I Poeti del Piano Solo: Yaron Herman

Una composita identità

135

Firenze, Museo dell’Opera del Duomo

28 settembre

Organizzata da Musicus Concentus in collaborazione con l’associazione Something Like This, la rassegna I Poeti del Piano Solo ha inaugurato la sua quarta edizione con un concerto ospitato – com’è ormai buona consuetudine – all’interno del Museo dell’Opera del Duomo, grazie al supporto dell’Opera di Santa Maria del Fiore.

Come sempre, il direttore artistico Stefano Maurizi – lui stesso raffinato pianista – opera scelte non scontate, cercando di mettere in luce nuovi approcci al pianoforte e, ove possibile, nuovi linguaggi. Non sorprende dunque il fatto che l’apertura della manifestazione sia stata affidata a Yaron Herman, israeliano residente in Francia, che si è ritagliato un certo prestigio in campo europeo.

Nella splendida, ma acusticamente tutt’altro che impeccabile, Sala del Paradiso Herman ha esibito i tratti distintivi della sua composita identità. Che piaccia o no, Herman è un pianista jazz contemporaneo, con tutti i limiti (ma anche i pregi) che ciò comporta. Dotato di tecnica impeccabile, il 42enne israeliano tradisce qualche velata influenza di Bill Evans quando crea un clima più intimista, dal sapore impressionistico. In altri frangenti, si adagia su dei richiami palesi a Keith Jarrett, sia nelle divagazioni più tendenti al classicismo, che in certi passaggi iterativi sui quali ricama fraseggi ricchi di valenze melodiche. In questi casi risulta decisamente meno convincente.

Per contro, dà prova di ingegno ed estro creativo quando affronta il repertorio del Songbook. Pur cimentandosi con standards arcinoti come Night and Day, You Don’t Know What Love Is e All the Things You Are approda molto gradualmente ai temi partendo da momenti informali e soprattutto dall’esplorazione approfondita del nucleo armonico, da cui esce continuamente per poi rientrarvi con sottili allusioni e argute parafrasi.

Il lavoro incisivo e incessante sulle ottave basse (eco di Paul Bley e Lennie Tristano?), unito a una pulsazione ritmica palpitante e al gusto per l’ornamentazione, gli consentono poi di conferire una nuova veste a Bemsha Swing di Thelonious Monk, quasi privata dei suoi spigoli e delle sue asimmetrie. Sia in questo caso che nel trattamento degli standards si può ben parlare di un processo di appropriazione e trasformazione.

Criteri analoghi – fatte le debite differenze – vengono applicati alla rielaborazione di temi desunti dalla tradizione ebraica. Prima Herman, con un uso efficace dello staccato, distilla le cellule di Yerushalayim shel zahav (Jerusalem of Gold), allontanandosi ben presto dalla linea melodica principale. Poi produce modulazioni affini alla cantillazione ebraica per approdare a Ose shalom, via via dissezionata e scomposta.

In conclusione, un concerto complessivamente molto godibile e apprezzato da un pubblico numeroso e composito. La rassegna è proseguita con i concerti dello svizzero Nik Bärtsch e dell’azero Isfar Sarabski, svoltisi alla Sala Vanni. Buon viatico per offrire una panoramica sul pianismo contemporaneo che auspicabilmente si amplierà negli anni a venire.

 

Enzo Boddi                                                                   Foto di Luca Segato