«IL DIARIO DELL’ASSASSINATA» CON MARIA PIA DE VITO

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IL DIARIO DELL’ASSASSINATA

Napoli, teatro San Carlo, 18 aprile 2014

La vittimologia lascerebbe intendere che Maria D’Avalos abbia fatto di tutto per essere uccisa. Dopo un burrascoso passato sentimentale, la passionaria nobildonna napoletana decide di convolare ancora a nozze, questa volta con il tenebroso principe di Venosa: Carlo Gesualdo. Maria D’Avalos, però, sa bene che il madrigalista lucano non potrà mai darle ciò che il suo sentire richiede: passione e attenzione. E rischia, lasciandosi cadere tra le robuste braccia del duca d’Andria Fabrizio Carafa. Sui due amanti si abbatte inesorabile la spada di Gesualdo che, così, consacra sé stesso nella lugubre élite degli assassini celebri e i due amanti nella memoria popolare dell’amore brutalmente reciso. Per onore di cronaca, Gesualdo la fece franca: «per ordine del Viceré stante la notorietà della causa giusta dalla quale fu mosso don Carlo Gesualdo Principe di Venosa ad ammazzare sua moglie e il duca d’Andria».

La creatività di Gino Negri partorì nel 1975 un monologo drammatico, portato in scena da Milva nel 1978: Il diario dell’assassinata. Da qui parte Maria Pia De Vito, dando voce al dramma della «più bella signora di Napoli» narrato nello spazio di poco più di quaranta minuti, intesi drammatici, tempestosi tanto da vivificare i colpi di spada con i quali il principe di Venosa dilaniò i corpi della fedifraga e del suo innamorato. Le parole fanno da eco alla lamina della spada, perché Maria D’Avalos è ardimentosa, orgogliosa e dichiara il suo amore per Carafa fino al termine, chiedendo al suo meschino consorte di risparmiargli la vita. La scena è minimalista, fatta eccezione per l’abito della De Vito, scuro quanto l’annunciato lutto. Poi, Huw Warren al pianoforte e i cinque solisti dell’orchestra del teatro San Carlo: violoncello, violino, clarinetto, flauto traverso e chitarra, tutti magistralmente diretti dal maestro Stefania Rinaldi. Tanti piccoli riquadri si succedono nella splendida voce della vocalist partenopea, che interpreta con accorata passione ogni singolo passaggio verso l’epilogo. Le tensioni melodiche si alternano a strutture più aperte. Quando gli obbligati si intrecciano, la voce della De Vito – che evoca anche momenti di sapiente sprechgesang – riesce a creare controllate dissonanze, lievi sgranature con anticipi e ritardi, frammenti di vocalizzi che sfiorano lo scat più contemporaneo, adagiandosi sui perfetti disegni armonici di Warren. I passaggi con la sovraincisione del parlato sul controcanto della De Vito, portano i segni del call and response e mettono l’accento sul dramma della marchesa d’Aragona, che sfocia nell’argento vivo di una rocciosa struttura classico-contemporanea.

Ma non è tutto. L’operetta di Negri è preceduta da un breve recital pianoforte e voce perfettamente allineato al tema portante, dove la De Vito declina la sua passione per alcuni antichi autori: Voccuccia de no pierzeco apreturo, attribuita al cantore napoletano Velardiniello; Ancor che col partire di Cipriano de Rore; Odi quel rossignolo di Sigismondo d’India; Flow My Tears del madrigalista inglese John Dowland; Amanti, io vi so dire di Benedetto Ferrari. Le variazioni sono quelle di due improvvisatori, come la stessa artista napoletana dice dal palco. La sua voce vibra, si tende, gioca a suo piacimento con il glissando, vibrante nei passaggi armonici sottolineati da Warren con un legato elegante e il ritmo suggerito da un fraseggio brioso e alcune pillole di improvvisazione che infiocchettano un lavoro capace di tenere, a meraviglia, nella stessa scatola il Novecento in tutte le sue più significative sfaccettature, dalla musica classica contemporanea al jazz, sottobraccio a madrigali e villanelle.

A Ayroldi