FELICE CLEMENTE QUARTET: Protagonisti senza protagonismi

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Memo Restaurant, Milano, 24 gennaio 2014

Un concerto dal gusto classico, caratterizzato da una forte vocazione per l’interplay e da una naturale energia. Sia per le ampie e significative esperienze dei componenti del gruppo, allo stesso tempo autori ed esecutori, sia per le qualità espresse nel collettivo. Parliamo di Felice Clemente (sax tenore e soprano), Massimo Colombo (pianoforte) e Massimo Manzi (batteria). Giovane tra i veterani, il contrabbassista Giulio Corini non è stato certo da meno.

L’apertura con Witchi-Tai-To di Jim Pepper – reso celebre da Jan Garbarek – e la chiusura con To Clifford di Colombo (più il bis su Softly, As In A Morning Sunrise) hanno incorniciato alcuni brani originali di Clemente, tratti dall’ultimo cd del quartetto «Nuvole di carta» (2011, quattro stelle su Downbeat e, a suo tempo, recensito da Musica Jazz), e altri della tradizione jazzistica come il monkiano Bemsha Swing e lo standard Stella By Starlight, più la ballata settecentesca Scarborough Fair, resa celebre da Simon & Garfunkel e dove meglio si è espresso lo struggente sax soprano di Clemente, sostenuto dalla forte intensità emotiva della sezione ritmica.

Una serata di estrema piacevolezza, un ricco contenitore di timbri e di idee, di sapiente mestiere e di potente energia ma anche di misurati scambi tra i ruoli, mai sovrapposti anche quando uniti a sostegno delle improvvisazioni. Gioca a favore di questa naturalezza espressiva la visione musicale dei quattro, certo non limitata al jazz. In particolare le ambientazioni afro, cui Clemente dedica particolare attenzione con To Mjb (dove aleggia la Footprints di Wayne Shorter) o il già citato traditional britannico.

Ad arricchire la serata hanno pensato tutti quanti, e ciascuno a suo modo. Clemente si è diviso tra i differenti registri di soprano e tenore con chiarezza di esposizione e intensi fraseggi improvvisativi, spaziando tra atmosfere incalzanti e distese, come quella sognante di Nuvole di Carta; Corini, discreto all’occorrenza, non ha fatto mancare interessanti dialoghi o assolo; infine Manzi, sempre ricco nel sostegno e intuitivo nell’evidenziare i momenti cruciali dei brani. Colombo, oltre a fare la sua parte in tutta questa ricchezza espositiva, esprimendola in modo così naturale da risultare disarmante, ha proposto anche l’«ingannevole» To Clifford, in cui si sono mostrate le libertà espressive di ognuno.

P Landriani