«FREE THE OPERA!». PARLANO FABRIZIO MOCATA, GIANMARCO SCAGLIA E PAUL WERTICO (PRIMA PARTE)

111

[youtube width=”590″ height=”360″ video_id=”ddHf6cOok04″]

«Free The Opera!», da poco uscito per la Ram Records, è il primo album firmato da Fabrizio Mocata (pianoforte), Gianmarco Scaglia (contrabbasso) e Paul Wertico (batteria). Ecco la prima parte dell’intervista con questo inedito trio.

Un emiliano che risiede in Toscana, un siciliano e uno statunitense: com’è nato il vostro connubio?

F.M. Paul aveva già collaborato con Gianmarco e Raimondo Meli Lupi, il nostro produttore. Ho avuto il piacere di invitarlo a suonare e devo dire che, al di là dell’importanza dei nomi e dei curriculum, si è subito creata una sinergia fortissima che ci ha spinto a fissarla su disco e iniziare un progetto di lunga durata. Con Gianmarco stiamo, invece, lavorando da anni e Paul è sicuramente il batterista che si è più profondamente immerso nella nostra comune poetica musicale.

G.S. Per caso ho iniziato a collaborare sei anni fa con entrambi, in progetti diversi. Saltuariamente abbiamo suonato in quintetto, ma mai in trio.

«Free The Opera»: il vostro messaggio è chiaro. Da cosa volete liberare l’opera? Pensate che il mondo classico sia troppo ingessato?

F.M. Penso che le melodie, soprattutto quelle legate all’opera, abbiano così grande forza da non avere bisogno dell’opera stessa. Mi spiego meglio. L’opera, al suo massimo splendore, era la musica dei suoi tempi e in questa forma, oltre che nelle solenni rappresentazioni in teatro, veniva canticchiata per strada o magari anche nelle riunioni conviviali. Mi piacerebbe liberare l’opera da se stessa per ciò che troppo spesso è oggi, e di restituirla alla sua dimensione naturale e cantabile, con l’impressionante tessitura originale e con le nostre rielaborazioni. Il precedente lavoro che ho pubblicato con Gianmarco ed Ettore Fioravanti – «Puccini Moods» – e quello di cui stiamo parlando sono stati molto apprezzati, guarda caso, da due voci simbolo dell’opera italiana, con cui adesso collaboro. Più genericamente mi piace l’idea di liberare la musica, qual essa sia.

G.S. Liberare la mente, non pensare ai due mondi in modo separato; non mi sono posto un problema stilistico o di appartenenza a un genere, lasciandomi soltanto coinvolgere dalle melodie delle opere classiche. Forse è il mondo accademico e di formazione classica a essere ingessato.

P.W. Non del tutto. Io amo e rispetto la musica classica, ma si tratta di un mondo fondato generalmente sull’esecuzione e registrazione di brani scritti, non già di improvvisazioni spontanee; e questa è una delle più grandi differenze dal jazz. In questo disco, come musicisti jazz, ci siamo presi delle libertà su alcune delle più grandi composizioni di ogni tempo, ma lo abbiamo fatto sperando di dare valore e riconoscimento a queste composizioni e rispettando allo stesso tempo la musica e chi l’ha composta.

Non pensate che, per certi versi, lo sia anche il jazz?

F.M. Il jazz dovrebbe, per sua natura, essere libero. Se il riferimento è al jazz italiano, devo dire che ho visto pochi progetti capaci di suscitarmi interesse e attenzione. Forse è un problema generale di comunicazione e di grande ristagno, o magari si tratta solo di un mio problema di gusto e di approccio.

G.S. Probabile, visto che anche il jazz oggi si insegna nei conservatori.

P.W. Anche se alcuni compositori classici come Bach hanno utilizzato l’improvvisazione, il jazz è principalmente basato su brani che servono da spunto per l’improvvisazione; mentre la musica classica trova il suo fondamento sull’esecuzione di brani scritti, con le principali variazioni affidate alle diverse interpretazioni e alle scelte dei direttori su tempi, dinamiche, ritmo e così via.

Mi sembra di capire che sia Fabrizio Mocata il più vicino alla tradizione operistica. Questione di studi o una passione nata per altre vie?

F.M. Mio padre è un grande appassionato di opera e da piccolo ne ho ascoltata molta, anche se passivamente. A ogni modo devo dire che ho cominciato per sfizio e quasi per sfida con un critico musicale che, in un ritrovo informale in terre pucciniane , dopo avermi ascoltato suonare diversi brani di altro genere in stile jazzistico, mi disse: «Vediamo se sei in grado di farlo con Puccini!». Da lì è nato un percorso di scoperta e curiosità. La cosa appassionante, oltre alla bellezza della musica in sé, è il potersela cucire sulla propria pelle, anche se proviene da contesti ed epoche diverse. Non disdegno alcuna rielaborazione, anche Puccini in versione heavy metal mi incuriosisce. L’atto della rielaborazione musicale denota di per sé curiosità e intelligenza . Molto meglio fraintendere che copiare. Il discorso delle cover vere e proprie l’ho sempre visto noioso e improduttivo, e forse per questo non ho mai preparato un progetto di questo genere, se di progetto si può parlare.

Paul e Gianmarco: qual è il vostro rapporto con l’opera e con la musica classica in generale?

P.W. Come ho già detto, amo e rispetto gli alti livelli di maestria e musicalità della classica, anche se non ne ascolto tanta quanto altri tipi di musica come jazz, rock, blues.

G.S. Non avendo una formazione di Conservatorio il mio rapporto è saltuario, e il mio ascolto è da semplice appassionato. Lo faccio per puro piacere.

Di esperienze che accomunano classica e jazz ce ne sono diverse, ma la vostra ha un marchio diverso, perché la fusione sembra oggi aver trovato la migliore soluzione. Il merito è di Verdi e di Puccini? O di Mocata, Scaglia e Wertico?

F.M. Intanto grazie per aver apprezzato il nostro lavoro. Per me è stato bello affrontare un materiale di inestimabile valore tentando di non sciuparlo, così da poterlo offrire ai miei compagni di viaggio che, poi, hanno saputo dare la giusta chiave di lettura e offrirmi ulteriori suggerimenti per giungere a un risultato che va oltre le mie aspettative. Visto che si parla di fusione, direi che io mi sono incaricato, in senso puro, di trasformare l’opera in jazz. Quando il materiale è giunto allo stato liquido lo abbiamo plasmato tutti e tre assieme, offrendo ciascuno la propria quota. Gli assoli di Paul e Gianmarco hanno fatto brillare al meglio queste rielaborazioni.

G.S. Se c’è un merito è quello di mettersi sempre in discussione, di accettare il rischio.

P.W. Alcuni brani erano al cento per cento improvvisati,  per altri si trattava di arrangiamenti e composizioni di Fabrizio, anch’esse aperte a molta improvvisazione e interazione.

Come avete scelto gli autori classici da rielaborare? Cos’è, Verdi e Puccini sono più jazz di altri?

F.M. Tutto è jazz e niente lo è. Basta guardare senza preconcetti, tutto viene con naturalezza. Abbiamo pensato di festeggiare Verdi per i duecento anni dalla nascita, mentre con Puccini avevamo un conto aperto fin dal lavoro precedente. Per il futuro accettiamo scommesse!

G.S.  Gli anniversari sono stati la parte trainante del nostro lavoro.

P.W. Tutto il materiale è frutto del lavoro di Fabrizio e Gianmarco.

Il disco è stato candidato anche ai Grammy Awards: com’è andata?

F.M. La preoccupazione più grossa è stata quella di sottoporre in tempo il lavoro, vista la scadenza davvero imminente. Abbiamo passato la prima selezione. Penso che per un disco prodotto in Italia, con musica italiana e con due esecutori italiani su tre, si tratti di un risultato importante o, quantomeno, di un segno di vitalità.

G.S. Siamo andati avanti fino alle nominations, ma su questo potrà essere più preciso Paul.

P.W. Confermo quel che dice Gianmarco. Abbiamo superato il primo ballottaggio, senza però essere ammessi alle nominations.

[continua]

A Ayroldi