Firenze Jazz Festival 2021

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Il Garden Stage di Villa Strozzi - foto di Giorgio Violino

9 settembre – Sala Vanni: Nexus; Anfiteatro di Villa Strozzi: Danilo Gallo Dark Dry Tears

10 settembre – Sala Vanni: James Brandon Lewis; Anfiteatro di Villa Strozzi: Brave New World Trio

11 settembre – Giardino di Villa Bardini: Ferdinando Romano Totem; Tri(o)Kala

 

La quinta edizione del Firenze Jazz Festival – organizzato da Centro Spettacolo Network in partenariato con Music Pool e Musicus Concentus – ha confermato e, in qualche misura, accentuato la tendenza evidenziata negli anni precedenti. Ben trentotto eventi distribuiti nell’arco di cinque giornate, dall’8 al 12 settembre, e collocati in dieci spazi diversi, con il coinvolgimento di un centinaio di artisti e parecchi giovani musicisti emergenti.

Tra i luoghi storici prescelti per lo svolgimento dei concerti, la Sala Vanni – antico refettorio della chiesa del Carmine e sede del Musicus Concentus – possiede fra i vari pregi il serio limite di una resa acustica precaria, a dispetto degli interventi di insonorizzazione compiuti nel corso degli anni. Una condizione che ha penalizzato non poco l’esibizione di un gruppo longevo, collaudato e rigoroso quale il sestetto Nexus, come sempre ispirato dalle idee dei due fondatori, il batterista Tiziano Tononi e il sassofonista Daniele Cavallanti.

Daniele Cavallanti, Tony Cattano e Luca Gusella – foto di Alessandro Botticelli

In possesso di un approccio poliritmico che discende da Ed Blackwell, Andrew Cyrille e Milford Graves, Tononi imbastisce una potente intelaiatura ritmica grazie alla feconda interazione con la contrabbassista Silvia Bolognesi, capace di dispensare linee fluide e incisive con suono «nero» e cavata pregnante. I temi sono spesso esposti dagli insiemi predisposti da sax tenore, trombone (Tony Cattano) e violino (Emanuele Parrini), protagonisti di una serrata dialettica. Cavallanti esibisce una cifra espressiva che risale all’eredità di Dewey Redman, mentre il suono ruvido, sporcato ad arte mediante sordine, di Cattano richiama la poetica di Roswell Rudd. L’approccio antivirtuosistico, tagliente di Parrini oscilla tra Stuff Smith e Leroy Jenkins. Al vibrafonista Luca Gusella spetta il compito di costruire scarni impianti armonici e squarciare i fitti intrecci delle altre voci strumentali con le sue sortite solistiche. Nexus si conferma il gruppo più vicino all’estetica afroamericana sulla scena nazionale, e non solo.

Alla testa del quartetto Dark Dry Tears, il bassista Danilo Gallo è autore ingegnoso di temi dall’ampio respiro ma provvisti di un asciutto senso della melodia, spesso alimentati dai nitidi contrappunti tra le ance di Francesco Bearzatti e Francesco Bigoni in differenti combinazioni: due sax tenori, due clarinetti in Si bemolle oppure tenore e clarinetto. Al basso elettrico, sottoposto anche ad effetti e distorsioni, Gallo crea figure essenziali, a volte scheletriche ma al tempo stesso potenti e a tratti ossessive, con timbriche e un impatto sonoro mutuati dal rock più sperimentale. Su questa solida base il batterista Jim Black sovrappone un vasto campionario di figurazioni ritmiche cangianti, scomposizioni e sottigliezze dinamiche. Dallo loro interazione si sprigiona poi il fuoco creativo dei sassofonisti (Bearzatti sanguigno, Bigoni cerebrale), autori di contrappunti, controcanti e intrecci rigogliosi.

Dark Dry Tears – foto di Giorgio Violino

Tra i sassofonisti più interessanti della nuova generazione, James Brandon Lewis si colloca stilisticamente su una linea che congiunge idealmente l’ultimo John Coltrane, Pharaoh Sanders, Archie Shepp, Albert Ayler e David Murray. Qui coadiuvato da Alexis Marcelo (ex collaboratore di Yusef Lateef, pianista dallo stile asciutto, conciso e dal tocco secco e incisivo), Lewis coniuga potenza sonora, impennate sui sovracuti, sequenze segmentate e a tratti spezzate, digressioni free. Vi aggiunge pure occasionali squarci di lirismo, come ad esempio nel canto struggente di Prayer di William Parker. Inizialmente il programma prevedeva un tributo a Jean-Michel Basquiat con la presenza del poeta Thomas Sayers Ellis, con il quale Lewis collabora da tempo. L’assenza di Sayers Ellis non ha impedito a Lewis di declamare poesie dei succitati Lateef e Parker, e rendere al tempo stesso omaggio ad Amiri Baraka. Non solo, ha coinvolto nell’iniziativa anche Silvia Bolognesi, da tempo frequentatrice della scena di Chicago e membro dell’Art Ensemble, che con le sue linee avvolgenti, un pizzicato sontuoso e arcate viscerali ha legato l’interazione tra il sassofonista e il pianista.

James Brandon Lewis, Silvia Bolognesi e Alexis Marcelo – foto di Alessandro Botticelli

Il numeroso pubblico presente al concerto del Brave New World Trio – David Murray (sax tenore e clarinetto basso), Brad Jones (contrabbasso) e Hamid Drake (batteria) – ha potuto assistere ad un evento di rara bellezza e intensità. Fin dalle prime battute di Morning Song si è subito percepito che Murray da una parte stava rinverdendo i fasti dello storico trio condiviso con Fred Hopkins e Steve McCall, ai quali il concerto era dedicato; dall’altra, stava proseguendo con piena maturità e coerente consapevolezza un percorso iniziato nel 1976, al tempo di incisioni seminali come «Low Class Conspiracy» e «Flowers for Albert». In passato Murray era stato spesso accostato, sbrigativamente e superficialmente, ad Albert Ayler. Tuttavia, nel suo approccio al tenore e nella sua voce unica, inconfondibile c’è tutta una tradizione che affonda le radici nel blues e abbraccia maestri del calibro di Coleman Hawkins, Ben Webster e Paul Gonsalves. L’alchimia dell’antico trio si è ricreata come per magia nell’attuale formazione. Infatti, Jones si rivela una sicurezza quanto a precisione, timing, fluidità di fraseggio, interplay e inventiva. Drake è probabilmente il più «africano» tra i batteristi in circolazione per lo spiccato senso poliritmico e la varietà delle figurazioni e delle scomposizioni prodotte, nonché per la gamma timbrica. In tal senso, Drake si propone come degnissimo continuatore dell’eredità lasciata da Ed Blackwell. Sotto il profilo ritmico non vanno poi sottovalutate le sequenze elaborate da Murray con il clarinetto basso, a tratti mediante suoni stoppati nell’imboccatura. Una vera e propria lezione di storia del jazz che rafforza il concetto espresso da Murray nei versi aggiunti a Flowers for Albert: Music is the healing force of the universe. La musica è la forza taumaturgica dell’universo.

Brave New World – foto di Alessandro Botticelli

Autore di «Totem», un lavoro uscito nel 2020 e oggetto di vari riconoscimenti in sede critica, il contrabbassista Ferdinando Romano è titolare del sestetto eponimo, per l’occasione ridotto a quintetto per l’indisponibilità del bravo vibrafonista Nazareno Caputo. Romano possiede doti di fine compositore e arrangiatore. I brani sono contraddistinti da una scrittura scorrevole e da curve melodiche di ampio respiro che riecheggiano vagamente la poetica di Kenny Wheeler, spesso affidate alle linee contrappuntistiche tracciate da Ralph Alessi (tromba) e Simone Alessandrini (sax alto). In alcuni casi Romano predilige strutture multitematiche che danno vita a delle piccole suite. Nelle esecuzioni prevale il disegno collettivo, in virtù dell’equa distribuzione delle voci. Ad Alessi tocca l’onere di rompere gli equilibri con le sue impennate solistiche, al pianista Manuel Magrini il ruolo di raccordo e cucitura del tessuto armonico. Tra Romano e il batterista Giovanni Paolo Liguori si stabilisce un’intesa coesa che alimenta una pulsazione vitale.

Ferdinando Romano Totem – foto di Alessandro Botticelli

Formato da Rita Marcotulli (piano), Ares Tavolazzi (contrabbasso) e Alfredo Golino (batteria), Tri(o)Kala trae il proprio repertorio dalla vena compositiva della pianista romana, il cui stile è immediatamente riconoscibile. Marcotulli privilegia capienti impianti armonici, temi freschi e compiutamente articolati, cascate di arpeggi e figurazioni ritmiche potenti che imprimono un impulso costante. Su tutto questo sovrappone sequenze di invenzioni ingegnose, applicate anche nella trasformazione di un brano arcinoto come Lady Madonna dei Beatles. Inoltre, detta cambi di metro e atmosfera, a cui i colleghi reagiscono empaticamente: Tavolazzi con tocco essenziale e sensibilità melodica, Golino con piglio energico ma senza fronzoli. Dall’azione del trio traspare la gioia di suonare e condividere, tangibile nel modo in cui Tavolazzi vocalizza i suoi assolo. Tra le righe si avverte un elemento distintivo connaturato alla nostra cultura e radicato nella tradizione del belcanto e della canzone.

Tri(o)Kala – foto di Alessandro Botticelli

Nel ricco cartellone del festival figuravano tra gli altri anche il trio New Things di Franco D’Andrea e il quintetto Tell No Lies, purtroppo in orari concomitanti con alcuni degli eventi qui commentati. Un suggerimento per gli organizzatori di un festival che negli ultimi anni ha permesso di fruire buona musica in alcuni luoghi storici: sarebbe opportuno considerare la necessità di evitare concomitanze e parziali sovrapposizioni di orario. Arrivederci al 2022, possibilmente senza più la spada di Damocle della pandemia.

Enzo Boddi