Emiliano D’Auria e il nuovo concept album dell’ensemble Jano

Esce il nuovo album degli Jano «The Place Between Things» che, da quartetto, diventa un large ensemble. Ne parliamo con il leader e fondatore, il pianista e compositore Emiliano D’Auria

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emilano d'auria

Emiliano D’Auria, da Jano Quartet a Jano. Qual è stata l’evoluzione?
Il quartetto avviato otto anni fa è stato il motore della ricerca melodica e sonora che avevo in mente. Ora mi trovo ad avere l’esigenza di non porre limiti all’ensemble e di sviluppare semplicemente il concetto legato allo Jano.

Facciamo, però, un passo indietro. Cosa significa Jano?
Jano è un nome che porto con me da molto tempo. Mio padre mi ha sempre chiamato così.

Parliamo un po’ dei tanti musicisti (sette, più una guest e il sound engineer). Visto che tu sei il leader, avrai effettuato tu le scelte. In base a quali criteri?
Le scelte sono state dettate dalla necessità di riprodurre il suono che scrivendo musica mi prefiggevo di raggiungere. Un esempio ne è Hurry Up, With pain, Henry brano che parla di ansia. Per cercare di rappresentare questo stato emotivo, oltre alla scansione «interrotta» del 7/4 avevo bisogno di una voce come quella di Linda Valori che è riuscita perfettamente con la sua calda potenza evocativa ad esprimere questo concetto. In questo album ero interessato a dare una visione più orchestrata dello Jano allargando l’orizzonte anche alla forma canzone, motivo per cui è stata coinvolta la bellissima voce di Alessia Martegiani. Questa apertura è nata in occasione di un concerto in cui ho dovuto arrangiare i miei brani per sestetto con l’aggiunta di un quartetto d’archi. Rispetto la precedente formazione, agli storici Gianluca Caporale ed Alex Paolini si sono aggiunti il trombone di Massimo Morganti, la tromba di Giulio Spinozzi e il basso elettrico del grande Maurizio Rolli. Tutti eccelsi musicisti che hanno contribuito fattivamente alla crescita artistica di questo ensemble.

Facciamo un piccolo gioco: il j’accuse. Dunque, ti accuso di aver abbandonato qualsiasi riferimento alla tradizione jazzistica. Cosa rispondi?
La tradizione jazzistica è un bagaglio che si porta sempre con sé e va di pari passo con quella classica poi, che il risultato dell’album sia lontano da un tipo di jazz main stream, è evidente ma credo che dal punto di vista armonico ci siano molti elementi vicini al jazz tout court così come l’improvvisazione, sempre presente. D’altronde siamo rimasti coerenti con i precedenti album «Naked Things» e «Distante».

Je t’accuse di aver creato una musica fin troppo visiva, troppo moderna. Cosa rispondi?
Questa è un’accusa molto gradita. Quando compongo non faccio un lavoro troppo mentale ma cerco semplicemente di raffigurare degli scenari che immagino e questo album è sicuramente molto legato ad immagini e colori. Ho un approccio nei confronti della musica molto fisico; il fluire compositivo è sempre molto istintivo.

Je t’accuse di aver abbandonato le scelte melodico-armoniche dell’album d’esordio.
Rispetto a «Naked Things» e «Distante» l’utilizzo dell’elettronica è molto più misurato. Ho cercato di curare maggiormente dettagli legati all’arrangiamento, vista la formazione allargata con la possente sezione fiati di Caporale, Morganti e Spinozzi ed alla versatile voce di Alessia Martegiani ho spesso affidato il ruolo del quarto fiato.

Emiliano D’AuriaMettiamo da parte questo gioco e parliamo del concetto di spazio che è esplicitamente alla base di questo nuovo album.
Lo spazio lo intendo come un non-luogo in cui avvengono situazioni ma proprio queste situazioni o cose prendono una valenza significativa a contatto con il tempo. E’ proprio il tempo a scandire i momenti ma spesso siamo portati a ricordare l’avvenimento senza soffermarci a guardare le cose che ci hanno portato a determinate situazioni e probabilmente proprio questi attimi risultano essere i più importanti, quelli su cui dovremmo fermarci a riflettere. Una sorta di intimo luogo la cui chiave è rappresentata da noi stessi in rapporto al nostro spazio-tempo.

Lo possiamo definire un concept album?
Sicuramente. La successione dei brani è stata pensata nella sua continuità, nel suo sviluppo concettuale. Ogni brano ha un posto e peso specifico tra le cose. Ci sono riferimenti ad unioni, nascite, riflessioni, fantasie, sguardi sospesi ed interruzioni. E’ un album sincero!

Forse, potremmo definire Jano anche un movimento culturale, seppur ancora allo stato embrionale?
Da circa tre anni ho aperto una scuola di musica, il Cotton Lab e all’interno si stanno avvicinando validissimi artisti, non solo locali. La mia idea di partenza è stata proprio quella di creare uno spazio in cui potesse esserci uno scambio di pareri, emozioni, intuizioni. Proprio questo sincretismo culturale crea un clima effervescente e dinamico. Nel nuovo Jano sono confluite molte di queste personalità come fotografi, registi, attori, visual artists, sound engineers. Sicuramente ancora allo stato embrionale ma ci stiamo tutti lavorando per venire allo scoperto, spero molto a breve.

E’ un disco di ricerca. Quali sono stati i criteri e le scelte nell’ambito della ricerca che hai seguito?
In «The Place Between Things» ci sono riferimenti a idee che ho voluto esprimere musicalmente. La ricerca è stata data proprio dall’avvicinare il concetto alla musica, l’idea al suono. L’album, non privo di ironia, accosta a momenti più drammatici momenti più gioiosi, ad atmosfere più eteree quelle più noir e oniriche. Particolare attenzione è stata dedicata alla cura degli arrangiamenti.

E’ un disco votato alla fusione delle arti, sembra di capire. Ci sarà un’evoluzione in questo senso?
Stiamo lavorando ad uno spettacolo che dovrebbe in un certo senso oltrepassare il concerto in sé. Una sorta di narrazione continua espressa con la musica, la visual art ed il teatro. Drammaturgicamente ci muoveremo intorno al concetto della destrutturazione e ricostruzione al cui interno confluirà la musica vista come filo narrativo ed emozionale partendo sempre dal concept dello «Spazio tra le Cose». Abbiamo da poco realizzato un video a firma del regista Ivan D’Antonio sul brano The Tree Of The Bags il cui visionario testo è a firma di Alessia Martegiani ed in cantiere ce ne sono altri due.

Tu la fai da padrone nella veste compositiva. Qual è il tuo background musicale-artistico?
Ho iniziato con gli studi classici lasciati purtroppo in sospeso e solo ora ripresi. Ho avuto una lunga attività come dj ai tempi dei primi campionatori Akai e questa matrice legata alla musica elettronica non l’ho mai abbandonata anzi è presente in tutte le mie composizioni. Negli ultimi anni mi sono diplomato in Piano Jazz nel Conservatorio dell’Aquila ed ora, più che mai, sto studiando affiancando al jazz la musica classica. Musicalmente ho avuto sempre una forte attrazione per i compositori classici come Debussy, Ravel, Hindemith, Faurè e moderni come Pieranunzi, Kenny Wheeler, John Taylor, Chick Corea, George Russell e tanti altri. Prediligo l’aspetto compositivo a quello esecutivo. Il mio primo brano l’ho scritto a sei anni ed ancora adesso lo suono.

La tua attività artistica è concentrata solo nel progetto Jano?
Sto lavorando ad un mio trio, forse più ad una sorta di power jazz trio, fortemente elettronico con una prevalenza di parti arrangiate rispetto a quelle improvvisate e parallelamente ad un progetto con una fortissima cantante soul.

Un settetto è un ensemble difficile da portare in giro…
Oggi credo che si fatichi comunque molto, a prescindere dal numero dei componenti. La strada è sicuramente in salita ma questo progetto è stato pensato in settetto e questo è quello che ho voglia di portare in giro.

Alceste Ayroldi