IL FUTURISMO SECONDO MARCO TARDITO

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 «Eleven»  undici solfeggi futuristi è l’ultimo album di Marco Tardito, che prende spunto dal manuale Teoria della musica di Francesco Balilla Pratella. Con Tardito parliamo di questo suo nuovo progetto.

Vorrei iniziare da una frase letta sul suo sito: «Il jazz è un po’ come la cucina, se si finisce per proporre lo stesso menù il pubblico scappa». Quali sono i menu che offre  Marco Tardito?

Il menú che offro sono le mille sfaccettature delle musiche che amo. Non mi sono formato con il jazz ma con il rock degli anni Settanta che ritengo l’ultimo periodo della musica del secolo scorso creativo, di ricerca e soprattutto legato al sociale e quindi veramente autentico. Ogni gruppo musicale aveva un suo suono, un suo modo di esprimersi. Più che la bravura strumentale ciò che importava era l’originalità del progetto musicale. Nel rock non ci si confrontava con la difficoltà di un dettato musicale di impervia difficoltà come il bop, e questo ha favorito un’adesione, un’avvicinamento al fare musica immediato e rispondente alle esigenze espressive dei giovani di allora. Il rock degli anni Settanta era forse più onnivoro del jazz, perché si confrontava con la musica etnica, la classica e il jazz senza quel timore, forse anche rispetto, che una cultura solida indirettamente ti impone.

E, giusto per completezza, vorrei che commentasse e spiegasse anche il suo secondo aforisma: «Molta gente è legata alla tradizione – io, pur rispettandola, non ce la faccio perché sono curioso». La curiosità fin dove l’ha spinta?

La curiosità, il non riuscire a condividere fino in fondo una musica che ha altre radici,  cioè il jazz, mi ha sempre spinto a cercare un modo personale di vedere le cose ,un’obliquità che,  se da un lato mi ha isolato, dall’altro mi ha fornito, spero, quel minimo di originalità. Nel 1980 ho assistito al teatro Nuovo di Torino ad un concerto di Ravi Shankar e nello stesso anno (alla Mole Antonelliana) andavo a vedere una bellissima retrospettiva sul Futurismo. Input diversi dunque, che negli anni hanno continuato a portare conoscenza, aperture verso musiche confinanti, amicizie. Ad esempio nel 1993 ho rifondato un quartetto di sassofoni semplicemente fantastico, che nella prima incisione ha registrato tre brani con un tablista indiano ed uno di questi era stato scritto circa vent’ anni prima quando avevo più o meno diciassette anni. Con quel gruppo ho poi inciso tre dischi.

Il suo ultimo lavoro «Eleven» sono undici solfeggi futuristi a sua firma ispirati dalla Teoria della musica di Francesco Balilla Pratella.  Come è nato questo lavoro?

Al liceo sfiorai con Marinetti tutto il portato del Futurismo e poi anni dopo partecipai per caso ad una cena futurista ritornando in contatto con altri ambiti di interesse  del movimento e in seguito  scoprii di aver studiato il solfeggio su un testo di un musicista che ha scritto il manifesto della musica futurista. «Eleven»  è un omaggio a vari ambiti di interesse  piuttosto che un riferimento specifico ai  suoi esempi musicali. Non ho tenuto  troppo conto dei punti del manifesto quanto le contiguità, gli sviluppi. Lo sfociare in un sound che ha addentellati con la musica di Frank Zappa è stato naturale. Il caso vuole che alcuni dei componenti dell’incisione facciano parte di un gruppo storico di Torino Gli ossi duri che da anni  ripropongono la musica dell’artista americano. Nella presentazione del cd c’è scritto la contiguità fra Russolo, Varese e Zappa.

Cosa l’affascina del pensiero futurista e, in particolare, della musica?

Ce n’è abbastanza per cercare indizi tangibili, ma  il Futurismo nella musica non ha espresso le cose migliori che appartengono invece all’arte pittorica, alla letteratura, all’arte pubblicitaria .

I futuristi hanno, da subito, eletto il jazz (anzi, il jazz-band) la musica più futurista del Novecento. Lei è d’accordo con tale visione?

Be’ il jazz band era quanto di più corrosivo vi potesse essere allora in ambito musicale perché  svincolato da quel «passatismo», quella borghesia intellettuale che comunque le avanguardie musicali europee rappresentavano.

Parlare di Futurismo oggi è fare un passo in avanti o indietro?

Parlare oggi di futurismo nella musica? Un passo avanti? Non riesco a darmi una risposta, forse non c’è nessun passo, soprattutto  per il jazz!  Il jazz  oggi è piuttosto spettrale e ciò, nonostante la genuina adesione di molti giovani (peraltro bravissimi) che,  ad esempio nella mia città vengono a seguire i corsi al conservatorio. E’ spettrale perché  ha perso l’urgenza, ritorna su se stesso, manca di un senso del tragico che si portavano dentro i musicisti  dell’epoca.

Dalla sua biografia emergono, inizialmente, studi classici, poi, il Berklee. Come è avvenuto l’innamoramento con il jazz?

Sì, due diplomi al conservatorio e due corsi estivi ad Umbria jazz. Comunque sempre con un irrisolto senso di inferiorità nei confronti dello studio della  composizione. Sinceramente non faccio distinzione fra ambiti musicali diversi. Vado spesso a sentire concerti dei miei colleghi (sono uno dei pochi), ma più spesso seguo concerti di musica classica.

Lei svolge anche un consistente lavoro all’interno di progetti teatrali. Qual è la sfida maggiore (o le principali difficoltà) in questo ambito dal punto di vista compositivo?

Si, il teatro ma spesso come esecutore più che autore di musica, anche come compositore istantaneo. Collaboro invece più attivamente nel fornire musica a spettacoli di multivisione ,soprattutto in Francia. Ho sempre cercato di scrivere molta musica e a volte si trae dalla propria biblioteca brani che funzionano per certe funzioni. Il lavoro del compositore che scrive  espressamente per determinate occasioni  richiede delle competenze ed è un’ artigianato che non ho.

Lei ha all’attivo diversi progetti con differenti musicisti. Quali sono i fattori, gli elementi che la devono colpire per iniziare una collaborazione?

Un fattore determinante per iniziare una collaborazione con un musicista è il dato caratteriale, cioè la disponibilità a collaborare e a sperimentare . E poi la socialità che si può instaurare fra i componenti di un gruppo è, o dovrebbe essere, un prerequisito fondamentale. Voglio stare bene con le persone con cui suono perché questo mi permette di suonare con la necessaria tranquillità le trame spesso complesse della musica che scrivo

Tra i suoi progetti non ho trovato una sua performance da solo, come molti altri suoi colleghi hanno sperimentato. Non è una cosa che le interessa?

Performance in solitario? Sì, ho tutto a casa per poterlo fare: looper, harmonaiser e altri aggeggi, ma mi manca un’idea. Poi tieni conto che anche l’uso delle macchine richiede uno studio e soprattutto molta sicurezza: diciamo autostima? Attualmente dopo anni di clarinetto sono ritornato a studiare il sax contralto e a risuonare hard bop con un quintetto con gli arrangiamenti originari di Horace Silver, Oliver Nelson: una bellezza!

Dopo «Eleven» quali sono i suoi prossimi obiettivi?

Suonare con Eleven da qualche parte e sto scrivendo altre cose ma dopo che ho detto ad un famoso contrabbassista che facevo un cd su Celentano, e quello dieci giorni dopo mi ha preso l’idea e ha fatto la stessa cosa con il cantante degli Avion Travel, è meglio che sto zitto.

Alceste Ayroldi