Franco D’Andrea – Firenze – 6 dicembre 2017

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Franco D’Andrea - Sala Vanni, Firenze - 6 dicembre 2017 - foto Ivan Margheri
Franco D’Andrea - Sala Vanni, Firenze - 6 dicembre 2017 - foto Ivan Margheri

Franco D’Andrea – Sala Vanni, Firenze – 6 dicembre 2017

Da quarantadue anni Musica dei Popoli – festival organizzato dalla FLOG (Fondazione Lavoratori Officine Galileo) – opera efficacemente alla diffusione delle musiche popolari di tutto il mondo. Nell’ambito dell’edizione 2017 è stato dedicato uno spazio anche a Thelonious Monk in occasione del centenario della nascita, con i concerti di Uri Caine (6 novembre) e Franco D’Andrea.

Nelle mani sapienti di D’Andrea, che ne esplora il repertorio da una trentina d’anni, Monk diventa materia viva, da plasmare e ricreare. Nessun approccio filologico, ancorché rispettoso, all’insegna di riletture corrette ma fini a se stesse. Nessuna compiacente poetica della variazione, con abbellimenti di contorno. Soprattutto, nessun virtuosismo. Piuttosto, i temi (anzi, più spesso i frammenti tematici) o gli impianti armonici della pagine monkiane diventano appigli, punti di riferimento sui quali sviluppare un’indagine autonoma nel rispetto della propria poetica. Quindi, non D’Andrea che esegue Monk, ma che di Monk si appropria innestandone alcuni elementi nel proprio linguaggio.

Inoltre, secondo una logica stringente del tutto pertinente al percorso artistico del pianista meranese, l’operazione permette di sviscerare ed analizzare alcune componenti essenziali dell’universo di Monk: la costruzione di strutture fatte di linee asimmetriche, segmentate; l’uso di dissonanze e clusters, assorbito e portato alle estreme conseguenze da Cecil Taylor; l’influenza di Ellington (ivi compresa quella del Duca pianista); il ruolo determinante del blues, inteso nella sua essenza; elementi stride che, nel caso di Monk, risalgono a Fats Waller e James P. Johnson. Caratteristiche, queste ultime, del tutto confacenti alla poetica di D’Andrea, che in gioventù aveva frequentato il Dixieland come trombettista e clarinettista per poi riprenderne alcune pagine nella piena maturità e trasformarle in esempi di sorprendente modernità.

Che a sua volta Monk faccia parte di un patrimonio tradizionale da (ri)scoprire e rimeditare, è innegabile. E D’Andrea lo dimostra rimuginando sopra le frasi iterative di Epistrophy, dissezionando i segmenti del tema di Well You Needn’t, facendo sgorgare linfa vitale dagli impulsi ritmici di Rhythm-a-ning e quasi nascondendo brandelli dell’arcinota (e, in altri contesti, abusata) ‘Round Midnight in un flusso di invenzioni. Ecco quindi che il trattamento riservato a Monk genera proprio un flusso di coscienza, come confermano in pieno alcuni vertici del concerto fiorentino. In uno stesso lungo e contorto (ma non ermetico) percorso si possono cogliere le cellule di Reflections, i nuclei essenziali di Pannonica e l’intelaiatura di Straight No Chaser, arricchita da un approfondito lavoro sul registro grave che ribadisce l’interesse di D’Andrea per l’Africa e i poliritmi, nonché alcuni tratti stilistici riconducibili a Lennie Tristano. Oppure, da una dissonante sequenza sullo scheletro di Friday the 13th si approda naturalmente a una parcellizzazione di Misterioso, dal cui schema blues scaturisce un andamento stride. Come dire, l’imprevedibile attualità della tradizione.

Enzo Boddi

Franco D’Andrea - Sala Vanni, Firenze - 6 dicembre 2017
Franco D’Andrea – Sala Vanni, Firenze – 6 dicembre 2017 – foto Ivan Margheri