Enrico Rava: per me Paul Motian è ancora vivo

Rava e Motian si sono conosciuti nel 1967 e, da allora, hanno suonato nelle più disparate circostanze: negli Stati Uniti, in Italia e su disco

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Enrico Rava, la tua partnership con Paul Motian era iniziata ben prima dell’album «Tati».
Molto tempo prima! Sono diventato amico di Paul fin dalla prima volta che sono andato a New York, nel 1967. Perché all’epoca suonavo con il gruppo di Steve Lacy e alla batteria c’era proprio Paul, quindi siamo diventati amici. Sono stato spesso a casa sua, ho conosciuto la donna con cui viveva, che era una persona molto carina e simpatica: una cineasta che qualche tempo dopo si è trasferita a Los Angeles per motivi di lavoro. Motian lo conosco da sempre: nel 1969 con la Liberation Music Orchestra c’era lui, e suonava spesso anche con Roswell Rudd. Anzi, proprio nella prima Liberation Music Orchestra (quella con Gato Barbieri, tanto per intenderci), ero entrato pure io, in sostituzione di Don Cherry. C’era Paul anche quando ho messo in piedi il tour europeo con Joe Henderson.

Enrico RavaA distanza di anni, come ti venne in mente di farlo suonare in «Tati»?
Perché io adoro Paul Motian. Continuo a parlare di lui al presente perché per me è ancora vivo ed è uno dei massimi geni della percussione: uno al quale non dovevi dire niente anche perché tanto non lo avrebbe fatto e, comunque, quello che faceva era sempre meglio di quel che avevi pensato tu. Quando registrai «Easy Living», dove con Stefano Bollani e Roberto Gatto eseguiamo Nature Boy, Manfred Eicher ci disse: «Dovreste fare un disco in trio». Così, quando io e Stefano preparammo un disco in trio, pensammo subito a Paul.

Fantasm e Gang Of 5 sono i brani di Motian presenti nel disco. Chi decise di inserirli?
Paul li aveva già registrati entrambi. Avevamo deciso che ognuno di noi avrebbe portato qualcosa e quelli li scelse lui. A me piacquero moltissimo. Era un situazione democratica e, anche se era il mio disco, ciascuno di notò uno o due brani.

Nel 2008 arrivò anche «New York Days». Nel frattempo, i tuoi rapporti con Motian erano proseguiti?
Sì, certamente. Per «New York Days» volevo formare quella che era per me una sorta di dream band: un quintetto con tutti i musicisti con cui avevo voglia di suonare. Mark Turner, che per me è il tenorista più interessante e più bravo in circolazione, Paul Motian, Stefano Bollani – con il quale suonavo regolarmente all’epoca – e Larry Grenadier, un bassista che amo alla follia. Anche per questo disco non ho mai detto niente a Paul: lui ascoltava la musica e faceva ciò che voleva, anzi aggiungeva contributi inaspettati, belle sorprese.

Registrando entrambi i dischi, ricordi qualche episodio in particolare che coinvolge Motian?
Paul non voleva mai ripetere i brani. Per esempio, in «New York Days», non ero contento di un brano (non ricordo quale) e soprattutto di ciò che avevo suonato io. E Paul mi disse: «Ma no, 
assolutamente. Io meglio di così non posso suonare!». Vedi, tanti batteristi super-tecnici dicono che Motian era molto free. Allora diciamo una cosa: Paul Motian era un batterista incredibile. C’è un disco, non molto conosciuto, che è «Lee Konitz & Warne Marsh Live At The Half Note», con Bill Evans, Jimmy Garrison e Paul Motian, che Lee Konitz reputava il suo lavoro più bello e dove la ritmica Garrison-Motian ha un tiro che è raro trovare uguale in tutta la storia del jazz moderno. Motian non stava nel cliché del batterista moderno: poteva fare un brano in cui suonava pochissimo, mentre in un altro era fuori da ogni parametro comune. La sua originalità è il suo valore: lo riconosci dopo pochi secondi, come accade per gli altri grandi batteristi, Elvin Jones, Philly Joe Jones, Gene Krupa, Buddy Rich, e per tutti i grandi musicisti.

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Enrico Rava con Paul Motian nel quintetto dell’album «New York Days»

Visto che hai collaborato con tanti giganti del jazz, a chi paragoneresti la classe, la creatività anche compositiva di Paul Motian?
Per quanto riguarda i batteristi, pur essendo Paul totalmente diverso, direi quelli che ho appena citato. Paul è un compositore molto interessante ma il suo modo di suonare la batteria era, anzi è, unico. Era anche un grande leader, nonostante lo sia diventato tardi, perché nel 1967, quando l’ho conosciuto io, a suo nome non aveva ancora fatto nulla. Ha iniziato con ECM a metà anni Settanta. Il suo primo disco, «Conception Vessel» ha messo subito in mostra di quale pasta fosse fatto anche come leader. Paul è stato una specie di chioccia per molti musicisti; penso a Joe Lovano, che all’epoca era un giovane fortissimo ma di cui nessuno sapeva ancora un gran che. Per dire: la prima volta che l’ho ascoltato io è stato a un festival a Messina, dove la sera precedente al mio concerto si era esibito il gruppo di Paul con Lovano. Joe mi aveva colpito, sia perché aveva suonato da dio sia perché la platea era piena dei suoi parenti siciliani che lo applaudivano appena faceva due note! In seguito Lovano mi raccontò di essere stato sequestrato da quei suoi parenti, che lo tennero in ostaggio in Sicilia per dieci giorni…, Quando riuscì a tornare a New York aveva dieci chili in più! E anche Bill Frisell si è fatto conoscere soprattutto grazie al gruppo di Motian. Sono in tanti a essere diventati famosi per merito di Paul, anche in Europa. Era un ottimo leader, perché lasciava ampia libertà e scriveva cose sempre molto chiare, senza vincolare troppo i musicisti agli spartiti. Comunque, nonostante Paul fosse un grande leader e un eccellente compositore, ciò che lo caratterizza è la batteria. Quando nel 1986 eravamo in tour con Joe Henderson, a me sembrava strano che alla batteria ci fosse Paul Motian; in effetti era un gruppo particolare, perché eravamo io, Paul, Joe che era avanti a chiunque, anche alle aspettative del pubblico, John Taylor al pianoforte e al contrabbasso Furio Di Castri. Dovevamo anche registrare per la Black Saint ma non ci fu modo di trovare un accordo economico. Di questo tour esistono registrazioni pirata: io ne posseggo un paio.

Com’erano i rapporti personali tra te e Motian?
Paul era molto spiritoso, molto affettuoso e generoso. Come dicevo, quando arrivai a New York nel 1967 ero un giovanissimo italiano senz’arte né parte, e lui mi accolse come un amico, come un fratello. Io non so fino a che punto si rendesse conto che il trio di Bill Evans, con lui e Scott La Faro, fosse un punto di partenza di un nuovo modo di suonare del jazz moderno. L’interplay l’hanno inventato loro! Quando, nel 1959, arrivò in Italia «Portrait In Jazz», lo feci ascoltare io ad Adriano Mazzoletti ed Ettore Zeppegno: fu una rivelazione. Passai settimane ad ascoltarlo: l’interplay tra La Faro e Motian era una cosa strepitosa, un nuovo modo di fare musica. La sua estrema conseguenza è il quintetto di Miles Davis con Hancock, Williams e Ron Carter. Oggi l’interplay si dà per scontato ma non è così. Nel 1963, io e Gato Barbieri andammo ad Antibes a sentire il quintetto di Miles Davis e rimanemmo a bocca aperta per come suonavano il ritmo in modo incredibile, nuovo, aperto: chi non era abituato rischiava di perdersi. Ma tutto ciò, a mio avviso, era nato con il trio di Bill Evans.

E oggi chi può ritenersi l’erede di Paul Motian?
Nessuno, perché non c’è eredità: personaggi del calibro di Paul Motian non muoiono mai. Comunque potrei pensare a Jon Christensen, anche se ora non suona quasi più. Più che gli eredi di Motian, posso citare i batteristi che mi appassionano oggi, ovvero Brian Blade e Marcus Gilmore. Un altro bravissimo è Ulysses Owens Jr.

Che cosa aveva Motian di diverso dagli altri batteristi?
Prima di tutto nessun rispetto delle convenzioni. Poi un suono differente, un modo di percuotere le pelli totalmente diverso rispetto agli altri e un approccio molto personale alla musica che suonava. Paul non reagiva ai canoni normali: si capisce benissimo dalla sua sonorità ma anche perché faceva sempre ciò che non ti aspettavi. Una volta, a New York, ebbi un notevole alterco con un critico italiano. Paul stava suonando con Enrico Pieranunzi, faceva delle cose strepitose e questo signore, che conosco molto bene, iniziò a sparare balle del tipo: «Ma questo cosa fa? Non capisce niente». Al che replicai: «Temo che sei tu a non capire niente, perché sta facendo delle cose favolose!». In genere gli appassionati o i critici hanno da ridire quando i musicisti non suonano la musica che invece piacerebbe a loro…

Alceste Ayroldi