Gianluca Petrella & Pasquale Mirra all’Osservatorio di Arcetri

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Gianluca Petrella e Pasquale Mirra
Gianluca Petrella e Pasquale Mirra, foto di Sanzio Fusconi

Teatro del Cielo dell’Osservatorio Astronomico di Arcetri

Firenze, 12 giugno

Inserito nel quadro degli eventi culturali organizzati dall’Osservatorio di Arcetri per la rassegna Notti d’estate ad Arcetri e promosso dal Music Pool, il concerto di Gianluca Petrella e Pasquale Mirra ha riservato non poche sorprese. L’interazione tra il trombonista e il vibrafonista nasce da una solida coesione e da evidenti affinità elettive. In primis, dal desiderio di spaziare tra fonti disparate, esplicite o implicite che siano.  In secondo luogo, da una sete febbrile di sperimentazione – complice anche l’apporto dell’elettronica – su timbriche e dinamiche. In ultima analisi, dal comune amore per Don Cherry, la cui lungimirante visione anticipò di molto l’accostamento del linguaggio jazzistico alle tradizioni etniche.

Gianluca Petrella e Pasquale Mirra, foto di Sanzio Fusconi

I serrati dialoghi tra Petrella e Mirra prendono spesso vita da sequenze e figurazioni disegnate dal vibrafono percorrendo scale di matrice modale che riecheggiano influssi orientali, sentori minimalisti e retaggio africano. Ciò si riscontra in particolar modo laddove Mirra opera a un metallofono che, filtrato elettronicamente, può assumere ora connotati scampananti affini ad analoghi strumenti (come ad esempio l’ugal) usati dalle orchestre di gamelan balinesi e giavanesi, ora nuances gravi, legnose, simili a quelle di una marimba o di un balafon. Nel linguaggio asciutto che produce al vibrafono Mirra reca tracce evidenti dell’eredità di Karl Berger, indispensabile alter ego di Don Cherry in opere fondamentali come «Togetherness» e «Symphony For Improvisers». Infine, come d’abitudine Mirra integra il suo contributo in chiave timbrica e ritmica con sfregamenti sulle lamine dello strumento, campane armoniche tibetane e sonagli.

Dal canto suo Petrella contrappone il timbro pastoso, a tratti studiatamente ruvido, veicolo di un fluido fraseggio in cui confluiscono la lezione – a cavallo tra tradizione e avanguardia – di un gigante come Roswell Rudd e di un solista mai sufficientemente considerato come Jimmy Knepper, nonché le innovazioni pionieristiche di George Lewis, specialmente laddove interviene l’elettronica a espandere il suono e ampliare le possibilità dello strumento. Magari, se c’è un appunto da muovere alla poetica del duo, questo riguarda proprio l’impiego dell’elettronica, che necessiterebbe di un’ulteriore messa a punto: efficace nel modificare e «colorare» i timbri degli strumenti; un po’ troppo preponderante, invece, quando viene utilizzata per la costruzione di sequenze ritmiche ipnotiche.

Gianluca Petrella e (di spalle) Pasquale Mirra, foto di Sanzio Fusconi

Dal fertile gioco dialettico, sempre ricco di felici spunti melodici, emergono infine dei riferimenti espliciti. Tanto per gradire, Charles Mingus, in una versione di Goodbye Pork Pie Hat centellinata con cura e densa di blues feeling. Poi, inevitabile, Don Cherry. Prima un’interpretazione di Brown Rice che sviscera i legami del compositore con aree etniche sia reali (anche qui affiora l’influenza del gamelan) che immaginarie. Poi Art Deco, con i suoi gioiosi riferimenti alla tradizione jazzistica. Questo, come del resto tutto il concerto, all’insegna di un autentico senso ludico e della generosità che contraddistingue l’approccio dei due musicisti.

Enzo Boddi