Hermeto Pascoal, lo stregone di Alagoas

Intervista esclusiva con il grande maestro brasiliano, un genio capace di mostrarci il lato nascosto della musica e venuto a raccontarci il mondo e i suoi suoni

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Hermeto Pascoal
foto Monica Imbuzeiro

Dalla fisarmonica, alla folta barba, dal sassofono a boccali di birra, dal flauto ad un intero lago. Hermeto Pascoal, o bruxo – lo stregone – come lo chiamano in Brasile, ha il dono di trasformare in uno straordinario strumento musicale qualsiasi cosa gli capiti a tiro.
Chiamarlo polistrumentista sarebbe riduttivo, incasellarlo un genere musicale significherebbe imprigionare la sua arte. Con uno spiccato senso musicale sin dalla tenera età, la carriera dello stregone di Alagoas inizia sotto l’ala protettiva del fisarmonicista Sivuca che introduce Hermeto nel circuito radiofonico pernambucano dei primi anni Cinquanta.

Nel 1964 Hermeto fonda il gruppo Sambrasa con Airto Moreira alla batteria e Claiber al contrabbasso. La sua prima traccia registrata, O Ovo, è datata 1967, mentre il primo disco autorale arriverà decisamente più tardi, nel 1973. Il long play, a cominciare dal titolo, fuga ogni dubbio sulla propensione di Hermeto a considerare la musica come una logica estensione della natura e dei suoi suoni. In una delle tracce di «A música livre de Hermeto Pascoal», l’equipe di produzione sarà costretta ad accompagnare l’artista alagoense in una fattoria dove l’estroso Hermeto registrerà circondato da maiali, galline, anatre e tacchini. Il brano in questione è Serei Rei. 
In quel periodo le sperimentazioni del bruxo fecero presa su molti artisti nordamericani. Herbie Hancock, sulla falsariga di Hermeto, chiese al percussionista Bill Summers di soffiare dentro delle bottiglie per quello che sarebbe diventato il celeberrimo incipit di Watermelon Man, su «Head Hunters»; mentre Miles Davis, qualche anno prima, aveva registrato due brani di Hermeto, Igrejinha e Nem Um Talvez (che sarebbero poi finiti su «Live – Evil» appropriandosene addirittura della paternità: sull’album originale, è Miles a figurarne come autore). Proprio Davis, nel corso di un’intervista a Radio France, ammise: «Se potessi rinascere, vorrei essere come quell’albino pazzo». E una volta a Gil Evans scappò detto: «Hermeto Pascoal è il più grande arrangiatore del mondo».

hermeto Pascoal
La partitura originale di Dialogo galinhas e pintos

Nella florida carriera di Pascoal vanno menzionati almeno altri due progetti. Il primo è O Calendário do Som, un antologia di ben 366 composizioni, una per ogni giorno dal 23 giugno del 1996 al 22 giugno 1997, per festeggiare tutti i compleanni del mondo, incluso quello di chi è nato il 29 febbraio. Il secondo grande progetto è O Som da Aura. Durante una normale conversazione, con l’aiuto del pianoforte o fi una tastiera Pascoal estrapola dal discorso di chicchessia le note inconsapevolmente cantate. Secondo Hermeto, infatti, è il parlato il vero canto dell’uomo. Ad ascoltare il risultato ottenuto elaborando le voci dei telecronisti Osmar Santos in Tiruliru e José Carlos Araújo in Parou, parou, parou e, ancora, quella dell’attore Mário Lago, non è difficile credergli.

Oggi Hermeto si esibisce con la sua compagna, la straordinaria cantante e chitarrista Aline Morena, portando in giro per il mondo la sua musica e la sua filosofia di vita. Quando si parla con questo grande personaggio, si ha l’impressione di trovarsi in un mondo più buono, più pacifico. Hermeto è contagioso. Basta ascoltarlo per sentirsi pervasi dalla stessa calma che da sempre lo caratterizza, dalla pace di spirito di cui gode da sempre. A guardarlo bene, l’albino louco, sembra un santone venuto a raccontarci il mondo e i suoni del mondo, un genio capace di mostrarci il lato nascosto della musica.

Hermeto pascoal
Hermeto all’organetto insieme alla sua compagna, la straordinaria cantante e chitarrista Aline Morena

Ci illustri la tua definizione di musica?
La musica permea tutto. Non c’è niente che non sia musicale. La musica è la forza vitale del mondo, fonte infinita di allegria e piacere. Personalmente, come musicista, mi considero universale. La mia musica è universale e non ho nessun preconcetto verso alcun tipo di genere musicale. Mi arrabbio, e nemmeno tanto, soltanto per la qualità della musica.

Quando hai deciso che saresti diventato musicista?
Ancor prima di nascere. La mia prima composizione è stata il mio vagito. Credo che chi diventa musicista, qui sulla terra, si sia portato dietro questo dono attraverso la propria anima. L’energia dell’anima sostiene tutto.

Come nascono le tue composizioni? Da dove trai tutta questa ispirazione?
A me non piace meditare troppo. Non mi piace davvero. Sono profondamente intuitivo. Non faccio altro che comporre. Oggi ho già scritto nove brani.

Oggi?
Certo, oggi! Stamattina ne ho scritti tre. In aereo, mentre volavo, ne ho composti altri sei.
Tempo fa avevo paura di volare e non riuscivo a comporre. Grazie al cielo, oggi conosco molto bene la teoria musicale, che ho iniziato a studiare a quarant’anni. E ne sono molto felice perché adesso so come usarla. La teoria musicale, però, non crea niente. Prima di poterla usare, di poter scrivere la musica su carta, ci vogliono le idee.

Hermeto Pascoal
La copertina del DVD “Hermeto brincando de corpo e alma”

Tu suoni una valanga di strumenti, addirittura oggetti: bambole, pentole e anche la tua stessa barba… Ma come ti vengono in mente queste cose?
Lo faccio da quand’ero bambino. Ovvio che allora non avevo la barba, ma usavo pentole, battevo sul tavolo. Per me tutto è musica. Da poco ho pubblicato un dvd in cui non uso neanche uno strumento. L’idea era mostrare un altro lato di me. In fin dei conti, io sono molto conosciuto come «quel tale che suona tutti gli strumenti». Invece adesso ho fatto il contrario e non ne suono nemmeno uno, così da dimostrare che il mio vero strumento è il corpo. Il titolo del dvd, infatti, è Hermeto brincando de corpo e alma.

Tempo fa hai suonato con Miles Davis. Che ricordi hai di questa esperienza? Cosa ti ha portato questa collaborazione?
Guarda, credo che questa esperienza sia servita più a Miles abbia ricevuto che a me. Non è una questione di essere migliore. Abbiamo avuto uno scambio rapido come la gioia, senza vanità. Tra noi c’era un’energia meravigliosa. Ero andato a sentire un concerto di Miles perché Airto Moreira suonava con lui. Terminato il concerto, io non mi ero ancora alzato e e d’un tratto vidi venirmi incontro un uomo vestito di pelle. Quando mi raggiunse mi disse qualcosa ma io non parlavo inglese. Sentii solo un bisbiglio. Tra l’altro io ancora non sapevo che avesse la voce roca. Fu poi Airto a dirmi che quello era Miles Davis, aggiungendo anche che, prima di allora, Miles non si era mai fermato a parlare con nessuno dopo i concerti. Più tardi, lo stesso Miles mi raccontò che non si sapeva spiegare come fosse andata ma che, pur non avendo la minima idea di chi fossi, si era sentito attratto da me. Dopo quel concerto, chiese informazioni ai suoi musicisti e Airto gli spiegò che ero un maestro brasiliano, suo amico, e che ero andato negli Stati Uniti per registrare alcune composizioni insieme. Miles disse che voleva conoscermi e ascoltare la mia musica. Ero molto impegnato a incidere le mie cose, ma alla prima occasione libera andammo a casa di Miles dalle parti di Central Park. Portai con me la chitarra. Fu bellissimo. Quando arrivai a casa di Miles, fui molto ben accolto, parlammo molto, fu una festa. Io suonai una dozzina di brani e lui se ne innamorò. Mi chiese se poteva registrarli tutti. No, amico mio, gli risposi. In Brasile sto formando il miglior gruppo del mondo. Posso darti al massimo due brani. Miles deve avermi preso per folle, tanto che mi poi soprannominò «albino pazzo»… Tra noi già c’era un’intesa profonda. Capì che stavo scherzando e, alla fine, registrò tre brani ma gli dissi che avrebbe potuto registrarli anche tutti.

Sempre a proposito di Miles Davis, c’è una storia che ti riguarda a proposito di un incontro di boxe. Ce la racconti?
Miles era follemente innamorato della boxe. In casa aveva addirittura un ring. Un giorno ero a casa di Miles e lui mi diede dei guantoni da mettere perché facessi qualche tiro di pugilato con lui. 
Io non ci vedo bene, ma sapevo che era tutto un gioco e così indossammo guantoni e pantaloncini e salimmo sul ring. Lui era magro, così guardò la mia pancia e disse: «Non ce la farai mai» Intanto io mi ero messo guardia. «Aspetta, che devo farti vedere il mio occhio», gli dissi. «Ho un occhio ballerino, vedi?» Lui guardò il miei occhio, il mio occhio andò da una parte e lo sguardo di Miles si mosse in quella stessa direzione. Ogni volta so esattamente quale dei miei occhi una persona sta guardando… E così, quando Miles seguì il mio occhio storto, io ne approfittai e gli diedi un bel cazzotto!.

Puoi dirci cos’è il Som da aura?
Sono molto contento che tu me lo chieda, perché è una cosa che sta diventando importante in tutto il mondo. Partiamo dal fatto che il nostro canto è il nostro parlare. Quando ero piccolo, avevo sette o otto anni, i miei genitori chiacchieravano con i loro amici e io arrivavo dicendo: «Mamma, lei sta cantando» Credevo davvero che parlare e cantare fosse la stessa cosa. Ho inciso il som da aura con molte persone. L’ho fatto, ad esempio, con Mário Lago, che è stato un poeta e un attore famoso, e quando ascoltò la registrazione fu lui a chiamarmi per dirmi: «Hermeto, non sapevo di essere così bravo a cantare!». Ma io gli avevo soltanto chiesto di recitare una poesia… Quando utilizzo il Som da aura, non sono io a creare la musica. La musica è il parlato delle persone. I primi con cui mi sono cimentato sono stati i telecronisti sportivi José Carlos Araújo e Osmar Santos: tutti si sono resi conto che il loro parlato era un canto. L’ho fatto anche con un discorso di Giovanni Paolo II ma il Vaticano non mi ha autorizzato a inserire la registrazione nel disco. Ma ho intenzione di utilizzarla lo stesso, nel mio prossimo disco! Sono sicuro che se Wojtyla avesse ascoltato la mia registrazione se ne sarebbe innamorato. Lui che parla alla gente in Brasile mentre io gli suono una base con l’organo. Bellissimo. Il Som da aura è il vero canto dell’uomo.

Hermeto Pascoal
Hermeto Pascoal soffia in uno strumento ricavato da un corno animale e nel quale vocalizza alla maniera di Roland Kirk

Nel 1979 ti sei presentato sul palco con Elis Regina al Festival di Montreal. Com’è stata questa esperienza?
Né io né Elis ce lo saremmo mai aspettato. Aveva deciso tutto l’emittente televisiva. L’ultimo giorno di concerti, io mi esibii col mio gruppo dopo quello di Elis e, all’improvviso, arrivò lei nel backstage e mi disse: «Allora, che cosa suoniamo»? Non avevamo mai suonato assieme.
All’inizio non volevo saperne perché me l’ero presa con l’emittente televisiva che mi stava offrendo ben poca considerazione. Ma quando mi resi conto che Elis aveva veramente voglia di suonare, accettai. Mentre salivamo sul palco lei mi suggerì la tonalità d’inizio e così, semplicemente, iniziammo a suonare. Fu una performance molto libera. Purtroppo c’è ancora qualcuno che sostiene che io abbia voluto mettere in difficoltà Elis Regina. Io credo invece che quella volta Elis abbia mostrato al mondo intero che cosa significhi fare il musicista. Io suonavo con armonie diverse da quelle cui lei era abituata ma, grazie alle sue capacità musicali, Elis offrì uno spettacolo sorprendente. Quando si interrompeva era per lasciarmi esprimere, per rispettare me e la mia musica. Tant’è che quando la nostra esibizione si concluse, nel backstage c’era Cesár Camargo Mariano, suo marito nonché pianista e arrangiatore, e lei gli disse: «Hai visto? È così che mi piace suonare». Eravamo entrambi molto emozionati e credo che lo sia stato anche tu, la prima volta che hai visto il video. Probabilmente, se fosse rimasta un po’ di più sulla Terra, avremmo lavorato ancora assieme. Elis era sensazionale e io ringrazio Dio per aver avuto la possibilità di collaborare in modo molto libero: io suonando come piaceva a me e lei cantando come piaceva a lei!

Vorrei farti un’ultima domanda. Secondo te, quali sono le nuove frontiere, le nuove sfide della musica?
Sicuramente quella di non essere ripetitivi. Ogni volta che esegui un brano, devi sempre darne un’interpretazione diversa. Se io non lo facessi, tu finiresti per domandarmi sempre le stesse cose. Ci sono alcuni tuoi colleghi che hanno ottant’anni e ancora mi chiedono del Brasile. E io, scherzando, rispondo che sono già morto… Che non c’è motivo per farmi ancora domande sul Brasile. Bisogna evolversi, sempre. Ecco, io sono per l’evoluzione.

Pietro Scaramuzzo