazz Orchestra del Concertgebouw di Amsterdam, la Big Band della radio e televisione di Zagabria, un ensemble straordinario, la Parco della Musica Jazz Orchestra, Big Band residente dell’Auditorium di Roma che purtroppo è stata chiusa anni fa.

Arrangiamenti a parte, ti sei mai dedicato alla composizione?
Sì, in varie occasioni. Ho registrato delle musiche originali con l’Orchestra Jazz della Sardegna, con una Big Band Francese, con una small Band di cui facevano parte – fra gli altri – Roberto Ottaviano, Rossano Emili, Gaetano Partipilo. Ho scritto musica anche per gruppi da camera. Negli ultimi anni l’attività di arrangiatore mi ha sempre tenuto molto impegnato. Da più di un anno, sto lavorando ad un repertorio originale che vorrei registrare con un ensemble ridotto, una specie di piccola Big Band. Ho avuto la disponibilità di validissimi musicisti, che hanno dimostrato grande interesse e entusiasmo verso questo progetto e spero di poterlo realizzare entro il 2019.

Gianluigi, se non avessi fatto questo mestiere di cosa ti saresti occupato?
Amo molto la storia. Quando sono libero leggo libri di storia o comunque legati alla storia e alla politica, in particolare quella contemporanea. Non so in che termini ma, sicuramente, mi sarei dedicato a quello.

Il brano che vorresti arrangiare, ma sul quale non ti sei ancora cimentato…
The Peacock, è un brano legato al ricordo di una cara amica che non c’è più. Anni fa mi aveva chiesto di arrangiarlo per lei ma non c’è stato il tempo. Penso che sarà uno dei miei prossimi lavori.

Tre consigli per chi volesse intraprendere la tua professione.
Innanzitutto di non aspettarsi grande visibilità. La figura dell’arrangiatore nel nostro paese, a differenza di quanto accade – per esempio – negli Stati Uniti, con il tempo si è un po’ offuscata. Di fondo, ci sono minori opportunità di esercitare questo lavoro, e ciò nonostante la grande tradizione che ci contraddistingue (penso a Maestri come Gianni Ferrio, Bruno Canfora, Gorni Kramer). Secondo consiglio: prepararsi a lavorare in ambiti molto diversi, il che presuppone una certa versatilità, oltre che una conoscenza profonda della musica. Ultimo suggerimento: non scoraggiarsi, è un lavoro molto faticoso agli esordi, ma può promettere grandi soddisfazioni. Ascoltare o dirigere sessanta persone, che eseguono quello che hai scritto e che hai  immaginato, è un’esperienza straordinaria.

A cosa stai lavorando ora?
Sto completando il repertorio per la Big Band di New York. E’ in programma un nuovo concerto dopo l’estate e stiamo ipotizzando una registrazione. Poi un lavoro sulla musica di Kurt Weill con la cantante Costanza Alegiani e  a breve, dovrei cominciare gli arrangiamenti per orchestra d’archi per un  disco di Gianni Oddi sulla musica da film. Gianni è un vero maestro, uno che  ha attraversato tutta la storia musicale del nostro paese, dalla gloriosa orchestra ritmo-sinfonica della Rai a Morricone.  Nutro verso di lui una stima e un’ammirazione assoluta e sono molto contento che mi abbia scelto per questo progetto.  Vorrei inoltre riprendere un lavoro che è stato eseguito anni fa con Marta Raviglia. Era un lavoro molto complesso a metà fra la musica contemporanea e il Jazz su quattro autori americani del 900: Copland, Bernstein, Ives e Barber. Purtroppo non c’è stata l’occasione di replicarlo ma non appena avrò un po’ di tempo vorrei tornare a lavorarci.
Alceste Ayroldi