Federica Michisanti: taccuini di un viaggio africano

di Federica Michisanti

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Federica Michisanti: taccuini di un viaggio africano
Addis Abeba: una giovane donna con la figlia prepara il caffè secondo la tradizione etiope. (foto di Federica Michisanti)

Quelle che seguono sono le impressioni del viaggio condotto dall’Horn Trio di Federica Michisanti (per l’occasione Marco Colonna, al clarinetto basso, ha sostituito il tenore di Francesco Bigoni, affiancando sempre Francesco Lento alla tromba). L’occasione per questa anabasi è stato il tour organizzato in collaborazione dal Ministero degli Affari Esteri, dalla Fondazione Musica per Roma e da Aeroporti di Roma che ha portato il trio in sette differenti città del continente africano: Cape Town, Windhoek, Johannesburg, Nairobi, Brazzaville, Libreville e Addis Abeba. La partnership con la Fondazione Musica per Roma si estende alla produzione del prossimo disco del Trio da parte della Parco della Musica Records (in ragione di ciò, Andrea Salvia ha accompagnato il viaggio in veste di tour manager).

Il 2019 è stato decisamente speciale per me: tanti riconoscimenti e premi e, al culmine di tutto, il tour in Africa. Il giorno prima della partenza, di ritorno da un concerto a Cagliari, abbiamo suonato all’aeroporto Leonardo da Vinci, improvvisando un flash mob.

Federica Michisanti Horn Trio: il flash mob in aeroporto

Il 1° ottobre siamo partiti in volo verso Cape Town: lo scalo all’aeroporto di Addis Abeba mi ha riportata con la mente al set dei primi episodi di «Star Wars»: uno scenario variopinto, multietnico e fuori dal tempo. Il percorso dall’aeroporto di Cape Town al centro della città ci ha permesso di constatare come la realtà della segregazione razziale sia ancora viva, sebbene formalmente da tempo abolita: i quartieri poveri riferiscono ancora di storie di emarginazione, tra bidonville e caseggiati popolari. Il primo concerto è stato il 3 ottobre, a Cape Town, presso il bellissimo Auditorium di Sea Point della SABC (South African Broadcasting Corporation), organizzato in collaborazione con il Consolato Italiano della città. Il pubblico, di soli bianchi, si è rivelato assai meno partecipe, rispetto agli altri luoghi nei quali abbiamo suonato successivamente in presenza della popolazione africana.

Il quartiere Bo-Kaap a Cape Town
Il quartiere Bo-Kaap a Cape Town (foto di Federica Michisanti)

Cape Town è una città, fondata dagli olandesi, poi conquistata dagli inglesi, situata sull’Oceano Atlantico meridionale e sovrastata dal Table Mountain, un monte con la cima piatta, sempre avvolta da nubi. Prima della partenza per Windhoek siamo riusciti a visitare il Lions Head, un rilievo più basso facente parte della stessa catena, dal quale abbiamo potuto ammirare tutta la città e la baia sottostante. Difficile descrivere la bellezza del cielo: la luce dell’alba era ancora rossastra, per il sole spuntato da poco, l’aria fresca mattutina profumava, intrisa degli odori della vegetazione. Cape Town, tranne che per il rigoglio della natura non corrispondeva affatto all’immaginario dell’Africa che avevo appreso dai libri e dal cinema. La città infatti è un misto di architettura europea e moderni grattacieli, fatta eccezione per il quartiere Bo-Kaap, dove vivono molti musulmani, caratterizzato infatti da moschee e da case basse e dipinte con colori molto vivaci.

Federica Michisanti Horn Trio a Cape Town

Il 4 siamo partiti per Windhoek, in Namibia, dove la permanenza è stata veramente breve: meno di ventiquattr’ore in tutto. Dall’aeroporto, la strada che abbiamo percorso era immersa in un uniforme paesaggio semi-desertico, ove talvolta apparivano babbuini e facoceri, interrotto di tanto in tanto da qualche villaggio turistico. Il concerto è stato organizzato e fortemente voluto dall’Ambasciata italiana di Pretoria, ed è stata la prima volta di un tour italiano in Namibia, un motivo di gioia in più. Abbiamo suonato al Warehouse Theatre, un locale dall’aria un po’ dimessa e il cui nome effettivamente descrive il suo aspetto, da vecchio magazzino. Devo dire che è stato forse il concerto migliore dell’intero tour, sia per il sound che, soprattutto, per l’accoglienza del pubblico, un misto di bianchi e popolazione locale, che ha partecipato molto calorosamente alla nostra esibizione. Dopo il concerto siamo rimasti nel locale, dove, in una sala adiacente a quella dove avevamo suonato, si esibivano alcuni musicisti del luogo insieme ad un Dj. Dance music e tanti ragazzi africani che ballavano: i loro corpi erano espressione vivente del ritmo. Io non ho resistito e vincendo la timidezza e mi sono unita alle danze. Un momento di forte condivisione e comunicazione fatta di sguardi e sorrisi che accoglievano con approvazione il mio muovermi con loro, dicendomi «Yeah, you gotta swing!». Forse è stato questo il ricordo più bello del viaggio.

Paesaggio semi-desertico a Windhoek (foto di Federica Michisanti)
Paesaggio semi-desertico a Windhoek (foto di Federica Michisanti)

La mattina seguente, volo per Johannesburg, di nuovo Sudafrica e di nuovo la sensazione di non essere in Africa. Qui abbiamo suonato il giorno successivo, il 6 ottobre, nell’Auto & General Theatre on the Square, in una piazza intitolata a Nelson Mandela, con una sua imponente statua posta davanti all’ingresso di un vasto centro commerciale. Ho trovato di cattivo gusto sia la fattura della statua sia, soprattutto, la sua collocazione: un vero controsenso rispetto a tutto quello di cui Mandela è simbolo. Non abbiamo visitato nulla a Johannesburg. Siamo stati dissuasi dal farlo poiché sembra che tuttora sia una città molto pericolosa. Di sicuro le barriere di filo spinato che circondano le abitazioni facoltose non sono rassicuranti.

Federica Michisanti Horn Trio a Johannesburg

Subito dopo Nairobi, Kenya. Di nuovo in Africa! Che caos la città! Un traffico mai visto prima (si può rimanere intrappolati per ore), auto ovunque, scooter e moto che spesso si muovono contromano in mezzo alle macchine bloccate in fila, tra le quali si aggirano venditori di qualsiasi tipo di cosa. E poi i Matatu, una sorta di servizio pubblico, ovvero pulmini colorati e con volti di cantanti dipinti sulle fiancate e sul retro, sovraffollati di persone e con i controllori dei titoli di viaggio che viaggiano appesi alla porta aperta con i soldi in mano. A ogni tappa, il viaggio dall’aeroporto al centro della città ove momentaneamente alloggiavamo è stato sempre un’occasione per entrare in contatto, seppur a distanza ed in maniera superficiale, con le diverse e contraddittorie caratteristiche della realtà locale. Nel caso di Nairobi, dal mezzo che ci trasportava lungo il percorso abbiamo scorto baracche di ogni colore costruite con quel che capita, poi file di case popolari colorate ai margini della strada principale, il cui pian terreno era spesso costituito da una schiera di negozi con insegne di vario genere ed i marciapiedi antistanti occupati da banchi riparati da ombrelloni che vendevano frutta e merce varia, come biancheria intima o materiali elettronici o prodotti da tolette, e poi ancora quartieri commerciali e zone residenziali, con ambasciate e consolati.

Nairobi
Nairobi (foto di Federica Michisanti)

Una cosa molto bella a cui abbiamo assistito nell’hotel dove eravamo sistemati è stata una riunione mattutina dei dipendenti, quasi tutte donne, che ogni giorno alle 8:00 si riunivano ed in circolo, tenendosi per mano, uno ad uno pronunciavano dei ringraziamenti e poi intonavano insieme un canto. II nostro concerto, organizzato in collaborazione con l’Ambasciata italiana, si è svolto il 10 ottobre, dopo la proiezione di un paio di cortometraggi italiani al The Alchemist Bar, un locale all’aperto, comprensivo di bar e chioschi che vendevano cibo. Il pubblico era locale, rumoroso ma molto accogliente e partecipe alla musica. Il giorno dopo, visto che la partenza sarebbe stata nel tardo pomeriggio, siamo riusciti a visitare una rigogliosa riserva naturale, la Karura Forest. E poi con largo anticipo ci siamo diretti all’aeroporto: il calcio italiano e Balotelli, di cui il militare che ha fermato la nostra auto era grande ammiratore, ci hanno evitato una perquisizione all’ingresso.

Brazzaville (foto di Federica Michisanti)
Brazzaville (foto di Federica Michisanti)

Di notte siamo atterrati in Congo. In aeroporto ad aspettarci l’ambasciatore italiano ed una funzionaria, davvero gentili e premurosi. Eravamo a Brazzaville, una città fondata nel XIX secolo da un italiano, Pietro Savorgnan di Brazzá, separata da Kinshasa dall’imponente fiume Congo. Nel pomeriggio del 12, prima del concerto, abbiamo avuto un incontro con i bambini dell’orchestra locale. Abbiamo suonato ed improvvisato con loro. Ed è stato davvero un momento toccante, uno scambio con piccoli musicisti che hanno pochi mezzi ma tantissima voglia di imparare. Ed alla fine del concerto, che si è tenuto nell’Istituto di Cultura russo, un altro momento di condivisione, una breve jam session con qualche ragazzo che era intervenuto la mattina durante un incontro con alcuni direttori di cori locali. Anche qui il pubblico è stato davvero accogliente e le persone molto curiose di conoscere la nostra storia. La sera una cena pittoresca sulle rive del Congo.

Federica Michisanti Horn Trio a Brazzaville

E poi via per Libreville, Gabon, proprio sull’Equatore, sull’Oceano Atlantico, precisamente nel Golfo di Guinea. Sia il Congo che il Gabon ospitano una grandissima foresta equatoriale, considerata il secondo polmone verde del mondo. Il clima era veramente molto umido. Oltretutto era già iniziata la stagione delle piogge. Uno scenario naturale meraviglioso, guastato purtroppo da rifiuti sparsi ovunque. Questa è stata la tappa più lunga. Il concerto organizzato in collaborazione con l’ambasciata italiana si è tenuto il 12 ottobre presso l’Auditorium della Ruban Vert International School; si è unito a noi per un paio di brani Frederic Gassita, un pianista locale molto popolare in Gabon. Il giorno dopo abbiamo avuto un’intera giornata libera e così siamo riusciti a visitare la città, accompagnati dall’assistente dell’ambasciatore (un ragazzo di Libreville).

Libreville: il mercato (foto di Federica Michisanti)
Libreville: il mercato (foto di Federica Michisanti)

Il nostro accompagnatore Rodolfo (così il suo nome italianizzato) ci ha spiegato che il Gabon, come sua ex-colonia, è ancora fortemente controllato dalla Francia, sia politicamente che economicamente, e come la popolazione sia di fatto espropriata della propria cultura originaria. Rodolfo ci ha portati nella «vera» città di Libreville, povera, con strade piene di buche, di fango e baracche. In alcune zone case popolari, in una delle quali vive anche lui, in altre ville della classe dirigenziale. Ci ha mostrato anche una piccola scuola che lui finanzia destinata a bambini orfani. Il pensiero degli africani è questo ed è veramente nobile: chi può aiuta, in base alle proprie capacità, chi ha meno o nulla. Poi ci ha portati in un grandissimo mercato, dove l’odore di pesce e gamberi essiccati in vendita era davvero molto forte. Le stradine tra i vari banchi erano piene di pozzanghere e fango, per via della pioggia. Per il pranzo ci ha portato in un ristorante locale, dove abbiamo mangiato platano bollito, banane fritte, una verdura simile alla cicoria ripassata in padella con del pesce, la manioca, il pesce capitano e poi piatti più arditi: coccodrillo e porcospino! Io ho assaggiato soltanto il primo e devo dire che non fa per me! Infine, nel pomeriggio, siamo arrivati all’entrata della foresta pluviale secondaria, ove ci ha mostrato l’albero della gomma, le liane ed una varietà di albero imponente con enormi radici prominenti. Questi alberi vengono usati per cerimonie rituali, perciò sono molto venerati. Per questo non possono essere abbattuti e durante la costruzione delle strade vengono aggirati; a causa di ciò a volte le strade non seguono un percorso rettilineo. Il Gabon mi ha davvero affascinata, è forse stata la tappa di tutto il viaggio che ho preferito.

Addis Abeba
Addis Abeba (foto di Federica Michisanti)

Infine Addis Abeba, ove abbiamo suonato il 15 ottobre presso l’Auditorium Giuseppe Verdi dell’Istituto Italiano di Cultura. Anche qui il concerto è stato apprezzato, ottimo suono e pubblico molto partecipe. Nella mattinata dello stesso giorno siamo stati alla Yared School of Music, dove abbiamo incontrato un gruppo di studenti. Inizialmente abbiamo suonato qualche brano per loro, poi finalmente si è rotto il ghiaccio e qualcuno di loro è salito sul palco con noi ed abbiamo improvvisato insieme. Loro ci hanno insegnato la scala musicale etiope e noi gli abbiamo dato qualche nozione della nostra musica. Alla fine non ci lasciavano più andare via. Il giorno seguente il concerto, prima della partenza serale siamo riusciti a fare una breve gita in auto, accompagnati da Tommaso dell’Istituto di Cultura, salendo fino a 3000 metri di quota (Addis Abeba è su un altopiano alto circa 2400 m.). Avvistata una tenda blu ai lati della strada, siamo scesi dall’auto e siamo entrati nel piccolo rifugio, tappezzato di tessuti colorati, dove una giovane donna con due bimbe, una davvero piccola e l’altra di una decina di anni, preparava del caffè secondo la tradizione etiope: ce lo ha servito nelle tipiche tazzine senza manico, riempiendole come da tradizione fino all’orlo. In hotel ci avevano servito il caffè tradizionale insieme ai pop corn, altra usanza locale.

Addis Abeba: il caffè blu (foto di Federica Michisanti)
Addis Abeba: il «caffè blu» (foto di Federica Michisanti)

Alla tenda, mentre eravamo lì, si avvicinò una donna molto anziana che poco prima avevamo visto, insieme ad altre, trasportare sulle spalle minute un’enorme fascina di legna. Le demmo dei soldi. Sono donne che all’alba risalgono le pendici dei monti per raccogliere i rami dei tanti eucalipti che furono trapiantati in Etiopia, tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, per poi scendere a valle e vendere le fascine di legna. Un lavoro estenuante, illegale ma che permette loro la sopravvivenza grazie ai pochi guadagni che ne ricavano. Lasciata la tenda blu del caffè, siamo scesi a valle anche noi, ma in auto, e siamo passati attraverso poveri villaggi fatti di baracche. Le persone sorridono sempre nonostante tutto. Siamo poi andati al mercato della stoffa e poi di nuovo in città, nello storico quartiere Piassa, dove abbiamo concluso la nostra passeggiata per poi incamminarci verso l’Istituto di Cultura italiano e poi all’aeroporto per il nostro volo notturno che ci ha riportati a Roma.

Spero di avere modo di tornare in questo continente così affascinante, misterioso, meraviglioso e così tanto vario: davvero è assurdo come un territorio così rigoglioso possa contenere tanta miseria. È stato un viaggio indimenticabile, grazie alla Fondazione Musica per Roma, alla Parco della Musica Records, al Ministero degli Affari Esteri e a tutte le Ambasciate e gli Istituti di Cultura che lo hanno reso possibile.

Federica Michisanti

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