«Halfway To Dawn» Antonella Chionna

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«Halfway To Dawn» (pubblicato dalla Dodicilune) è il secondo lavoro discografico di Antonella Chionna, giovane cantante e compositrice. Ne parliamo con lei.

Antonella, qual è il tuo bagaglio culturale?

Il mio bagaglio culturale è, in buona parte, legato alla mia prima formazione: quando studiavo da ballerina classica. Un percorso molto lungo, austero e fondante: ho ballato per circa dieci anni, dai tre anni alla prima adolescenza. Dunque, musicalmente parlando, ho assorbito quello che l’ambiente circostante trasmetteva, quello che si ascoltava in casa e quello che mi divertiva canticchiare: musica sinfonica, cantautorato e opera lirica, il jazz e la canzone americana. Il mio “primo” incontro musicale risale ai dodici anni: serviva una cantante per uno spettacolo, cosa più insolita per me poiché mi chiedevano prevalentemente di ballare, e mi resi disponibile. Avevo una buona voce, l’intonazione era discreta e andavo a tempo: cosa non poi così insolita per un danzatore. A ciò si aggiungono la letteratura, la poesia, la filosofia e la storia che ho sempre amato moltissimo, prima e durante il ginnasio, e che continuano a far parte di me. Non ultimo, in ordine d’importanza, il conservatorio e gli stimoli musicali che mi ha trasmesso.

Sei anche una poetessa. Quanto incide la poesia nella tua musica?

Moltissimo. Di là del codice, della lingua e dei generi: la poesia è suono; ha un impatto primordiale sull’anima che è impossibile racchiudere o contestualizzare. Mi rendo conto che suoni un po’ strano, ma, l’impatto sul timbro, nella combinazione dei significanti, è legato all’intensità del tuo suono, alla verità: che è dimenticanza.

«Halfway To Dawn» è un omaggio a Billy Strayhorn. Perché proprio lui? Come è nata l’idea?

Trovo che Billy Strayhorn sia un compositore molto stimolante e poco frequentato, non solo dai cantanti. Emotivamente, l’ho trovato calzante: l’idea è nata durante l’ultimo anno dei miei studi accademici, su suggerimento del mio maestro. Gianni Lenoci, mi consigliò di frequentarlo: aveva visto giusto.

Il titolo prende spunto dall’omonimo brano, frutto di una tua composizione. Qual è il significato?

«Halfway to dawn» significa: a metà strada per l’alba. Questa immagine è presa in prestito dal vissuto di Strayhorn. Leggendo la sua biografia, mi sono imbattuta in un episodio nel quale Strayhorn confida a una sua amica di voler essere halfway to dawn, dove non c’è completamente luce né oscurità. Il messaggio che Strayhorn trasferisce, nel dialogo menzionato, mi ha colpita con una violenza estrema considerando che, per me, l’immagine dell’alba che abortisce per fare spazio alla luce di mezzo definisce il limite e l’estensione dell’essere umano. Così ho preso carta e penna, scrivendo il poema che nel disco prende il nome di «Halfway To Dawn» e che intitola l’intero lavoro. In questo modo limite ed estensione, morte e vita, ombra e luce si annullano: non è un caso che il disco sia uscito nel giorno del centenario della nascita di Billy Strayhorn.

Come hai conosciuto Andrea Musci e perché hai deciso di collaborare con lui?

Ho conosciuto Andrea a Monopoli: studiavamo insieme in conservatorio. Abbiamo cominciato a frequentarci e l’interesse reciproco ha fatto il resto: ho realizzato di avere difronte un musicista straordinario dotato di capacità mirabili e voglia di fare. Io piacevo a lui, lui piaceva a me: «Voglio cantare Lush Life do you want to sing a song of Strayhorn, con me?»

Un salto nel passato, nella tradizione. Quanto è importante per te la tradizione?

Moderatamente importante; la “tradizione”, se destoricizzata, riveste un’importanza che reputo costruttiva. In tal senso, Billy Strayhorn è un classico: ha poco a che fare con la tradizione, a mio avviso.

Mi sembra che tu abbia particolare attenzione per la canzone, intesa come struttura. Ti senti più legata alla linea melodica rispetto all’improvvisazione?

In un certo senso è vero; mi sento più legata al respiro della frase e agli spostamenti melodici: non parlo di timing, ma di accumulazione dinamica dell’elemento ritmico che, nel mio caso, è una costante. E’ una costante perché la discriminazione tra melodia e improvvisazione, nel mio modo di parlare, è assente: è già tutto scritto, non ci penso molto.

A tuo avviso, chi è il Billy Strayhorn del Terzo Millennio?

Replicare un classico è impossibile. Tuttavia, conosco molti giovani colleghi che scrivono cose molto belle: forse, con poco interesse per le voci. Una pecca presente anche nei più talentuosi e che poco ha a che vedere con la formazione; Strayhorn sapeva lavorare con i cantanti perché intuiva le possibilità del canto: è difficile che tu voglia poter scrivere per una voce, al massimo vorrai poter scrivere per la persona che la custodisce.

Rispetto al tuo precedente «Adiafora» hai cambiato tutto. Perché hai preferito la formula in duo?

Il duo permette un’interazione alla pari, una dose di rischio e un contatto empatico molto più elevato: Strayhorn scrive o per big band o per organico ridotto; inoltre, la letteratura musicale legata a questo compositore è costellata, quasi esclusivamente, o da grandi organici o da formazioni in quintetto/quartetto in cui una voce splendida canta la canzone di Strayhorn: un paio di «inconvenienti», cui naturalmente ho ovviato.

Hai vestito i panni di autrice, anziché di compositrice, lasciando ad Andrea Musci i due brani originali del disco. Una scelta voluta o casuale?

Non mi definisco autrice o compositrice, m’interessa la poesia: credo che la contingenza legata al disco, sia casuale. In linea di massima, è difficile che io parta da un’idea musicale: io parto dal suono, credo s’intuisca.

Tra alcuni brani di Strayhorn, fa capolino Duke Ellington’s Sound Of Love di Charles Mingus. Perché?

Mi piaceva l’ipotesi di continuità tra le due personalità, Duke Ellington’s Sound Of Love ricalca le orme di Lush Life ma mantiene l’incognito dedicatario: c’è Duke, all’ombra c’è Strayhorn… Tra le righe: mi divertiva, moltissimo.

E’ difficile essere giovani e suonare jazz in Italia?

Entrambe le cose non sono particolarmente difficili: certo, non semplici da mettere in pratica. Ed è un peccato, considerando il potenziale artistico che l’Italia possiede…

Ti è mai venuto in mente di lasciare l’Italia e di andare in qualche altro Paese? (se la tua risposta è sì, dove?)

Ci ho pensato, per curiosità: non coltivo ambizioni accademiche, almeno sul mio strumento. Non nego, che Berlino abbia lasciato un’impronta molto positiva nei miei ricordi.

Cosa è scritto nell’agenda di Antonella Chionna?

Ci sono molti impegni: il disco da promuovere, un paio di progetti editoriali cui ho preso parte e che saranno pubblicati prossimamente, collateralità varie. Nuove collaborazioni: sto lavorando ad un nuovo progetto musicale molto stimolante… un biglietto aereo per qualche parte: un po’ più in là dell’Europa.

E cosa nel tuo diario “segreto”?

“E ciò che non sapete è la sola cosa che sapete

e ciò che avete è ciò che non avete

e dove siete è dove non siete.”

Alceste Ayroldi

Foto: Monica Fanizzi e Giuseppe Laterza