GoGo Penguin: come trio strumentale abbiamo tanti territori da esplorare

Il trio inglese, formato dal pianista Chris Illingworth, dal bassista Nick Blacka e dal batterista Rob Turner, è una piccola rivelazione sia nel contenuto che nel metodo.

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Ogni tanto – di questi tempi sempre più raramente, purtroppo – capita di ascoltare un album che contiene in sé un intero mondo di suggestioni, atmosfere e sonorità originali. L’ultimo lavoro dei GoGo Penguin, «Man Made Object», appartiene proprio a questa categoria: è uno di quei progetti capaci di traghettare l’ascoltatore su un altro pianeta e dargli l’illusione di non trovarsi più in metropolitana, in ufficio o nel proprio triste monolocale. Il trio inglese, formato dal pianista Chris Illingworth, dal bassista Nick Blacka e dal batterista Rob Turner, è una piccola rivelazione sia nel contenuto che nel metodo: i GoGo Penguin, infatti, hanno deciso di applicare al jazz (anche se il termine è riduttivo, come ci spiegheranno i diretti interessati) lo stesso sistema e la stessa palette sonora che si usano per la musica elettronica (anche in questo caso il termine è da prendere con le pinze, sottolineano loro). Giunti ormai al loro terzo album, sono riusciti a conquistare il cuore della critica, una candidatura al prestigioso Mercury Prize nel 2014 nonché un contratto con la leggendaria Blue Note l’anno successivo, ma non hanno alcuna intenzione di fermarsi. Il meglio lo danno dal vivo: i loro concerti sono spesso affollati da un pubblico trasversale, che va dall’appassionato di jazz al cultore della musica classica passando per il fan del rap e del trip-hop, e di solito lasciano tutti il locale con lo stesso identico sorriso sulle labbra. Abbiamo contattato al telefono Chris Illingworth per carpire il segreto di tanto successo.

Chi sono i GoGo Penguin?

Tre musicisti sulla trentina, che si sono incontrati a Manchester. Studiavamo jazz e musica classica all’università e frequentavamo la scena musicale locale: Rob e Nick si conoscevano già da anni, io li ho incontrati suonando in alcune occasioni con le loro rispettive band. Artisticamente avevamo idee molto simili, così abbiamo pensato di creare un gruppo insieme per poterle esprimere: ormai sono quattro anni che esistono i GoGo Penguin.

Strano nome, tra l’altro. Com’è nato?

Agli albori della band non avevamo ancora un nome, perché fino a quel momento avevamo suonato insieme solo per divertirci: non ci prendevamo ancora sul serio. A un certo punto, però, ci hanno ingaggiato per un concerto in un night a Manchester, perciò dovevamo trovarne uno. Nella nostra sala prove avevano abbandonato una specie di pupazzo di cartapesta che era servito come scenografia per un’opera: assomigliava tantissimo a un pinguino, così abbiamo deciso di ribattezzarci Penguin. Non ricordo esattamente da dove arrivi GoGo, però…

Avete dichiarato più volte che nel vostro trio non c’è nessun leader: come funzionano le dinamiche tra di voi?

Ciascuno di noi è leader a turno, nel senso che chi ha un’idea la propone e gli altri la sviluppano, prendendo e restituendo il controllo della situazione a seconda di come si evolve. Usiamo la stessa tecnica degli uccelli migratori, che volano in stormi perfettamente coordinati senza che nessuno li diriga! È come se istintivamente tutti noi sapessimo cosa dobbiamo fare per raggiungere l’equilibrio perfetto. Se durante un’improvvisazione uno di noi tre fa qualcosa di inaspettato, gli altri due lo seguono in maniera molto naturale, adattandosi al fluire della musica.

«Man Made Object» è il vostro primo progetto a essere pubblicato sotto etichetta Blue Note: com’è nato questo sodalizio?

Non sono sicuro di come abbiano scoperto la nostra esistenza, fatto sta che un bel giorno eravamo in tour in Francia e ci ha chiamato il nostro manager, ci raccomandò che dessimo il meglio durante il concerto di quella sera perché “delle persone molto importanti verranno ad ascoltarvi”. Si è scoperto successivamente che si trattava dei discografici di Blue Note. Dopo il concerto abbiamo fatto quattro chiacchiere con loro parlando in modo piacevole di musica, delle nostre vite e delle nostre idee. Qualche giorno dopo c’era un’offerta sul tavolo. Ci è piaciuto molto il loro approccio, abbiamo da subito avuto l’impressione che tenessero davvero a noi.

La vostra produzione è spesso classificata come jazz, ma in realtà avete sonorità molto più eclettiche. Cosa avete in comune con il jazz in senso stretto, secondo te?

Etichettare la nostra musica sarebbe molto limitante, preferiamo che ciascuno senta in noi quello che meglio crede. La gente ci associa al jazz perché probabilmente riflette su di noi le proprie preferenze: “Mi piace il jazz, i GoGo Penguin mi piacciono, ergo i GoGo Penguin fanno jazz”. Al di là di questo, però, ci sono sicuramente degli elementi oggettivi che ci incasellano in quel segmento: il fatto che ci basiamo sul pianoforte, il tipo di batterie che usiamo, l’improvvisazione. Non c’è un’interpretazione univoca del nostro suono, comunque. Molti altri, ad esempio, pensano che noi facciamo musica elettronica: il nostro sound un po’ la richiama e sicuramente ci ha ispirato molto, ma non suoniamo nulla di elettronico, quindi non è sicuramente corretto definirci così.

Da quello che dici sembra che tra i due generi la vostra maggiore influenza sia la musica elettronica, è così?

Parlando a titolo personale, un tempo il jazz mi influenzava molto di più: oggi, per quanto mi piaccia ancora, ascolto altre cose. Effettivamente da ascoltatore prediligo l’elettronica, ma anche da compositore, per il tipo di libertà che garantisce. C’è da dire che tra tutti noi io sono quello più lontano dal genere, perché la mia formazione si avvicina più alla musica classica. Nick, invece, è cresciuto ascoltando jazz e hip hop, mentre Rob alternava la classica all’elettronica e al jazz. In generale tutti noi in questo momento vorremmo sganciarci da vincoli e canoni per perseguire la nostra creatività.

In effetti, molti critici affermano che la musica elettronica oggi rappresenta ciò che il jazz rappresentava agli inizi del secolo scorso: un modo di suonare innovativo, libero, in cui le limitazioni e le regole canoniche si riducono drasticamente…

Sicuramente è così, ed è proprio questo uno dei motivi per cui le etichette e i generi non sono più applicabili al giorno d’oggi: ogni giorno si inventa un modo nuovo per fare musica. Ed è quello che vogliamo fare anche noi.

A proposito del vostro singolare metodo di produzione, avete dichiarato che le vostre canzoni vengono inizialmente composte su software di montaggio audio, come Logic, e solo successivamente vengono risuonate…

Per noi i software di montaggio e le drum machine sono solo un modo di buttare giù idee e appunti: con composizioni complesse come le nostre, è difficile spiegare agli altri che cosa si vuole fare o limitarsi ad annotare una melodia su spartito. In sostanza con quei programmi creiamo delle bozze che poi utilizziamo come promemoria, ma nelle versioni finali delle canzoni non c’è assolutamente nulla che sia creato al computer, è tutto suonato dal vivo e in versione acustica. Ovviamente c’è qualche piccola concessione all’effettistica, che però utilizziamo anche dal vivo.

Tra l’altro, perché scegliete titoli insensati come Weird Cat (letteralmente “Strano gatto”), Surrender To Mountain (“Arrendersi alla montagna”) o addirittura combinazioni casuali di lettere come Gbfisysih?

Questi titoli per noi significano qualcosa, sono gli altri che non li capiscono! Scherzi a parte, è una scelta precisa: vogliamo che la gente ascolti i nostri brani senza pensare troppo a cosa abbiamo voluto esprimere. I nostri ascoltatori devono concentrarsi sulla musica.

GoGo Penguin – foto Arlen Connelly

La vostra è musica esclusivamente strumentale, ma si potrebbe prestare perfettamente anche come accompagnamento strumentale per cantanti e rapper: come mai non ci avete ancora provato?

Ci abbiamo pensato, ma come trio strumentale abbiamo ancora così tanti territori da esplorare che finora non ne abbiamo sentito l’esigenza. Spesso i nostri ascoltatori o i colleghi ci suggeriscono di cambiare qualcosina (“Perché non aggiungete delle voci?”, “Perché non usate strumenti diversi o arricchite il vostro sound con sintetizzatori?” e via dicendo), ma noi stiamo bene così: se mai cambieremo, sarà perché avremo raggiunto la consapevolezza di non poter esprimerci altrimenti.

State già pensando a nuove composizioni e magari a un nuovo disco?

Per il momento siamo impegnati soprattutto con i nostri concerti: saremo in tour per tutto il resto dell’anno. Non smettiamo mai di fare nuova musica in realtà, anche quando siamo in viaggio, ma abbiamo bisogno di qualche mese di concentrazione totale per poter partorire un album: ci penseremo una volta terminati i nostri impegni dal vivo.

Marta ‘Blumi’ Tripodi