Forma e poesia nel jazz 2017 a Cagliari: Bearzatti, Rea, Murgia, Ottolini, Boltro, Bosso

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Forma e poesia nel jazz 2017
Fabrizio Bosso Quartet, Forma e poesia nel jazz 2017

Forma e poesia nel jazz, dal 29 settembre al 1 ottobre, Ex Manifattura Tabacchi – Cagliari

E’ un sentimento di devozione quello che ha guidato Francesco Bearzatti nei complessi meandri della musica di John Coltrane, oggetto di un tributo nel brano Suspended Steps. Modellato dal sassofonista friulano è stato il brano di apertura del set in trio con Benjamin Moussay alle tastiere e Roberto Gatto alla batteria, set collocato nel bel mezzo della ricca rassegna Forma e poesia nel jazz nella Ex Manifattura Tabacchi di Cagliari dal 29 settembre al 1 ottobre.

Il tributo, dal titolo Dear John, fu commissionato al musicista di Pordenone all’inizio di questo anno da Metastasio jazz per commemorare i cinquanta anni dalla scomparsa del genio di Hamlet. Bearzatti, che coltraniano non è, in occasione della tappa sarda ha voluto sottolineare con pudore l’aspetto strettamente personale del tributo nonostante non si tratti certo della prima volta che le loro strade si intrecciano. Già l’album del debutto del jazzista italiano, nel 1998, aveva il titolo «Suspended Steps» ed fu di spicco la sua presenza in «Dear Trane» del chitarrista Sandro Fazio, così come lo fu la collaborazione con Martux per il cd «My Love Supreme». Quello che coglie di sorpresa ascoltando la rilettura di Bearzatti, non è l’assenza dell’effetto cover ma la profondità della ricerca, fino al cuore del progetto coltraniano. Proprio in quei Passi da Gigante Trane in costante workin in progress anticipava il periodo modale e una fase di densa spiritualità. Come ha osservato il musicista e studioso Antonio Iammarino nel dossier scritto per Musica Jazz, Coltrane “disarticola gli spazi armonici come per liberarsi degli accordi, sostituendoli con pedali modaleggianti su cui costruisce assoli a mo’ di scatole cinesi, uno dentro l’altro”.

Forma e poesia nel jazz 2017
Bearzatti trio a Forma e poesia nel jazz 2017

Passi in sospensione per Bearzatti che arditamente e in modo originale ne ripercorre con felice soluzione melodica quelle tracce, regalando un inedito sguardo sull’opera del geniale sassofonista americano scomparso nel 1967. Apice di un set che, restando magicamente dentro lo stesso mood, si è poi sviluppato attorno a quel capolavoro che è stato l’album di Bearzatti stesso, con il quartetto Tinissima, dedicato al leader afroamericano Malcom X. Da quella suite sono stati estratti Hard Times, Prince of Crime, Betrayal, Cotton Club e Hajj (intervallati da Virus e Hope ripresi da lavori precedenti). Bearzatti ha un suono unico e al tenore disegna volute di forte charme lirico. Gatto è riferimento sicuro per il suo drumming poliritmico mentre il tastierista francese è una autentica scoperta, colpisce fortemente la sua duttilità e la qualità di improvvisatore. Grande senso del ritmo, tecnica inappuntabile, autori di un mix formidabile tra melodia e attitudine elettronica che, a tratti, colora il set di prog-rock.

La quattro giorni svoltasi nella zona all’aperto dell’antica struttura industriale – da tempo ristrutturata e quasi inutilizzata ed inspiegabilmente ancora senza un vero progetto culturale di utilizzo – oltre a Bearzatti ha regalato numerose occasioni per avvolgere il nastro del jazz made in Italy, da venti anni oggetto d’indagine di questa rassegna così ben costruita, popolata anche di attività collaterali: dalle interessanti lezioni del musicologo Enrico Merlin (imperdibile quella dedicata a Petrucciani) alle mostre (quella seminariale dedicata al sassofono di Attilio Berni e l’altra della fotografa Daniela Zedda, No smoking please, con ritratti di jazzisti fumatori da Rava ai Lounge Lizards).

Forma e poesia nel jazz 2017
Bearzatti trio, Forma e poesia nel jazz 2017

L’apertura è in grande spolvero con il collaudato solo di Danilo Rea e le sue originali interpretazioni di Beatles e Rolling Stones, e preceduto dall’ottimo clarinettista Gabriele Mirabassi in duo con il chitarrista cagliaritano Roberto Bernardini. Di rilievo l’esibizione dei musicisti sardi la sera successiva: in apertura è il pianista e organista Luca Mannutza, perfettamente a suo agio con le splendide tastiere Nord, in trio con il fratello Sebastian alla batteria e il chitarrista ed autore dei brani Carlo Ditta. Parte dei brani sono stati riarrangiati da Mannutza, che nel trio ha fatto la parte del leone, sciorinando classe e abilità nel trarre dal suo strumento anche suoni dal sapore vintage accanto a frizzanti soluzioni ritmiche e il tutto condito da molto swing.

Un quartetto di ottima potenza e capace di coniugare melodia, riferimenti etnici e pulsioni avantgarde è quello guidato dal sassofonista nuorese Gavino Murgia che ha fatto irruzione sul palco con una scoppiettante e colorata ricerca sonora. Grazie a un repertorio che ha colpito per freschezza, inventiva e accattivante energia è stato tra i set che hanno coinvolto maggiormente il pubblico (il materiale in grande parte inedito andrà a costruire il prossimo album del musicista barbaricino). Un set ruffiano e ammaliatore che per magia mostrava conchiglie suonate come sax, lo scat vocale profondo e primordiale del jazzista isolano e una precisa sezione ritmica, quella del Blast quartet, con il solido Luca Colussi alla batteria e Aldo Vigorito, contrabbassista dalla cavata energica e incalzante. Ma il cuore del concerto è stato soprattutto l’incontro di due formidabili sessionmen: il trombonista Mauro Ottolini e il leader Gavino Murgia che ha affinato il suo stile regalando a tratti reminiscenze del Gato Barbieri di La China Leoncia. I due musicisti dalla spiccata sensibilità melodica e molto bluesy creano un incontro che fa scintille, tra i motivi proposti gli originals Bardufolas, Sad Days, Pardulotto, Mela Cidonza, Rais e Amaranto oltre a un richiamo al Mingus di Pithecanthropus  erectus.

Forma e poesia nel jazz 2017
Blast Quartet, Forma e poesia nel jazz 2017

Un’altra star del jazz italiano, il trombettista Flavio Boltro ha spadroneggiato magistralmente in chiusura di serata esibendosi con il Pork Explosion (Marcello Contu alla chitarra, Peter Di Girolamo alle tastiere, Frank Marino al basso e Daniele Russo alla batteria) in un tributo elettrico al Divino Miles.

Sabato sentiamo, oltre a Bearzatti, un altro sassofonista di valore Max Ionata, che con un trio poderoso per l’affiatamento e l’energia, il Three One detto anche il Trione e formato con il bassista Dario Deidda e il vulcanico drummer Lorenzo Tucci, ha esplorato in scioltezza e con bravura pagine di grande jazz, da Shorter a Coleman. In apertura va segnalata anche l’elegante esibizione della Civica Big Band diretta dal pianista Paolo Carrus che in anteprima ha proposto, tra l’altro, un saggio con alcune interessanti nuove composizioni che riprendono temi tradizionali della musica sarda.

Forma e poesia nel jazz 2017
Max Ionata Trio, Forma e poesia nel jazz 2017

Decisamente sorprendente il talento del giovane pianista umbro Manuel Magrini che ha colpito per tecnica e soluzioni in un recital di brani di propria composizione.

Una sferzata di energia è stata regalata dall’Extreme quintet, quintetto pianoless di Claudio Corvini alla tromba e Sandro Satta al contralto con Jacopo Ferrazza al contrabbasso e Gianni Di Renzo alla batteria; la decisa carica swing e la spiccata attitudine free connotano questa robusta formazione appassionata di improvvisazione.

La sontuosa e attesissima chiusura della rassegna è stata con il quartetto guidato dal trombettista Fabrizio Bosso  in compagnia dei fidati Nicola Angelucci alla batteria, Jacopo Ferrazza al contrabbasso e Julian Oliver Mazzariello al pianoforte. Il cuore del set è stato dedicato alla sua ultima fatica, il recente “State of Art”, doppio album live che raccoglie il meglio dei brani registrati tra Roma, Tokyo e Verona. C’è la conferma di un solista e un leader tra i più apprezzati d’Italia e quella di una formazione cementata da una intesa d’acciaio fatta di complicità, voglia di divertirsi e divertire. Mapa, Black Spirit, Dizzy’s Blues e Minor Mood mostrano un grande amore per le fonti del jazz mettendo in scena una architettura ben bilanciata tra i diversi soli. Bosso suona in modo superlativo lasciando ampi spazi ai partner. Colpisce la eterogeneità della scaletta, con momenti di intensa drammaticità che si alternano a episodi di brillante cantabilità. Non mancano punti fermi della storia musicale di Bosso come la irruenta Dubai e l’avvolgente ballad Woman’s Glance accanto a celebri standard come il classico Do you know what it means to miss New Orleans composizone di Louis Alter ed Eddie De Lange e cavallo di battaglia di Louis Armstrong.

Walter Porcedda

Foto di Agostino Mela

Forma e poesia nel jazz 2017
Fabrizio Bosso e Jacopo Ferrazza, Forma e poesia nel jazz 2017