«IN MAGGIORE» IL CD IN OMAGGIO AGLI ABBONATI DI MUSICA JAZZ. INTERVISTA A PAOLO FRESU

204

[youtube width=”590″ height=”360″ video_id=”AURZi521Weg”]

«In maggiore» di Paolo Fresu e Daniele Di Bonaventura, edito da Ecm, è il disco che viene offerto in omaggio ai nuovi abbonati di Musica Jazz che ne fanno richiesta. Ne parliamo con Paolo Fresu.

Per abbonarsi clicca QUI

Paolo, sembra che la dimensione del duo sia quella che ti soddisfi meglio. Ti senti più a tuo agio, più libero?

Diciamo che nella dimensione del duo c’è più senso del rischio ma anche grande libertà e uno spazio maggiore rispetto alle formazioni più ampie. Ovviamente mi piace molto suonare anche con gli organici più grandi come, ad esempio, il quintetto storico o il quartetto Devil. Nel duo (come nel trio con Galliano e Lundgren) c’è un silenzio altro che, soprattutto per uno strumento a fiato, ti da la sensazione di vuoto che ti porta a suonare con più attenzione per le dinamiche e la natura del suono. Inoltre nel duo l’interplay è veramente diretto e il dialogo si fa serrato. Non c’è cosa peggiore che stare sul palco con un partner con il quale non hai niente da spartire e al quale non hai niente da dire. Il duo presuppone quindi una vera collaborazione dialettica che va ben oltre il momento del concerto, e ciò non è facile.

Anche altri jazzisti stanno praticando con maggiore assiduità la formazione in duo. Pensi che possa avvicinare anche un pubblico diverso al jazz? Magari, per la sua dimensione cameristica, anche quelle persone più fedeli alla classica.

Ben venga se il pubblico diventa più vasto! Di certo la dimensione cameristica offre un’altra visione del jazz. Forse meno stereotipata, almeno per quelli che (purtroppo) hanno una idea del jazz piatta e noiosa. E’ ovvio che la dimensione cameristica impone una attenzione per la melodia che si incontra con il gusto classico e che può mettere d’accordo pubblici diversi.

Da «Mistico Mediterraneo» il sodalizio con Daniele Di Bonaventura si è consolidato. E’ merito del bandoneón o di Daniele?

Ovviamente è merito di Daniele e della sua grande musicalità e sensibilità. Lo strumento è solo uno strumento, anche se il bandoneon offre effettivamente una infinita serie di possibilità timbriche ed armoniche di cui pochi sanno visto che, sentendone il suono, il pensiero va immediatamente al tango e al grande Piazzolla. A volte sa essere anche percussivo e questo ne fa uno strumento abbastanza completo che bene si sposa con la tromba. Inoltre tromba e bandoneon sono profondamente legati dal meccanismo di produzione del suono che li rende simili: è l’aria, sempre e comunque, a generare il suono. Il mantice e il soffio che li accomuna.

Una scaletta tra originals e alcuni brani famosissimi. C’è un criterio di scelta di questi brani?

Quando siamo andati in studio abbiamo deciso di portarvi sia il materiale che suoniamo in questi ultimi anni sia composizioni nuove scritte appositamente per il disco. E’ nella sala di Lugano che ci siamo confrontati con Manfred e che abbiamo iniziato ad analizzare il materiale per cercare di ricavarne un racconto che fosse coerente. Una sorta di viaggio in alcuni continenti che amiamo laddove, per ciò che concerne l’America del Sud, l’idea è sempre quella di girare intorno al tango ma di non suonarlo mai. E’ uno scherzo che facciamo sempre durante i nostri concerti raccontando così la vera storia migratoria del bandoneón che nasce come strumento per accompagnare le funzioni religiose nelle chiese tedesche e che si ritrova a essere lo strumento principe della musica della perdizione per antonomasia: il tango! C’è anche da dire che la scelta (fortemente suggerita da Manfred Eicher) di suonare completamente acustici ci ha poi portato a scegliere alcuni brani rispetto ad altri in quanto questa è diventata la nuova chiave per leggere quel disco. E’ dunque nello studio della radio di Lugano che l’essenza del suono ha suggerito il percorso.

Spicca, tra i tanti, il medley O que sera con El pueblo unido jamàs serà vencido. Una fusione solo musicale o anche concettuale?

Sono convinto che ogni scelta che si fa abbia una sua ragione più o meno palese. Ho compreso questo quando ho scritto il libro Musica dentro per La Feltrinelli. In un capitolo parlavo di alcuni standard che suono spesso e, dal mio punto di vista, la scelta degli stessi era, secondo me, sono passionale e dettata da un fattore misterioso. L’editore mi ha invitato a scendere nel profondo e capire meglio perché Round Midnight piuttosto che Stella By Starlight. Di fatto per me era scontato suonare una cosa piuttosto che un’altra mentre, grazie a questa riflessione, ho compreso che nessuna scelta è casuale ma sempre dettata da una esigenza che viene da dentro. O que sera l’ho suonata la prima volta nel cd di Raffaele Casarano ma ovviamente ne conoscevo anche le belle versioni italiane di Fiorella Mannoia e Ivano Fossati. Il mondo della musica latino americana mi ha sempre appassionato e non è poi così lontano da quello mediterraneo della Sardegna. E’ suonando O que sera che è venuta naturalmente la citazione del bellissimo brano di Sergio Ortega che poi con Daniele abbiamo sviluppato. Questa è legata all’inno «laico» Te recuerdo Amanda di Victor Jara che abbiamo interpretato la prima volta proprio a Santiago del Cile davanti a diverse migliaia di persone che, dopo le prime note, si sono alzate in piedi. Questo non lo abbiamo scordato perché sappiamo cosa vale quel brano per il popolo cileno e per tutto il popolo latino americano. Sono brani si portano appresso un senso civile che potremo definire anche politico. Le melodie che raccontano il popolo sono le più profonde e le più sentite. Fare musica per approfondire e sentire da ancora di più senso a chi la fa e riempie chi la ascolta. Suoniamo per raccontare qualcosa e perché ci sia qualcuno che possa – almeno si spera –  ascoltare il nostro racconto.

E, poi, una «milestone» della canzone italiana: Non ti scordar di me. C’è un legame particolare con questo brano?

L’ho suonato la prima volta perché me lo ha chiesto espressamente il Maestro Ermanno Olmi per il film Centochiodi di qualche anno fa. In quella occasione lo registrai in duo con la fisarmonica di Antonello Salis e da allora lo suono spesso. Soprattutto con Daniele di Bonventura anche se ne ho registrato una versione con Uri Caine. A questo brano ho attaccato la melodia dei titoli di coda del film partendo dalle prime note del famoso tema. Non dimentico le poche parole di Ermanno per raccontare il perché aveva pensato a quel brano e come lo avrei dovuto eseguire. Fu incredibilmente chiaro e poetico e per me è stata una bellissima lezione di arte. Forse è per questo che il rapporto con Olmi è continuato in questi anni fino ad arrivare alla colonna sonora del film Torneranno i prati sulla grande guerra.

C’è un omaggio anche a Puccini nell’aria Quando me’n vo’ da La Bohème. Qual è il tuo rapporto con l’Opera?

Non sono uno che passa il suo tempo ad ascoltare l’Opera anche se amo molto la musica classica e soprattutto la musica barocca. Credo di viverla come molti: ci sono bei temi che amo sentire e amo suonare come ci sono bei temi in tutte le musiche. E’ stato Daniele a proporre il brano di Puccini. Avevo già interpretato con il Quintetto (grazie al Maestro Giulio Libano) l’aria Sono andati tratta sempre da La Bohème. Di certo Puccini si presta moltissimo ad essere saccheggiato e le sue melodie sono scolpite nel nostro immaginario.

Perché tra tredici brani per il titolo avete scelto proprio In maggiore, a tua firma?

In maggiore è uno dei brani che ho scritto appositamente per il cd. L’ho scritto pensando che quella melodia potesse funzionare bene proprio in quello spazio acustico. Quando poi abbiamo stabilito l’ordine dei brani e li abbiamo scelti è stato naturale chiudere con In maggiore e usarlo come titolo dell’album. In maggiore significa per noi anche dare un messaggio positivo in un momento difficile come quello che stiamo vivendo. Ancora una volta la semantica della musica può essere il racconto di noi tutti in quanto un intervallo può fotografare più di qualsiasi altra cosa il nostro stato d’animo. Beethoven docet.

C’è qualcosa di Manfred Eicher in questo disco?

Certo. Del resto è risaputo che Manfred entri nella dinamica produttiva del cd divenendo quasi un musicista in più. E’ stato Manfred a suggerire l’idea del disco completamente acustico ed è stato lui, in studio, a consigliarci una direzione piuttosto che un’altra pur rispettando completamente la nostra libertà. Manfred è forse, almeno nel jazz, l’unico vero produttore rimasto e svolge il suo ruolo con passione e competenza. Quando alla fine di un brano puoi volgere l’occhio verso la regia avendo il pollice alzato da parte di qualcuno ti senti più sicuro. Non sempre infatti il nostro spirito autocritico, soprattutto quando si crea, è in grado di suggerirci la migliore strada. A questo proposito consiglio si vedere il film Quando dal cielo – Wenn haus dem himmel del giovane regista romano Fabrizio Ferraro, perché racconta fedelmente quella seduta di registrazione e il modo in cui Manfred entra nel complesso meccanismo creativo di un disco. E’ un film che svela molto e, per la prima volta, chi ascolta il disco a casa può comprendere ciò che si cela dietro quell’ascolto.

Avresti voluto aggiungere o sottrarre qualcosa a questo disco?

Non ne ho idea. Quando sono uscito dallo studio mi sembrava che ci fosse qualcosa di incompiuto e l’ho detto anche a Manfred. Forse perché nella mia testa mi aspettavo altro. Riascoltandolo dopo molti mesi mi sono reso conto che aveva una sua coerenza e che era permeato da un rispetto per il suono che ci ha portato per mano durante tutta la registrazione. Di certo è un lavoro teso alla sottrazione piuttosto che all’addizione e questo oggi è anche lo spirito con il quale affrontiamo il palcoscenico.

Paolo, in ogni tuo disco c’è sempre l’anima mediterranea. Quanto influiscono i tuoi natali nelle tue composizioni?

Non saprei. Nel senso che non mi piace forzare le cose. Penso che la musica debba fluire in modo naturale e che solo se ci si lascia andare ciò potrà avvenire. Se sono sardo qualcosa che ha a che fare con quell’isola uscirà prepotentemente e inaspettatamente nella musica che suono. L’importante è non fare niente per nasconderlo. Sarebbe delittuoso quanto voler sempre e comunque sottolineare le proprie origini. Il jazz è una musica migrante per antonomasia. Parte da un luogo e approda altrove. O forse è alla perenne ricerca di un porto…

Cosa è scritto nell’agenda di Paolo Fresu?

Fortunatamente ci sono tante cose. Molti concerti durante il periodo estivo con diverse formazioni (in particolare con la Brass Bang!) sia in Europa che in America, Asia e Africa, la ventottesima edizione del festival Time in Jazz questo anno incentrato sul tema delle «Ali», la direzione di un coraggioso festival dedicato ai rapporti tra musica e ambiente in Puglia, l’intensa attività con la mia etichetta Tǔk Music (presenteremo a Perugia in occasione di Umbria Jazz un doppio cd antologico che festeggia i primi cinque anni e i primi venticinque cd della etichetta), la scrittura di alcune colonne sonore per film, l’organizzazione (assieme alla Midj, I-Jazz e Casa del Jazz) di una giornata/maratona di jazz italiano per la Citta dell’Aquila, l’incentivare la presenza della musica nelle scuole primarie ed elementari con il progetto “Nidi di Note” assieme a mia moglie, un nuovo cd con Omar Sosa sul tema dell’Eros, un altro con David Linx e Diederik Wissels che è la prosecuzione del vecchio progetto «Heartland», finalmente il secondo capitolo di Mare Nostrum che uscirà nel mese di marzo prossimo per la Act, lo studio, la composizione e… la vacanza!

Alceste Ayroldi

Foto di copertina: Antonello Brughitta