Il Saint Louis esporta nel mondo i nuovi talenti italiani: seconda parte

Prosegue l'approfondimento sul progetto Italian Jazz C.R.E.A. del Saint Louis College di Roma, con le impressioni di alcuni giovani musicisti che vi hanno partecipato: Milena Nigro, Gabriele Ceccarelli e Riccardo Garcia Rubi.

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Come giudicate questa esperienza?
Gabriele Ceccarelli: Italian Jazz C.R.E.A. è stato un grande arricchimento personale e professionale per me. Come compositore la sfida più grande è essere stato in grado di comunicare efficacemente la mia idea e dare ai musicisti che l’hanno eseguita tutti gli strumenti utili a decodificarla dalla partitura.
Riccardo Garcia Rubi: Italian jazz Crea mi ha permesso di tastare a fondo la professione del compositore. Comporre o arrangiare un pezzo per big band è solo il 50% del lavoro totale; la parte residuale consiste nel relazionarti con musicisti che non conosci e di diverso livello, capire nel minor tempo possibile qual è il modo migliore per far suonare la propria musica, cercare di mantenere gli animi allegri nonostante le proprie richieste ma soprattutto essere convinti della propria musica.
Milena Nigro: Quando sono stata selezionata per il progetto Italian Jazz C.R.E.A sapevo che sarebbe stata un’occasione unica nel suo genere. I Maestri scelti come docenti erano tutti musicisti di assoluto rilievo nel panorama internazionale e sapevo che avrei avuto la possibilità di far suonare i miei lavori anche in altri paesi, permettendomi di confrontarmi con realtà molto diverse dalla mia. Già le premesse lasciavano ben sperare. Il percorso è andato ben al di là delle aspettative. I mesi trascorsi lavorando al fianco degli altri compositori sono stati molto fruttuosi e ricchi di stimoli per tutti noi.

Le vostre composizioni sono state dirette dal fior fiore dei direttori-musicisti dell’ambito jazzistico. Quale delle esecuzioni è stata quella che si è maggiormente avvicinata alla vostra idea musicale e perché?
Gabriele Ceccarelli: Le esperienze italiane, statunitensi e spagnole partono da presupposti molto diversi e diverso è stato il modo con cui sono state affrontate da parte mia, già a partire dalla fase di scrittura. Pointing to the Sky, eseguita al concerto alla Cavea dell’auditorium, che ho preparato per questa occasione, è una partitura molto lunga ed impegnativa, con uno sviluppo estremamente intricato e dai toni quasi sinfonici. Il risultato è stato eccellente, ma, certamente, se avessi avuto a disposizione pochi giorni di prove, non avrei mai potuto pensare di realizzare niente del genere. In Texas sapevo che avrei avuto a disposizione pochissimo tempo per provare; inoltre, ho dovuto considerare la diversità stilistica, ormai acclamata, tra jazz europeo e jazz statunitense, ritenendo che una composizione troppo orientata verso il primo filone sarebbe stata approcciata con difficoltà dai giovani musicisti con cui avremmo dovuto interagire. Per questi motivi, ho rimodulato la mia scrittura per cercare di ottenere il miglior risultato possibile. Per questa occasione ho preparato due partiture molto diverse da quella scritta per l’auditorium: Countryside e I’m Still Here, Don’t you See?
Il direttore, il grande Richard De Rosa, non ha avuto alcun problema a realizzare questi brani in poco tempo, il feedback dei ragazzi è stato molto positivo e il risultato più che soddisfacente. A Pamplona, io e i miei colleghi abbiamo lavorato sui brani di Javier Girotto, che ha partecipato al concerto in qualità di solista. Il direttore Iñaki Askunze ha lavorato per tre mesi su queste partiture e il risultato è stato strabiliante, anche considerando che i musicisti erano molto giovani.


Milena Nigro: Io sono rimasta ammirata dal maestro Richard De Rosa, che ho conosciuto per la prima volta al Saint Louis, perché ha una capacità di comunicare con l’orchestra che è sbalorditiva. Una parte importantissima del suo lavoro di preparazione dell’orchestra consiste nel far percepire ai musicisti l’idea, quasi la filosofia, sottesa dietro ogni singolo passaggio musicale. La musica prende vita già nella sue parole e, ascoltandolo, ti sembra quasi che ogni volta stia sintetizzando interi trattati di composizione jazz! Devo sottolineare, però, che mi ha molto colpito anche il lavoro fatto dal maestro Iñaki Askunze su un mio arrangiamento di un brano composto da Javier Girotto. Il lavoro di arrangiamento è un po’ diverso da quello di composizione in senso stretto. Devi avere la saggezza e l’umiltà di mettere la tua capacità compositiva al servizio di una creazione di un’altra persona, rispettandone l’essenza senza prevaricare o sconvolgere l’idea dell’autore. La bellissima musica di Javier è intrisa della sua ricchissima storia personale, perciò il lavoro sui suoi brani va fatto con una particolare cura. Speravo che il M° Iñaki riuscisse a cogliere lo spirito con cui avevo lavorato su quel brano. Quando sono arrivata a Pamplona, ascoltando il lavoro fatto da Iñaki sul mio arrangiamento, mi sono accorta subito della sua enorme sensibilità e capacità come direttore. Era riuscito a comprendere nel profondo il mio lavoro, mettendosi a sua volta al servizio dell’autore e dell’arrangiatore in una sintesi perfetta. E’stato davvero emozionante!
Alceste Ayroldi