Gavin Bryars allo Scompiglio

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The Sinking of the Titanic, foto Angelica D'Agliano

Tenuta dello Scompiglio

Vorno (Lucca), 6 ottobre

Inserito nell’ambito della rassegna Della morte e del morire, organizzata dall’associazione culturale Dello Scompiglio e comprendente installazioni, mostre, performance e laboratori, il concerto di Gavin Bryars – alla guida di un ensemble di otto musicisti – ha messo in luce la sfaccettata identità di un compositore divenuto ormai figura emblematica di un’area della musica contemporanea che rifugge (per fortuna!) da atteggiamenti di paludata accademia o ermetico snobismo. Infatti, la musica di Bryars – lungi dall’essere semplicistica – risulta quasi accessibile nella sua natura complessa e polimorfa.

Gavin Bryars, foto Angelica D’Agliano

The Sinking of the Titanic, recitava il titolo del programma, riallacciandosi a una sua nota composizione eseguita nell’occasione. Questa pagina era stata originariamente ideata nel 1969, ma incisa per la prima volta su disco nel 1975 per l’etichetta Obscure di Brian Eno e poi riproposta in varie versioni mai uguali fra loro, a dimostrazione della sua natura di work in progress, o meglio ancora di materia in divenire. Un concetto e un criterio, questo, che sembra collocarsi alla radice della concezione compositiva di Bryars.

Lo ha pienamente confermato Extra Time, il brano in prima assoluta – concepito per soli vibrafono (Antonio Caggiano) e chitarra elettrica (Sergio Sorrentino) – che si è potuto apprezzare in apertura. Extra Time si compone di lunghe sequenze prodotte dallo sfregamento di due archetti in corrispondenza dei bordi delle lamine del vibrafono. L’esecuzione infatti non prevede l’utilizzo di battenti di nessun tipo. Ne risulta un flusso liquido alimentato dalla ripetizione circolare, ma soggetta a variazioni, delle suddette sequenze, in un caleidoscopio di risonanze che riecheggiano seppur lontanamente culture altre, come le orchestre gamelan di Giava e Bali con i loro implacabili incastri sulle scale pentatoniche. La chitarra ha solo il compito di punteggiare con parsimonia e discrezione, completando il quadro con timbriche e dinamiche soffuse. Un lavoro che potrebbe essere definito «elogio della lentezza» e che fa della ricerca dell’interazione con spazio e silenzio uno dei suoi punti di forza.

Antonio Caggiano (vibrafono) e Sergio Sorrentino (chitarra) in Extra Time, foto Angelica D’Agliano 

L’esecuzione di The Sinking of the Titanic è stata affidata ad un ensemble composto – oltre che da Sorrentino, che operava anche al laptop, Caggiano (impegnato a percussioni varie) e lo stesso Bryars al contrabbasso – da Luca Sanzò e Costanza Negroni (viola), Jacopo Muratori (violoncello), Manuel Zurria (flauto basso), Paolo Ravaglia (clarinetti basso e contrabbasso) e Luca Perotti (sintetizzatore). L’inizio è contrassegnato da rintocchi e stridori scaturiti dall’armamentario percussivo, struscio e grattare di corde della chitarra, soffiato nell’imboccatura del flauto basso, mentre il clarinetto contrabbasso inizia a creare un bordone ipnotico. Una roboante rullata di timpani spezza gli equilibri, introducendo l’azione collettiva degli archi che disegnano in successione frammenti tematici basati su variazioni dell’inno cristiano Autumn. Il ciclico ricorrere di frasi iterative, di nuclei melodici dolenti ed evocativi enunciati dagli archi (con Bryars che si alterna tra arco e pizzicato) mediante variazioni ora impercettibili, ora più nitidamente apprezzabili, è sottolineato dalle spirali scure dei clarinetti e del flauto, integrato da rade schegge di chitarra e voci campionate, arricchito dai colori percussivi. Dall’apparente staticità – o ripetitività che dir si voglia – emerge un movimento graduale, lento nel suo progredire inesorabile, paragonabile a una certosina tessitura o al fluire di una marea. Paradigmatico della poetica di Bryars, che sembra quasi voler sollecitare musicisti e pubblico a sfruttare appieno la capacità di ascolto.

Enzo Boddi

L’ensemble di Gavin Bryars in The Sinking of the Titanic, foto Angelica D’Agliano