I vent’anni del Buena Vista Social Club

di Gian Franco Grilli

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Buena Vista Social Club
Grupo Compay Segundo (foto di David Rodriguez)

Luci e ombre del progetto musicale cubano diretto da Ry Cooder

Buena Vista Social Club è stato un miracolo. E il risultato di tante convergenze ricercate o fortuite, o entrambe le cose (non si è mai capito) hanno ridato universalità alla musica tradizionale cubana facendo sognare diverse generazioni in ogni angolo del mondo con quella riscoperta. Un progetto che portava tutti i requisiti necessari per elevarsi su altri album analoghi, e/o con medesime caratteristiche, già registrati negli anni Ottanta nella più grande delle isole delle Antille, ma restarono senza fortuna. A questi album «100% cubano” infatti, rispetto a Buena Vista,  mancava quel «magico numerino finale” che  fa la differenza per vincere la lotteria, e nel nostro caso ti fa entrare nella gloria. E che cosa fosse quel numerino lo scoprirete tra poco.

Sull’unicità e novità assoluta del progetto BV – tanto osannata e strombazzata–  ci fu chi mise in risalto le mezze verità e chiarì alcuni aspetti di non poco conto. Non c’è dubbio, come ha più volte puntualizzato  e polemizzato il giornalista cubano Pedro de la Hoz, che a Cuba fossero già stati prodotti altri progetti discografici di maggiore autenticità  rispetto a Buena Vista Social Club. E anche i meriti musicali  del successo di BVSC l’attento Pedro li riconobbe più a Juan de Marcos González che a Ry Cooder. Non sono mancate poi delle stoccatine a Wim Wenders e compagnia, per aver messo tutti i musicisti della partita  nella categoria olvidados e jubilados, mentre Omara Portuondo, Eliades Ochoa e Compay Segundo erano ancora attivissimi e con gruppi propri. E ancora: un’istituzione come la musicologa Maria Teresa Linares non ebbe timori a manifestare a chi scrive le sue perplessità circa questa operazione di marketing dal vago sapore di speculazione. Insomma, un fondo di verità c’era dappertutto,  ma stando ai fatti sui confronti appena citati, bisogna riconoscere che a quei miscugli eterogenei di ritmi cubani, raccolti a suo tempo nelle produzioni dell’etichetta di Stato, la Egrem, mancava quel «numerino» che sarebbe forse più giusto definire «reagente», ovvero l’elemento in grado di realizzare il composto perfetto. E quale fu il  reagente adatto per dare la giusta colorazione e diffusione alle musiche registrate dai nonni di Cuba con il BVSC? Fu proprio il film di Wim Wenders, ricco di immagini, suoni, atmosfere e colori: una sorta di passaporto diplomatico che consentì al BVSC di superare tutte le frontiere per poi conquistarle.

Manuel "Guajiro" Mirabal (foto di Gian Franco Grilli)
Manuel “Guajiro” Mirabal (foto di Gian Franco Grilli)

L’idea e il sogno. Il chitarrista-produttore californiano Ry Cooder sognava di ridare vigore alle affascinanti sonorità cubane degli anni Quaranta e Cinquanta. Fu così che a metà degli anni Novanta Nick Gold, titolare dell’etichetta britannica World Circuit, creò le condizioni adatte – in collaborazione con Juan de Marcos – per dare corso a quel sogno. Il primo passo fu invitare Cooder all’Avana: in pochi giorni le ultime leggende viventi, e oramai dimenticate da tempo, che avevano interpretato quelle vibranti musiche tradizionali furono riunite nei malinconici e disadorni studi della Egrem (già Panart, prima di Fidel Castro). Nacque così l’album «Buena Vista Social Club», che non solo si rivelò il best-seller di musica afro-cubana di tutti i tempi ma fu capace di domare per moltissimi mesi le hit parade di mezzo mondo, con premi a non finire tra cui un Grammy nel 1998. Come già accennato, le seppur strepitose vendite del cd non potevano, da sole, compiere il miracolo che poi arrivò grazie alla mano e alla mente del cineasta Wim Wenders, fondamentale nel far schizzare ancora più in alto le vendite  di cd, dvd, libri: un vero boom. Non fu e non sarà possibile stabilire le giuste proporzioni di quell’alchimia vincente, ma non fu certamente la performance delle registrazioni dei talentuosi e non ancora rassegnati vecchietti negli studi della Egrem a influenzare nella maniera più rilevante l’esito finale di quel revival dall’impatto planetario. Nel corso del tempo abbiamo maturato una certezza sui poteri del mezzo visivo, in questo caso del documentario, e ce la siamo costruita ispirandoci al proverbio cinese che recita: «Vedere una volta è meglio che ascoltare centinaia di volte». Insomma, il nostro cervello adora le immagini; quindi anche una sola visione dei cento minuti di film che hanno immortalato i momenti cruciali del Buena Vista Social Club ha un impatto infinitamente superiore all’ascolto seppur ripetuto delle quattordici magnifiche canzoni dell’album capeggiate da Chan Chan. Sta qui allora la differenza tra il BVSC e i relativi supporti (che gli hanno permesso una lunga e vasta gittata) e le semplici produzioni discografiche Egrem realizzate con lo stesso ventaglio di sonorità e timbri del BV.

Grupo Compay Segundo - Teatro EuropaAuditorium (BO) 2009 (foto di Gian Franco Grilli)
Grupo Compay Segundo – Teatro EuropaAuditorium (BO) 2009 (foto di Gian Franco Grilli)

A sostegno di questa tesi, e senza generalizzare, riportiamo un episodio vissuto di persona (e che chiamando in causa proprio alcuni artisti del BV) per capire il peso condizionante delle immagini e delle iniziative pubblicitarie. A metà degli anni Ottanta ci trovammo a gestire le attività italiane di alcuni di quei protagonisti, che già cantavano bolero e son tradizionale come Omara Portuondo, la futura diva del Buena Vista Social Club. Quel repertorio (che per l’appunto il BVSC riprese anni dopo) e quei musicisti cubani non mandarono affatto in delirio il pubblico, ma addirittura in certe situazioni furono accolti con indifferenza, sopportazione e ignoranza, anche da parte di numerosi simpatizzanti di Cuba.

Dieci anni dopo, il progetto di Wenders aveva trasformato quelle persone indifferenti  in sfegatati fan dei «nuovi» ritmi cubani e di quell’attempata signora che veniva adesso acclamata a gran voce e con incontenibile ammirazione dopo le ultime note di Dos Gardenias o Veinte Años: la stessa Omara Portuondo che ora portavano in trionfo era proprio quella che li aveva annoiati dieci anni prima con Dos Gardenias e altri evergreens cubani: Son de La Loma, Tres Palabras, Siboney, El Cuarto de Tula, El Manisero.  Distrazione, ignoranza, nuove passioni o stupidità? A buon intenditor… Quindi, a cosa si doveva la nuova, sorprendente accoglienza di Omara? Era la durezza del periodo especial a decretare lo smisurato riconoscimento universale  per i trovadores del son montuno? L’atmosfera decadente del periodo especial è stata unacornice neutra, ai fini del successo, o è servita a incunearsi nel cuore dello spettatore indipendentemente dalla melodia o dal tumbao in sottofondo? E potremmo continuare.

Omara (foto di Gian Franco Grilli)

Un capolavoro, ma non per tutti. Sulla stampa internazionale incontrammo dotte dissertazioni di musicologi e distinzioni sottilissime di giovani musicisti cubani, che temevano di esseri sommersi da questa ondata travolgente assieme ai loro progetti innovativi. Diversi giornalisti stranieri, poi, mandarono in copertina i «nonnetti defraudati della loro tradizionale cultura musicale con l’arrivo del Socialismo». Nella grande Isla si discusse molto se quella fosse musica autentica di Cuba; per alcuni «la musica tradizionale cubana era stata tramutata in business» e il BVSC «è un rito della nostalgia per il passato». Questa controversia tra innovatori e tradizionalisti è continuata a lungo, e ogni tanto riaffiora. Tiriamo quindi le somme, ricordando gli esorbitanti numeri, tra luci ed ombre, della maestosa operazione Buena Vista Social Club. Dal 1997 in avanti la musica afro-cubana toccò vertici inusitati del circuito concertistico internazionale, dopo oltre quarant’anni di silenzio. Centinaia di migliaia di giovani di tutto il mondo andarono e vanno ancora in delirio canticchiando i ritornelli di quell’eterogeneo repertorio di ritmi e canzoni, e spesso in una lingua diversissima dalla loro. Milioni di persone, senza distinzione di età, per la prima volta sono entrate in un negozio a comprare una selezione di musica tradizionale afro-cubana tra son, bolero, danzón e cha cha cha. Stando poi alle notizie ricevute da Salvador Repilado (il figlio contrabbassista di Compay Segundo), il dato più credibile ma allo stesso tempo incredibile parla di ben otto milioni di copie vendute. Un record mai registrato non soltanto da un disco di musica popolare cubana ma anche di musica latina e di world music. Queste, infatti, sono alcune delle composizioni che continuano ad affascinare il pubblico di ogni parte del mondo: El Cuarto de Tula, son che ha invaso persino le pareti della Casa Bianca ai tempi di Barack Obama, i pezzi di Compay Segundo come i sonesChan Chan  e Macusa (la canzone preferita di García Márquez), la guajira-son di Saludo, Compay; il bolero-sonHuellas del Pasado, il merengue dominicano di Maria en La Playa,  il già citato El Cuarto de Tula, il bolero-sonLagrimas negras, il son-guajiraEl Carretero; il bolero Dos Gardenias, il cha cha cha La Engañadora, il son-pregónEl manisero,  senza trascurare rumba, guaguanco e altri stili affini. E queste canzoni hanno ampliato il mercato delle proposte sollecitando ibridazioni e combinazioni tra tradizione e modernità, tra son e rap, rumba e timba.

Gian Franco Grilli