Greg Burk: The Detroit Songbook

di Alceste Ayroldi - foto di Paolo Soriani

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Matteo Bortone, Greg Burk e John B. Arnold
Matteo Bortone, Greg Burk e John B. Arnold

Ormai italiano d’adozione, Greg Burk, il forte pianista del Michigan, ha appena pubblicato un magnifico disco in trio (con Matteo Bortone e John B. Arnold)

Greg, a prima vista il tuo disco potrebbe sembrare una raccolta di standard ma poi si scopre che i brani sono tutti tuoi. Qual è il legame tra il titolo e il contenuto?
All’inizio degli anni Novanta vivevo nel centro di Detroit. Ho avuto fortuna a far parte di un’incredibile scena musicale che includeva sia musicisti della mia generazione sia maestri di jazz più anziani, che vivevano e suonavano in città e nei dintorni. La generazione più anziana incarna la continuità con la storia della scena jazzistica di Detroit dagli anni Quaranta in poi. I club erano posti vivaci, dove il pubblico e le band viaggiavano in perfetta sintonia e l’atmosfera era elettrizzante. Mi sentivo a casa. Trovarsi in questi club era come viaggiare nella macchina del tempo all’interno delle comunità urbane afro-americane degli anni Cinquanta e Sessanta, dove il jazz è nato, vissuto e si è sviluppato e ha influenzato intere generazioni. Scrissi molti brani, a quei tempi: per me era come tenere un diario musicale. Molti di questi brani sono rimasti sulla carta per anni. In occasione di questo disco ho deciso di dedicare il repertorio interamente alla musica che scrissi nel periodo in cui vivevo a Detroit.

Un disco che si discosta dalle tue precedenti produzioni. Sembra che tu abbia voluto ricordare a tutti il passato del jazz. Sbaglio?
Ho voluto fare un disco che fosse profondamente personale e profondamente radicato nel jazz della tradizione, trovando il giusto equilibrio tra passato, presente e futuro del jazz così come lo vedo io. L’aver vissuto a Detroit e ciò che ho imparato laggiù mi hanno dato un’innegabile spinta nella giusta direzione. È una sfida imparare i codici, la sintassi, la pronuncia di un linguaggio e, quindi, trasformare questa conoscenza per raccontare la tua storia personale. Questa è l’alchimia racchiusa nello sviluppo di ogni forma d’arte. Ed è questa sfida che ho cercato di affrontare in ogni mio disco, non solo in «The Detroit Songbook». Questo lavoro è un po’ diverso, comunque, perché ha un legame esplicito con le forme tradizionali.

Quanto hanno influito i tuoi trascorsi a Detroit sulla genesi del tuo percorso artistico?
La maggior parte della conoscenza che possiedo sul jazz viene direttamente dagli anni vissuti a Detroit. Il contenuto di ciò che suono e le mie idee si sono evolute, e continuano ad evolversi, ma il nucleo di conoscenza di ciò che significa suonare jazz si è formato in quegli anni; in particolare il rapporto specifico che si forma tra musicisti e pubblico. Un concerto jazz è un fenomeno sociale. Non è sufficiente farlo accadere: il musicista deve anche sapere come si racconta una storia in grado di svilupparsi, di attirare gli ascoltatori e di trasportarli altrove, di sorprenderli e alla fine, si spera, di emozionarli. A Detroit il pubblico, per quanto impegnato a divertirsi, era sempre consapevole e coinvolto dalla musica. Mi dicevano: «Raccontaci la tua storia!», oppure «Prendi il tempo che ti serve!», o ancora «Adesso sì!».

Hai scelto di non suonare nessuno standard. Una scelta tecnica o artistica?
Non ho mai inciso standard. Questa è stata una scelta deliberata. Ho scritto molti brani e registrarli è sempre stata una priorità e una gioia per me. Questo è un aspetto fondamentale della mia identità artistica, come lo è stato per Ornette Coleman, Jimmy Giuffre o Carla Bley. Potrebbe essere, però, che in uno dei miei prossimi dischi possa decidermi a registrarli.

Greg Burk
Greg Burk

Hai avuto subito in mente ciò che dovevi scrivere? Quanto ti sei attenuto alla tua idea primigenia?
Questi brani sono stati scritti vent’anni fa: non lo ricordo di preciso. In generale ogni melodia mi si presenta nella sua interezza, altrimenti scarterei l’idea. Come compositore devo uscire dalla melodia che sta nascendo. Può sembrare strano, ma nella mia esperienza una melodia non può essere sviluppata pezzo per pezzo. L’idea iniziale deve fluire naturalmente. C’è un altro brano su «The Detroit Songbook» il cui titolo è Matins e che ho scritto un giorno, poco dopo essermi svegliato. Per me, il mattino è sicuramente il momento migliore per comporre.

In questo lavoro, quanto c’è di scritto e quanto di improvvisato?
Al di là delle melodie composte, il resto è improvvisato. L’improvvisazione è il midollo del jazz e sarà sempre al centro della mia musica.

Quali sono i musicisti di Detroit che ti hanno stregato?
I grandi fiatisti come Larry Smith, Marcus Belgrave, James Carter, JD Allen, Donald Walden, Dwight Adams e molti altri; poi, la quantità di fantastici batteristi in città in quel momento era incredibile! Quando ero lì ho avuto la possibilità di ascoltare e suonare con Roy Brooks, «Pistol» Allen, Laurence Williams, Gerald Cleaver, Karriem Riggins, Ali Jackson, George Goldsmith, Francisco Mora, Tani Tabbal, Danny Spencer, Bobby Battle e tanti ancora. Era il paradiso dei batteristi!

Non sei nuovo all’esperienza del trio con pianoforte. Ancora una volta, però, hai cambiato i tuoi compagni di viaggio. Perché? E per quali motivi hai scelto proprio John B. Arnold e Matteo Bortone?
Questo è il mio sesto disco in trio. I musicisti sono sempre cambiati nei miei dischi in piano trio, così come l’approccio alla musica. E questo aspetto spiegherebbe, almeno in parte, perché anche i musicisti sono diversi. Inoltre, nel corso degli anni, mi sono spostato e ho sviluppato nuovi lavori e nuove idee, stringendo rapporti con eccellenti musicisti. In particolare batteristi, che hanno largamente influenzato il mio modo di suonare. Sono stato fortunato ad aver potuto incidere con grandi batteristi. Penso che gli anni trascorsi a Detroit abbiano davvero contribuito a spostare in alto la mia asticella, per farmi tenere testa ai batteristi. John B. Arnold è un altro grande batterista con il quale ho suonato per molti anni, ma è la prima volta che suoniamo insieme in un disco. La prima volta lo ascoltai in un album di Gary Thomas, molto tempo prima di conoscerlo. Ho sempre ammirato i progetti di Matteo Bortone. È un musicista completo, che ha costruito un suono personale, capace di fare Swing così come free jazz. Avevo la necessità di una mentalità aperta, e John e Matteo rispondevano perfettamente alle mie esigenze.

Quando hai deciso che il jazz era la musica che avresti voluto suonare?
A sedici anni, quando ho sentito Oscar Peterson! Dal quel momento non mi è più passata.

Quali sono i passaggi che reputi più significativi della tua carriera artistica?
Vivere nella comunità afro-americana di Detroit è stato indubbiamente l’inizio della mia carriera di artista. Successivamente a Boston ho suonato con la Either/Orchestra. È stata la mia prima esperienza di tour: abbiamo attraversato gli Stati Uniti, l’Europa, l’Africa e la Russia. I miei dischi per la Soul Note 482Music e, ora, SteepleChase sono senza dubbio momenti significativi della mia carriera. Sono particolarmente grato di aver avuto l’occasione di aver suonato con dei grandi artisti e anche di aver potuto registrare con molti di loro.

Una domanda da un milione di dollari: qual è il futuro del jazz?
Il jazz è una musica che porta un messaggio vitale. Non è una forma musicale che possa raffreddarsi, ma fa crescere e ispira la creatività della gente ovunque per stimolare il loro contributo. Il jazz rappresenta la democrazia, responsabilità personale, la gioia di condividere e creare, la salutare competizione, compassione, individualità ma anche unione di cuore, mente e spirito nell’atto creativo. Questo è il passato, il presente e il futuro del jazz che gli ascoltatori e gli artisti auspicano.

Alceste Ayroldi

(Estratto dall’intervista pubblicata sul numero di luglio 2018 di Musica Jazz)