Glauco Venier : Come spendersi per la musica

Il pianista friulano nel 2016 debuttò per ECM con un disco di pianoforte in completa solitudine (o quasi...), primo punto d’arrivo di una bella carriera

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glauco venier

Dopo una bella carriera spesa restando sempre fedele alla tua identità anche territoriale, da nove anni fai parte della cosmopolita scuderia ECM, con la quale hai pubblicato anche un prestigioso piano solo, «Miniatures»: come valuti questo traguardo?
Credo che Manfred Eicher mi abbia proposto di registrare questo lavoro perché ha visto il ruolo che ricopro nel trio con Norma Winstone e Klaus Gesing: fondamentalmente da gregario ma indispensabile per creare un suono, per dare una certa forma alla musica. Fu infatti proprio durante la registrazione di uno dei dischi del trio che Manfred – complimentandosi per il modo in cui mi spendevo «per la musica e per i musicisti, non per la tecnica» – mi accennò per la prima volta alla possibilità di questo album di piano solo.

Per tecnica intendeva forse il virtuosismo fine a se stesso?
Esatto, cosa che né io né Manfred apprezziamo e che invece, ormai, imperversa nel jazz così come nella classica. In quella formazione io lascio molti spazi non solo a Norma ma anche a Klaus, cercando di bilanciare l’apporto sonoro e creativo degli altri, ovvero tenendomi in disparte quando loro escono allo scoperto. Questo favorisce un equilibrio generale che, invece, sarebbe messo in pericolo se entrassi in competizione con chi «spinge». È anche grazie a questa mia capacità di farmi gregario che non ho bisogno di parlare molto e progettare in anticipo quel che si fa quando si suona e si registra: altra cosa che piace molto a Manfred. Insomma, una vita da gregario!

Però in «Miniatures» sei protagonista assoluto e metti a frutto le tue poliedriche esperienze passate, che vanno dalla musica popolare friulana a Tom Waits e Frank Zappa, dai trii con pianoforte narrativi e lirici alla musica medioevale e alla tradizione pianistica novecentesca. In che modo?
Sono nato e vivo in una terra particolare, di frontiera, che ha un forte radicamento nella tradizione popolare e nella quale è possibile far conoscenza e collaborare con artisti stranieri, in particolare mitteleuropei e slavi. Tutto questo mi ha sempre dato molti stimoli, anche perché certe tradizioni sono molto più orali che scritte e i confronti sono spesso pratici: lavori con materiali portati dai musicisti con cui collabori e sei obbligato a imparare suonando, cosa meravigliosa perché aiuta a creare un suono comune. Che è poi il modo in cui dovrebbe lavorare un professionista del jazz e della musica improvvisata, diversamente da uno classico, che invece studia le partiture e si esercita a suonarle in modo sempre più perfetto. A tutto questo io sono sempre rimasto fedele e perciò lo faccio confluire anche in questo lavoro.

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La copertina dell’album «Dodici musiche per dodici quadri»

Un «piano solo» lo avevi però già registrato non molto tempo fa, «Dodici musiche per dodici quadri».
A rigor di logica quello era un duo perché interagivo con Giorgio Celiberti, anziano pittore friulano che ha lavorato a lungo a Roma. Tutto nacque al concerto di Symphonika, il progetto per orchestra che ho realizzato assieme a Michele Corcella e che riprendeva le mie ventennali ricerche sulla musica popolare: Celiberti era in prima fila e per tutto il concerto non fece che muovere il braccio destro come se dipingesse. Alla fine ci parlammo e mi disse che la mia musica lo stimolava a dipingere e che gli sarebbe piaciuto fare qualcosa con me. Fu mia moglie a suggerirci di portare sei opere ciascuno, io sei musiche e lui sei quadri: in base ai lavori dell’uno, l’altro doveva sviluppare qualcosa nel proprio linguaggio. E così è nato il disco. Poi Giorgio decise di fare un video di quell’esperienza, registrato nel suo studio. E lì c’erano, appese al soffitto con dei fili di nylon, delle croci sonore. Ancora una volta fu mia moglie a suggerirmi di iniziare l’improvvisazione sfiorando le croci e facendo loro emettere il suono, per poi passare al pianoforte. Il video è riuscito molto bene e, durante un missaggio di Story Yet To Tell, mi è capitato di farlo vedere a Manfred. «That’s it! It’s a nice, nice idea!», ha esclamato vedendo l’impiego delle sculture e invitandomi a usarle nel disco. La cosa mi è piaciuta subito, anche perché le sculture che abbiamo usato sono di Harry Bertoia, il designer di Pordenone emigrato in America che, negli anni Cinquanta, ha inventato la famosa sedia in metallo che riprende le forme di quelle antiche in vimini. Usare le sue sculture significava per me riprendere un pezzo di quella terra cui mi sento legato, perché Bertoia si ispirava alle cose che vedeva da bambino – le sedie dei contadini e, nel caso delle sculture sonore, le spighe di grano piegate dal vento – così come a me i suoni delle sue sculture richiamavano quelli delle campane del paese dove sono nato.

Quindi alla base del disco c’è un’operazione multipla di memoria?
Sì: e da quella è nata la musica, registrata in una giornata all’Auditorium di Lugano e quasi tutta improvvisata, a parte alcune cose che io e Manfred tenevamo a riprendere, come la Ballata n. 40 di Gurdjieff e un bel brano di un’amica, la cantante Alessandra Franco. Tra i brani improvvisati ce n’è uno cui tengo molto, Madiba: Nelson Mandela era scomparso da poco e ci venne in mente che sarebbe stato bello fargli un omaggio. Così m’inventai seduta stante un riff con la mano sinistra, sul quale ho poi costruito una piccola melodia di tipo africano. 

Vorrei svelare una cosa che mi fa particolarmente piacere: le percussioni sulle sculture sonore che si ascoltano nel disco non sono suonate soltanto da me ma anche da Manfred. La cosa non era prevista: è andata che, mentre stavo improvvisando il brano che poi abbiamo chiamato Byzantine Icon, a un certo punto ho sentito un gong inatteso: era lui che, entrato in silenzio in studio, si era messo a suonare con me! In seguito gli ho chiesto se dovessi inserirlo nei credits e lui mi ha detto di no, aggiungendo: «Non hai idea in quanti dischi abbia suonato…». È stato bello, perché l’episodio dimostra l’intesa che c’era tra di noi, come se stessimo giocando.

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Sculture sonore
Durante una delle sedute di registrazione per il suo nuovo disco ECM, Glauco Venier suona contemporaneamente il pianoforte e le sculture sonore di Harry Bertoia.

Le poche composizioni che avete scelto per il disco hanno tutte un’ispirazione quasi mistica, a parte forse il brano di Alessandra Franco, che però ha anch’esso qualcosa di trascendente. È a causa loro che gran parte dell’album ha un’atmosfera spirituale, oppure già avevi quest’idea in mente?
La spiritualità è sempre nella mia testa, e più passano gli anni più lo è. Però è anche vero che il mio modo di intendere la spiritualità è piuttosto libero: sono un credente, ma non so in che cosa! Mi sembra infatti riduttivo rinchiudere la spiritualità all’interno di una confessione, quasi fosse una squadra di calcio per cui si fa il tifo, vista la grande quantità di risvolti che essa ha e che ciascuna corrente spirituale sviluppa in modo diverso. Però sono sicuramente molto spirituale, forse anche perché il mio primo strumento è stato l’organo, sul quale mi sono diplomato al conservatorio ma che avevo iniziato a suonare in chiesa quando ancora non conoscevo il pianoforte: io sono nato in un paese operaio, nel quale non c’era neanche la banda. Ho amato moltissimo l’organo, che mi ha senz’altro trasmesso una visione spirituale della musica e anche della vita.

Non può che essere così, se da giovanissimo frequenti musica come quella di Merula, Frescobaldi, Bach! Musica ispiratrice, perché lascia al suono lo spazio per interagire con lo spirito. Che è poi anche l’intento di Manfred: dare poco, per lasciare all’immaginazione e allo spirito dell’ascoltatore lo spazio per avvicinarsi al suono. La musica antica fa questo, mentre la musica romantica, per esempio, non lo fa: io adoro il romanticismo ma non lo posso più ascoltare, perché dà troppo e non lascia più spazio all’immaginazione, diversamente da un canto gregoriano o da una melodia medievale. «Miniatures» intende quindi dare il massimo spazio possibile a chi ascolta, così che possa viaggiare con la fantasia, un po’ come al cinema ha fatto Kubrick con 2001 Odissea nello spazio o come nella musica dice di fare Mario Brunello, che nel suo libro Silenzio racconta di andare a suonare il violoncello nel deserto per avere un rapporto con lo spazio aperto all’immaginazione.

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Credo che questo spieghi bene lo spirito di «Miniatures». Ma in «Dodici musiche per dodici quadri» era maggiormente presente la musica contemporanea, che qui fa capolino solo in un paio di brani.
La differenza sta nel diverso interlocutore: in quel disco era decisiva l’interazione con Celiberti, mentre in «Miniatures» l’interazione è stata con Eicher: è ovvio che i loro stimoli mi abbiano portato in direzioni diverse, che comunque entrambe mi appartengono. In questo caso l’interlocutore ha stimolato di più il mio aspetto spirituale, e credo in modo positivo, visto che in quella giornata di registrazione ho fatto più di novanta minuti di musica e nessuno se n’era accorto, tutti continuavano a dire che non c’era abbastanza materiale, a parte io che sentivo crescere la fatica mentale. Segno di freschezza, di leggerezza della musica. Perché Manfred formalmente è «solo» il produttore ma, di fatto, fornisce stimoli fin dal primo istante. Per fare solo un esempio, quando siamo entrati in studio mi ha fatto trovare due Steinway e mi ha detto di scegliere quello che preferivo. Io ho provveduto e credevo che fosse finita lì. Invece no: subito dopo mi ha chiesto perché l’avessi scelto, verso quali direzioni musicali volessi andare, che suono stessi cercando e via dicendo. Cosicché ci siamo confrontati a lungo: io spiegavo e lui faceva altre domande, finché mi ha detto: «OK, allora è giusto questo pianoforte, perché è più morbido e si adatta a quel che vuoi fare». Per inciso, all’uscita un tecnico, congratulandosi, mi ha confidato che avevo scelto il pianoforte preferito di Martha Argerich.

Questo suo approccio ti ha messo in difficoltà?
No, perché da un lato capisco e apprezzo il desiderio che ha Manfred di stimolare la creatività, dall’altro comprendo che avesse bisogno di «testarmi»: si tratta di una persona abituata a lavorare con i grandi – anzi, con i più grandi – del jazz e della classica, laddove io sono solo un pesce piccolo, un gregario. E comunque ho sempre percepito che Manfred ha molto rispetto per me. Per esempio, una volta eravamo a un festival in Corea e prima di me si esibiva la violista Kim Kashkashian; lui mi ha fatto sedere al suo fianco, mi ha chiesto di ascoltare con attenzione e alla fine mi ha chiesto un parere. Io ho espresso un’opinione positiva sul modo in cui Kim aveva eseguito una Partita per violoncello solo di Bach adattata alla viola, nella quale – grazie al suo fraseggio – sembrava accompagnata da un basso continuo; e lui ha apprezzato così tanto da portarmi in camerino da Kim perché lo ripetessi anche a lei. Così come, in otto anni, non è mai intervenuto per cambiare qualcosa di ciò che suonavo, limitandosi ai confronti preliminari.

Evidentemente, piccolo o grande, stella o gregario, Eicher ritiene che tu possa dare cose che altri comunque non hanno, cose che ti fanno meritare di stare nella medesima etichetta di tanti «grandi».
Penso sia così e non solo per ragioni di opportunità, ma anche perché credo abbia bisogno lui stesso di stimoli diversi, che poi lo ispirano anche per altri lavori. D’altronde parliamo di una persona molto aperta, che certo non ama aver a che fare con sprovveduti ma i cui interessi artistici sono amplissimi. Per dire, il mio «piano solo», fatto di tante improvvisazioni brevi, l’ho pensato dopo che Stefano Amerio mi aveva fatto ascoltare quello di Craig Taborn sempre per ECM, strutturalmente simile – piccole tracce improvvisate, ognuna a partire da una diversa idea – e che mi aveva sbalordito per creatività: ma Taborn ha una sensibilità e una direzione musicale totalmente diverse dalle mie!

Hai ricordato prima il tuo trio con Norma Winstone e Klaus Gesing: anche di quello si trovano tracce in «Miniatures»?
Questo disco è per me come un diario di bordo, il frutto di un po’ tutte le mie esperienze precedenti, perché tutte sono state importanti per diventare quel che sono adesso. Quindi a maggior ragione lo è il trio con Norma e Klaus, che fa parte della mia identità musicale odierna. Ma credo che anche molte altre esperienze, magari meno note o prestigiose, siano state importanti sia per me sia oggettivamente, cioè dal punto di vista artistico. Solo che quando fai parte di un’etichetta importante tutti ti ascoltano e ti seguono, quando ciò non succede tutti ti ignorano. Specie se non hai il tempo – e io devo studiare, insegnare, occuparmi dei miei figli – o la voglia e le capacità di promuoverti e tentare di valorizzare presso il pubblico il tuo lavoro.

Io sono un artista, non un imprenditore. L’arte non sta là dove si vende. Poi, sia chiaro, magari non sta nemmeno nel mio disco: come ho detto, io mi sento un gregario, un pesce piccolo, amo far crescere i miei ragazzi in conservatorio e continuerei a insegnare anche se diventassi una star. Ma oggi sono felice di aver potuto fare un disco per una delle etichette più importanti del mondo senza aver passato il mio tempo a bussare alle porte o a cercare di vendermi. E ringrazio tanto il mio amico ed ex allievo Amerio, che proprio con me iniziò la sua attività di fonico, perché mi ha aiutato in questa avventura. Non credo sia un caso che entrambi siamo fedeli alla realtà culturale in cui siamo nati e che amiamo rappresentare con le nostre attività.

Raggiunto questo traguardo, che cosa vedi davanti a te?
Non lo so. Non vedo molto positivamente il futuro: non è un bel periodo per i musicisti. Nel nostro Paese non si investe sulla cultura, cosa che invece si sta facendo per esempio in Corea, dove infatti vedi i giovani andare a concerti di tutti i generi. Non basta produrre arte, è necessario anche creare il terreno perché questa venga accolta e compresa. Quel terreno che da noi oggi non c’è. È anche per questo che tengo molto al mio lavoro di insegnante e che, nell’immediato futuro, vedo in primo luogo questa attività.

Neri Pollastri