Tutti a Novara – 12-15 settembre, European Jazz conference 2019

di Jacob Horner

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European Jazz Conferenze

Jan Ole Otnæs, presidente di Europe Jazz Network, ci parla dello stato di salute del jazz europeo

Novara ospiterà quest’anno tra il 12 e il 15 settembre la European Jazz Conference, uno dei più importanti incontri internazionali di operatori del jazz e della musica creativa, organizzato da Europe Jazz Network (EJN) in collaborazione con NovaraJazz e diverse altre realtà del jazz italiano. L’evento arriva per la prima volta in Italia dopo essere stato negli anni scorsi a Lisbona, Lubiana, Breslavia, Budapest e Helsinki. La Conferenza nasce come evoluzione dell’Assemblea Generale di EJN, l’incontro annuale dei soci della rete di promoters europei che conta al momento 154 organizzazioni in 35 paesi. La Conferenza è ora aperta a tutti gli operatori del settore e comprende keynote speeches, dibattiti, momenti di networking e visite culturali, ma anche una selezione di showcases nazionali, un concerto di gala e un programma «fringe» di ulteriori concerti (il programma completo è disponibile sul sito europejazz.net). In tutto ci saranno 18 proposte musicali italiane, tra nomi noti e nuove promesse, una vetrina di grande interesse sullo stato attuale del jazz nazionale e un’opportunità storica di promuovere il jazz italiano nel mondo. A Novara parteciperanno infatti più di 300 operatori provenienti da una quarantina di paesi, tra direttori artistici di festival e sale da concerto, rappresentanti di organizzazioni nazionali e agenzie di booking, discografici e giornalisti. EJN è nata in Italia dall’intuizione visionaria di Filippo Bianchi nel 1987 e, anche se in seguito la sede dell’organizzazione si è trasferita in Francia, il legame con il nostro Paese rimane molto forte. Con 19 soci, infatti, l’Italia è il Paese più rappresentato in EJN, seguito da Norvegia e Inghilterra.

Per l’occasione abbiamo rivolto alcune domande al norvegese Jan Ole Otnæs, attuale presidente di EJN. Jan Ole è il direttore del club Victoria-Nasjonal Jazzscene a Oslo, e in passato ha ricoperto altri incarichi di rilievo nella scena jazz norvegese, tra cui per molti anni la direzione artistica del festival jazz di Molde.

Come hai conosciuto EJN e come ne sei stato coinvolto?
Ho sentito parlare di EJN per la prima volta alla fine degli anni Novanta, quando ero nel consiglio direttivo della Federazione del Jazz Norvegese. Nel 2001 ho iniziato il lavoro al festival di Molde e così sono diventato socio. Da quel momento ho partecipato alla maggior parte delle assemblee generali, iniziando con quella di Kongsberg nel 2002.

Qual è la tua opinione sullo stato attuale del jazz europeo?
Penso che Il jazz europeo stia vivendo un momento molto favorevole. Il successo di EJN è un’ottima prova del suo stato di salute: la rete sta crescendo, le collaborazioni tra le organizzazioni sono in aumento e stiamo anche creando delle sotto-reti all’interno della rete madre per lavorare su progetti specifici. E la generazione di musicisti che è salita alla ribalta verso la fine degli anni Sessanta ha svolto un ruolo decisivo nel reclutare nuovi musicisti. L’ICP in Olanda ha ora componenti storici come Han Bennink che suonano insieme ai giovani. In Norvegia artisti come Arild Andersen, Terje Rypdal e Jan Garbarek hanno coinvolto musicisti di generazioni successive che sono diventati a loro volta artisti importanti. Lo stesso è successo in Italia con Enrico Rava o in Polonia con Tomasz Stańko, che aveva nella sua band un giovane come Maciej Obara. La generazione precedente è stata lungimirante nell’aiutare altri a uscire allo scoperto, e ora ne vediamo i frutti.

Jan Ole Otnæs
Jan Ole Otnæs

Qual è, a tuo avviso, il valore delle collaborazioni e degli scambi internazionali tra operatori?
Penso che sia una cosa essenziale per il progresso di queste musiche. Quando collaboriamo, conosciamo più a fondo gli altri e capiamo qualcosa di più sulle scene musicali dei diversi Paesi. Creiamo così nuove occasioni anche per gli stessi musicisti di incontrarsi e suonare insieme. Nella European Jazz Conference abbiamo quindi incluso un programma di showcases nazionali. Personalmente conoscevo poco della scena jazz portoghese, ma andare l’anno scorso a Lisbona per la Conferenza mi ha aperto gli occhi su molti nuovi artisti di quel Paese.

Perché pensi sia così difficile oggi per un nuovo gruppo uscire dal proprio Paese?
Oggi chi stila il programma di un festival o di una venue è esposto a una tale quantità di musica che un nuovo gruppo può farcela solo se ha dietro delle strutture che lo sostengono. Gli showcases, come ho detto prima, sono molti importanti, ma non sono sufficienti. C’è bisogno di fondi per aiutare gli artisti ad andare a suonare all’estero, e i Paesi che lo fanno sono quelli che stanno ottenendo i migliori risultati. Senza una qualche forma di sostegno economico, per esempio, non è facile per me portare a Oslo un gruppo emergente che ho ascoltato, anche se mi piace molto. Anche la presenza di un buon agente di booking è essenziale, cioè una persona che si rechi agli eventi internazionali e che conosca la scena e i promoters nei diversi Paesi. Non basta fare un buon concerto davanti alla persona giusta, è un risultato che si ottiene nel tempo costruendo fiducia reciproca attraverso diversi contatti.

Hai curato la direzione artistica di festival e locali per diversi anni: quali caratteristiche deve avere un gruppo per colpirti?
È un mix di diversi fattori: il suono complessivo, la maniera di suonare, l’interplay tra i musicisti e come si presentano sul palco. Mi piace sentire qualcosa che sia nuovo e originale, apprezzo sempre ascoltare cose che non ho mai udito prima. Non ho bisogno di venire in Italia per trovare un gruppo che suoni standard alla stessa maniera di quarant’anni fa: abbiamo gruppi che lo fanno molto bene anche in Norvegia. In Italia, come dovunque, voglio scoprire qualcosa che abbia un «aroma» particolare, che non ho sentito altrove. Penso sia essenziale per ogni musicista trovare la propria voce, il proprio linguaggio. È questo che cerco quando ascolto un nuovo gruppo.

European Jazz Conference 2018 a Lisbona (foto di Andreea Bikfalvi)
European Jazz Conference 2018 a Lisbona (foto di Andreea Bikfalvi)

C’è una scena in Europa che al momento vedi lavorare particolarmente bene?
Di recente sono stato a due edizioni del Belgian Jazz Meeting. Fino ad alcuni anni fa per me il Belgio era una zona d’ombra nel panorama jazz europeo e invece ho scoperto realtà di grande interesse. Molti parlano dell’importanza della nuova scena jazz londinese, ma personalmente non la trovo troppo emozionante. Ho citato prima il Portogallo, con diversi gruppi interessanti. L’etichetta Clean Feed, a questo proposito, è stata molto importante. C’è poi una scena viva e dinamica a Berlino, ed è bene tenere d’occhio quello che sta accadendo in Norvegia, con nuove band che si stanno affermando.

Puoi dirci tre nomi di musicisti che hai visto suonare di recente e che ti hanno particolarmente colpito?
Una è Mette Rasmussen, sassofonista danese che ora vive in Norvegia a Trondheim. È una musicista incredibile, ha uno splendido progetto solista che ho ospitato di recente nel mio locale e ora sta girando il mondo suonando insieme a musicisti come Craig Taborn e Ches Smith. Suona free, con moltissima energia e un suono originale, e ha una magnifica presenza sul palco. Ho ascoltato di recente a jazzahead! una giovane pianista svizzera di nome Marie Kruttli con un trio che trovo molto interessante e di cui vorrei approfondire la conoscenza. Al Belgian Jazz Meeting mi ha poi colpito molto il trio Donder. Sto discutendo con il loro agente per portarli per la prima volta a Oslo.

Jacob Horner

[settembre 2019]