Gaetano Partipilo

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di Alceste Ayroldi

Gaetano, era da tempo che lavoravi su questo progetto? Come è nata l’idea di questo combo?

Ho incominciato a scrivere musica per questo nuovo progetto subito dopo le ultime registrazioni del mio album precedente («Besides», Schema Records). Avevo il desiderio di coniugare alcune idee moderne ma che non suonassero necessariamente «difficili». Sono andato alla ricerca di un sound diverso, una specie di sfida ad andare oltre. Ho voluto intraprendere questa avventura con delle forze nuove. Musicisti giovani carichi di idee e consigli nuovi. Mi sono nutrito della loro energia e credo di aver imparato tanto. Con tutti loro avevo collaborato in diversi progetti. Con Alessandro Lanzoni avevamo suonato e registrato in diverse formazioni di Roberto Gatto. Con Francesco Diodati invece abbiamo condiviso diverse situazioni come Neko, Auanders e una piccola performance in duo a New York. Luca Alemanno e Dario Congedo invece erano la ritmica stabile di molti progetti di cui facevo parte e si era già creato un bellissimo feeling. Dal sound scaturito dopo le prime prove ho capito che la strada era quella giusta.

Nel booklet troviamo alcuni versi di Vittorio Bodini. C’è un particolare legame tra te, la tua idea di jazz e il poeta barese?

Bodini è un poeta che amo molto. In passato ho avuto la fortuna di conoscere alcuni suoi versi grazie a Vittorino Curci e alla Meridiana Multijazz Orchestra. Sono rimasto subito affascinato dai suoi scritti e ho scavato nella sua produzione letteraria. I versi che ho scelto rispecchiano in qualche modo il pensiero di questo album. Un pensiero che è comunque frutto del mio essere «meridiano» e meridionale, per dirla con Franco Cassano.

Cosa c’è di «contemporaneo» in questo tuo lavoro? Quanto è diverso dai tuoi precedenti lavori?

Di contemporaneo credo ci sia molto. Ha intanto uno sguardo rivolto all’esterno, a ciò che succede oggi nel mondo musicale. Il jazz degli ultimi anni si è sempre più legato al rock e alle sue sonorità. Ecco, questo era un tassello che era sempre mancato all’interno del mio mondo musicale. Un colore che forse non ha mai trovato spazio sulla mia tavolozza, o forse il mio occhio non si è mai fermato su di esso. Ho iniziato ad ascoltare ciò che in passato non avevo fatto. Mi hanno incuriosito le forme non proprie del jazz e ho provato a immaginare, immaginare e immaginare. Penso che quest’album sia molto differente dai miei lavori precedenti, anche se c’è – in maniera forse inconsapevole – un filo sottile che li lega tutti. Un filo che riconduce al mio modo di vedere il jazz come un insieme di elementi in continua evoluzione.

C’è un mentore spirituale, in questo disco? Qualcuno o qualcosa che lega le varie trame?

Credo ci sia solo tanta curiosità e tanta voglia di esplorare. È sempre ben presente in me l’idea del viaggio, non solo in senso figurativo. È l’essenza della vita perché genera uno degli alimenti più importanti per la nostra sopravvivenza assieme all’ossigeno e al cibo: le emozioni.

Quanto spazio hai lasciato all’improvvisazione?

Di solito lascio poco al caso e a volte tendo a scendere fin troppo nel dettaglio, soprattutto nelle parti scritte. Per sopperire a questa mia caratteristica lascio carta bianca ai musicisti sull’aspetto creativo. L’improvvisazione, assieme al ritmo, è forse l’elemento dominante del jazz. Quella cosa che rende unica la nostra musica. La libertà di poter giocare con queste componenti è alla base della mia idea.

Ritieni quindi che il jazz contemporaneo abbia abbandonato un po’ troppo l’improvvisazione per dare più spazio alla composizione?

Dipende. Quello che noto, anche nei concerti dal vivo, è che molti gruppi attuali danno molta più importanza alla forma (o al confezionamento) della loro musica rispetto al passato. C’è forse una diversa esigenza di comunicazione rispetto a vent’anni fa oppure ci si sta semplicemente adattando a ciò che chiede il pubblico. Negli anni Sessanta e Settanta si potevano magari percepire un’estetica e un’urgenza differenti e si riusciva ad apprezzare la musica nella sua autenticità, come un diamante grezzo. Mi viene difficile immaginare un concerto di Mingus o Coltrane o Miles con la scaletta, le strutture e le durate calcolate a tavolino. Anche il pubblico era molto ricettivo in tal senso. Poi, col passar degli anni, sono entrati in ballo la tecnologia, il marketing, la comunicazione e i social network, ed è iniziata una lenta trasformazione della forma. Di conseguenza, l’aspetto della composizione e dell’arrangiamento hanno assunto un ruolo sempre più fondamentale.

Tutte le composizioni sono a tua firma, o quantomeno ne sei co-autore, fatta eccezione per I Will (No Man’s Land) dei Radiohead. C’è un motivo  che ti ha spinto a includerla in questo album?

I brani sono tutti miei fatta eccezione per tre improvvisazioni estemporanee e la mia rivisitazione del pezzo dei Radiohead. Ho voluto rendere loro omaggio perché il loro way of thinking mi ha illuminato su molti aspetti. L’impatto con la musica dei Radiohead è stato molto forte, soprattutto per la forma e lo sviluppo che sanno dare ai loro brani, ancor prima che per l’inconfondibile sonorità.

A chi è dedicata Israel Addiction?

Più che una dedica si tratta di una riflessione musicale sullo scontro tra due culture. Quando ho scritto questo brano leggevo molto sulla guerra tra Israele e Palestina. Lo sviluppo è affidato a un dialogo a tre voci, senza nessun tipo di vincolo strutturale ma con un obiettivo comune.

Come è avvenuto l’incontro con la Tŭk Music?

Nella maniera più semplice possibile. Ho incontrato Paolo Fresu a Orvieto in occasione di Umbria Jazz Winter 2014, e gli ho chiesto se gli andasse di ascoltare qualcosa di mio. Ho spedito una copia del master e, in poco meno di un giorno, ho avuto l’OK da parte sua. Ne approfitto quindi per ringraziare pubblicamente Paolo, perché la sua risposta immediata mi ha suscitato tanta gioia e tanto stupore. Di solito, in Italia, non risponde nessuno!

Quali sono i tuoi riferimenti musicali-culturali?

Difficile rispondere in maniera sintetica. Posso soltanto dirti che sono un musicista meridionale. Sono cresciuto suonando in banda, seguendo la tradizione folcloristica pugliese, suonando ai funerali ed alle feste religiose sin dall’età di otto anni. Poi ho scoperto il jazz grazie a mio padre. Il jazz mi ha portato più volte a New York ed è dal suono che questa città produce che traggono ispirazione la maggior parte delle mie idee.

Perché hai scelto il sassofono come tuo strumento e, in particolare, il contralto?

Il sassofono perché sono figlio di sassofonista… Ce n’erano diversi in casa!

Secondo te, dove si stanno producendo le cose più interessanti dal punto di vista musicale in generale, e jazzistico in particolare?

New York è sempre un passo avanti. Quando ho bisogno di stimoli nuovi rivolgo sempre le mie orecchie a quello che producono i giovani musicisti newyorkesi. Comunque anche in Europa, specie in Scandinavia, si stanno realizzando cose molto interessanti.

Come vanno le cose in Puglia, dal punto di vista musicale?

Mi sembra bene. Abbiamo tanti ottimi musicisti. Tanti festival. Un pubblico abituato ai concerti. Abbiamo PugliaSounds. Siamo l’isola felice, non credi?

E in Italia?

È il solito discorso. Potrebbero andare meglio se i media nazionali dessero più spazio al jazz, e mi riferisco a quello vero. Considerando una situazione politica, economica e culturale completamente allo sbando, però, credo sia già tanto quello che abbiamo. I nostri festival sparsi sul territorio fanno i salti mortali per riuscire a sopravvivere economicamente, e talvolta sono costretti a coniugare il jazz con i gusti da format televisivo che il pubblico (botteghino) esige.

Che cosa sta scritto nell’agenda di Gaetano Partipilo?

Ho appena terminato una serie di show con Dee Dee Bridgewater e nella mia agenda ci sono parecchi concerti in Italia ma c’è anche tanto estero, per fortuna. Dopo Brema e Torino con Minafric, il Ronnie Scott di Londra con il mio quintetto, c’è Seul con i Puglia Jazz Factory, due tournée estive con la band italo-taiwanese Mission Formosa e una riedizione live di «Besides» per Il Montalcino Jazz and Wine Festival.

E che cosa c’è scritto nel diario dei sogni?

Artisticamente ho tante idee che mi frullano per la testa. Mi piacerebbe realizzare un album con un’orchestra. Mi piacerebbe dar seguito a «Daylight» con un altro album e vorrei portare in giro la mia musica il più possibile. Il resto dei miei sogni è sempre rivolo al viaggio. Ho avuto la fortuna di viaggiare parecchio, con il mio strumento, ma non sono mai stato in America Latina. È una terra che mi affascina molto e che vorrei visitare.

Alceste Ayroldi

Foto di copertina: Barbara Rigon